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Pensiamo meno al “quando” e più al “come” e saremo padroni del tempo, anziché schiavi. Una lezione, questa, che dovremmo imparare da chi già ce l’ha a suo tempo insegnata

Oggi siamo tutti concentrati sulla dimensione temporale delle nostre azioni. A tal punto che la prima cosa a cui pensiamo al mattino, quando ancora non abbiamo fatto nulla, è di essere già in ritardo. Un paradosso! Il “quando” e il tempo sono diventati una priorità. Per soddisfarla ci siamo inventati corsi di time management e abbiamo piazzato alert ovunque: insomma tentiamo, in una lotta impari, di dominare noi il tempo che invece è il vero padrone della nostra vita. Forse gli diamo troppa importanza.

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Ogni giorno siamo bombardati da messaggi, pubblicitari e non, che ci dicono come vestirci, cosa mangiare, cosa ci può rendere felici, cosa significa avere una vita di successo e quale tipo di relazione dobbiamo avere.

Amici? Tanti, per uscire fino a tarda mattina (dalla sera prima), per viaggiare in posti di tendenza. Conoscenze? Ancora di più, per fare numero su Facebook, su Instagram, e avere l’impressione di essere popolare, altrimenti non sei nessuno.

social

Ma quando hai semplicemente bisogno di fare una chiacchierata a cuore aperto, di berti un caffè in compagnia o di stare con qualcuno di fiducia, in mezzo a questi “settordici” mila persone non c’è nessuno.

Ovviamente, tutto questo non ci rende felice e ci spinge semplicemente a muovere verso l’aspetto affettivo una tendenza consumistica che ha già invaso il nostro quotidiano (e non c’è migliore consumatore di un consumatore profondamente infelice).

Nel consumismo relazionale, non amiamo più le persone: le usiamo

Stiamo proiettando le nostre abitudini consumistiche sulla sfera affettiva. Mentre compriamo tanto, sprechiamo tanto, buttiamo via tanto e se qualcosa non è perfetto, lo eliminiamo, facciamo la stessa cosa con le persone: ne incontriamo tante, usciamo con tante e appena qualcosa non va, le ignoriamo senza degnarle di una spiegazione. Sembra un’esagerazione ma l’aumento del ghosting ci dimostra che purtroppo non è così.

Non credo che sia colpa dei social quanto dell’uso che ne facciamo: alla fine dei conti siamo noi ad avere la responsabilità dell’uso degli strumenti che abbiamo tra le mani. Ciò che dà da pensare invece è la ragione che ci spinge a comportarci in questo modo. Cosa ci spinge ad avere delle relazioni “mordi e fuggi”?

consumismo relazionale

Le ragioni potrebbero essere molte ma ciò che ci vedo io (ed è solo un’ipotesi), è una ferita di fondo che si tenta di nascondere. Bisogna essere realisti, al tempo dei nostri nonni, quando le cose non si buttavano via ma si aggiustavano, loro riconoscevano forse meglio il valore delle cose e avevano un’idea concreta di come vivere nel mondo.

Ora, il mondo cambia talmente tanto velocemente che ci sfugge dalle mani. Siamo più insicuri rispetto al passato, non siamo nemmeno sicuri che, tra le tensioni internazionali, le crisi economiche e i problemi d’inquinamento, avremo un futuro. Ci sentiamo aggrediti dal mondo, ecco perché vogliamo proteggerci e rinchiuderci dentro l’unica cosa che ci sembra sicura: noi stessi.

Questa paura ci impedisce di aprirci al mondo, agli altri, per paura di soffrire, perché ci sentiamo già abbastanza precari e vulnerabili così, allora cerchiamo l’amicizia effimera purché ci tolga quei brutti pensieri dalla testa. Il problema è che oltre al mondo che non dà certezze, abbiamo anche paura della nostra ombra, di ciò che si nasconde sotto la nostra superficie ed è così che tentiamo di rimanere a galla e molliamo tutto ciò che potrebbe farci andare a fondo (dentro di noi), relazioni in primis.

La conseguenza del consumismo relazionale è l’immaturità affettiva

In mezzo a queste relazioni superficiali, perdiamo di vista la palette di dinamiche che si possono creare tra due persone, perdiamo i problemi, le crisi vere, il perdono, la capacità di vivere assieme, di riaggiustarsi facendo ognuno una dovuta introspezione.

Per esempio, se non m’impegno realmente in una relazione, rinuncio anche alla crescita che questa avrebbe potuto portarmi e rimango ad uno stadio egocentrico: la relazione esiste finché può apportarmi qualcosa di positivo, finché mi “nutre”; ma se emergono alcuni problemi, avrò tendenza a mollare la presa ancora prima di dover affrontare le difficoltà.

La verità è che si cresce anche grazie ai problemi: nel voler trovare una soluzione a delle dinamiche che non vanno per il verso giusto, sono obbligata ad osservare meglio come mi comporto, come si comporta l’altro, e cosa c’è tra di noi; è così che la relazione diventa più profonda, più matura. Anche se occorre interrompere la relazione per il bene di entrambi, dopo un esame di coscienza fatto da tutti i due, se ne capisce il motivo: l’errore diventa allora esperienza e conoscenza, e aiuterà a non ripetere gli stessi errori in una relazione futura.

Tuttavia, in questa società di consumismo relazionale dove vige il “mordi e fuggi”, siamo diventati affettivamente immaturi: ci fermiamo alla superficie delle relazioni senza andare in profondità; non ascoltiamo più l’altro, non cerchiamo di capire (e capirsi), non c’è posto per l’ascolto, per la comprensione, per la compassione, per guardarsi negli occhi. Nelle nostre relazioni, non c’è più posto per le persone, ma solo per ciò che sono in grado di darci.

E d’altronde, come potrebbe essere altrimenti se abbiamo un cerchio di amici di 20- 50 persone? Sarebbe umanamente impossibile tessere un rapporto profondo e sincero con ognuna di loro, ecco che per rispondere a questo bisogno imposto di apparire, siamo diventati quelli di un selfie e via e poi, tutti da soli a casa propria.

E se tornassimo alle relazioni analogiche? (Quelle da sviluppare)

Chi (come me) viene dalla generazione precedente, ricorderà che per vedere le foto scattate, bisognava portarle a farle sviluppare e aspettare. All’epoca, avevi a disposizione circa 24 scatti (se i miei ricordi sono buoni) quindi dovevi scegliere con cura cosa immortalare. Ora, solo nel cellulare possiamo tenere migliaia di foto, ma quante di loro finiscono in cornice?

La differenza tra il digitale e l’analogico è abissale: da una parte abbiamo tutto (quantità, filtri, alta risoluzione, ecc.) ma dall’altro, avevamo non la qualità ma il valore. Un valore che andava oltre le pose, oltre gli effetti visivi, oltre la bravura del fotografo di turno e che permetteva allo scatto di finire incorniciato e messo in bella mostra in salotto.

Forse non ci farebbe male tornare un po’ all’analogico, al poco ma buono. Non dico di tornare alle vecchie polaroid ma di usare meglio ciò che abbiamo tra le mani, di goderci il tempo che abbiamo, di investirlo in ciò che conta davvero per noi.

pic-nic

Perché la vera differenza tra il digitale e l’analogico è il tempo: nel mondo analogico, ogni cosa ha bisogno di tempo per svilupparsi mentre il digitale dà tutto subito. Tutto tranne l’essenziale.

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in Discipline Bio-Naturali
www.risorsedellanima.it

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“Portate un bambino nei boschi e lo renderete libero. Portate un adulto nei boschi ed egli ritroverà il bambino che è in lui”

Il bosco è un ambiente magico, sotto una miriade di punti di vista. Proprio per questa sua peculiarità dovremo frequentarlo spesso, quotidianamente se possibile, perché è un nutrimento eccezionale per l’anima di grandi e piccini.

Provate ad inoltrarvi in un bosco e vivere le sensazioni che vi smuove quest’esperienza. Innanzitutto ci rendiamo subito conto che non è l’uomo a comandare come nelle città ma la natura, i maestosi fratelli alberi che ci sovrastano, gli animali liberi di vivere come meglio credono. Regna il silenzio, la pace, l’apparente solitudine. Spesso il bosco spaventa proprio perché l’uomo non si sente padrone dell’ambiente, non sa cosa aspettarsi, non conosce i sentieri, non è a conoscenza delle leggi della natura.

Ci siamo smarriti in certezze di cemento, di rumori assordanti, di animali libertati nella loro libertà.

Ecco perché dobbiamo il più possibile frequentare i boschi, per riappropriarci delle nostre radici, del nostro rapporto con la natura, del nostro istinto. Pian piano diventeremo sempre più dipendenti dalla vita nel bosco: un segno importantissimo della nostra disintossicazione dal superfluo. C’è chi ad un certo punto della disintossicazione non riesce più a vivere nelle città e fugge nei boschi ma non dobbiamo arrivare a tanto per poter ritrovare noi stessi.

Vivere in paese, in una città o in campagna non è una cosa negativa ma tende ad estraniarci dal resto del mondo naturale. I nostri habitat sono ormai delle costruzioni fatte ad hoc per riproporre sporadicamente e solo in alcuni spazi (nemmeno tanti a volte!) luoghi naturali artificiali che nulla hanno a che vedere con la natura vera e propria: i parchi giochi per bambini, i campi arati, ordinati e delimitati, alberi piantati qua e là posizionati dall’uomo.

Tutto questo non è male, è un modo artificiale di vivere la natura (meglio di niente!) ma frequentare il bosco ci permette di entrare in contatto con la parte più primitiva di noi, con un mondo puro, non contaminato dall’uomo dove regna l’ordine naturale, dove gli alberi sono nati e cresciuti secondo un preciso volere divino, dove non esiste profitto, un secondo fine o una delimitazione dello spazio. Tutto è natura e l’uomo non può far altro che ammirarla, viverla, annusarla, ascoltarla e portarla dentro di se’.

Una passeggiata in un bosco porta innumerevoli benefici a livello fisico e mentale.

Portateci i vostri bambini, portateci per un pic-nic i vostri anziani, andateci appena potete (da soli è un’esperienza iniziatica memorabile): il richiamo del bosco è all’inizio flebile e pacato ma diventa sempre più urgente e pressante.

“Chi decide di camminare nel bosco è in cerca di una libertà diversa, interiore, che lo renda padrone della sua vita, capace di agire come gli alberi e gli uccelli che vivono al di sopra di tutto.” – Romano Battaglia

Quando avreste altrimenti la possibilità di ascoltare il silenzio? Quando l’occasione di udire lo scorrere di un ruscello? E di ammirare la danza dei maestosi alberi scossi dal vento? E quando la possibilità di vedere piccoli e grandi animali nel loro habitat naturale? Solo il bosco offre queste ed altre occasioni imperdibili!

Ecco perché stanno per fortuna nascendo anche in Italia tante scuole nel bosco, quale maestro più prezioso del bosco stesso per i nostri bambini?

“Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà.” –  San Bernardo di Chiaravalle

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Fin da bambini siamo portati a credere che i soldi facciano la felicità. Riversiamo il nostro desiderio di sentirci bene sugli oggetti, come se fossero effettivamente l’origine del benessere.

Cresciamo convinti che le cose ci rendano felici e di conseguenza diventiamo ossessionati dal denaro. Perché senza denaro, non possiamo acquistare tutti quegli oggetti che vediamo dappertutto: in televisione, sui social network, sui giornali, indosso alle persone famose e sorridenti.

Fin dalla tenera età, ci convinciamo che il denaro sia il bene più prezioso. Non solo iniziamo a giudicare gli altri in base a questo parametro (più ne hai, più vali), ma facciamo dei soldi la nostra ossessione.

Per molti, l’equazione “+ denaro = + cose = + felicità” è una verità intoccabile.

Il problema è che tutti noi, prima o poi, ci ritroviamo in un punto della nostra vita nel quale il denaro non conta assolutamente niente. E quando ci arriviamo, ci rendiamo conto che c’è un bene molto più prezioso.

La morte e l’importanza del tempo

Non esiste niente di più democratico della morte.

In quel momento, il tuo conto in banca e gli oggetti che hai accumulato non valgono assolutamente niente. Ognuno di noi prende percorsi di vita differenti, ma arrivati a quel punto siamo tutti uguali.

E con una certezza quasi assoluta, posso dire che qualsiasi persona in procinto di morire pensi che il bene più importante non sia il denaro, ma il tempo. Se potesse, darebbe via tutto ciò che possiede per avere più tempo.

I soldi si possono accumulare e perdere. Si può essere ogni giorno più ricchi o più poveri. Gli oggetti si acquistano, si rompono e si buttano per acquistarne altri.

Si può sempre trovare un modo per aumentare il proprio denaro o i propri beni, ma non c’è nessun modo per aumentare il proprio tempo a disposizione.

Sembra scontato, vero?

Eppure non lo è. Pensaci: fin da piccoli siamo stimolati a inseguire tante cose, ma non il tempo.

Ci viene detto di studiare per ottenere un bel lavoro, che ci permetta di comprare una casa grande e un’automobile potente. Quando diventiamo adulti, quell’istinto è ancora dentro di noi, più forte che mai, infatti non scegliamo il lavoro che più ci piace e gratifica, ma quello che paga meglio.

Il falso mito che vuole la ricchezza materiale uguale alla felicità ci contagia da piccoli e ci spinge, da grandi, a non dire mai di no di fronte all’opportunità di fare soldi. Anche quando non ne avremmo alcun bisogno. Anche a scapito delle nostre relazioni, delle nostre passioni e della nostra salute.

Più lavoriamo e più siamo euforici, perché non pensiamo ad altro che al denaro che guadagneremo. Ma in realtà si tratta di un’illusione. Forse la più grande illusione dei nostri tempi.

Mentre insegui il denaro, il tempo passa inesorabile

Lavori, lavori e lavori, inseguendo una ricchezza che non sarà mai sufficiente. Perché se quando hai zero ti sembra fantastica la prospettiva di avere 100, quando finalmente hai 100 pensi che sarebbe grandioso avere 1.000. E quando arrivi a 1.000 ti chiedi: “Perché non arrivare a un milione?”

Nel frattempo, il tempo passa. Inesorabile.

Le giornate filano via senza lasciare traccia. Sono tutte maledettamente uguali, perché si basano su attività ripetitive: ogni giorno ti rechi in ufficio e ripeti sempre le stesse azioni. Giorno dopo giorno, decennio dopo decennio.

Ci sono persone molto fortunate, che adorano il proprio lavoro. In loro ho sempre visto una felicità rarissima: quella di occupare il proprio tempo e guadagnarsi da vivere facendo ciò che si ama. La stragrande maggioranza degli esseri umani, però, non è felice del proprio lavoro.

Il paradosso di preferire il denaro al tempo

Tanti si svegliano ogni mattina con il malumore e si presentano in ufficio nervosi. Quando capiscono di essere insoddisfatti, hanno una sola possibilità per tirare avanti: anestetizzare la mente.

Rendere la mente impermeabile a quei pensieri pericolosi (uno su tutti: “non è che sto buttando la mia vita?”) è l’unico modo per continuare ad inseguire il guadagno materiale. Ed è quello che tutte le istituzioni ci mettono in testa fin da piccoli: la fatica, le rinunce, le sofferenze, il mito del “portare la croce” sono caratteristiche necessarie per venire ricompensato (forse) un domani.

Ma il denaro che ricevi in cambio non è in grado di comprare il tempo perso ad essere infelice e insoddisfatto. Uno dei più grandi paradossi dei nostri tempi risiede nel pensiero fisso di milioni di persone quando sono sul posto di lavoro:

“Spero che oggi il tempo passi in fretta”

Non è forse assurdo? Come si può sperare che l’unico bene impossibile da recuperare o acquistare finisca velocemente? Sembra pura follia, eppure, quando si è accecati dall’idea di guadagnare soldi, anche questo ragionamento appare sensato. Purtroppo non lo è. L’idea che la felicità sia legata al denaro, si basa su un’altra grande illusione.

Non invidi i soldi dei milionari, ma il loro tempo

Tutti invidiano i milionari, ma per il motivo sbagliato. Crediamo di ammirare le loro vite per i soldi che hanno in banca, in realtà non è così: ciò che invidiamo è il tempo che hanno a disposizione.

Sai perché vorresti essere il milionario di turno su Instagram? Perché possiede il tempo di fare ciò che vuole.

Gran parte delle persone sono costrette a lavorare almeno cinque giorni su sette, spesso otto ore al giorno. È un’attività logorante, che priva di energie e tiene lontani i nostri sogni di felicità.

Ciò che differenzia davvero i milionari da tutti gli altri non sono le auto di lusso e le ville con la piscina. Il loro bene più prezioso non è il denaro, ma il tempo che hanno a disposizione per fare ciò che vogliono.

Il denaro, di per sé, non rende felici. Se lo crediamo è perché ci siamo fatti convincere che avere tanti soldi significhi avere più tempo da dedicare a noi stessi, ai nostri cari e alle nostre passioni. In realtà la felicità si trova ben lontana dalla superficialità del materialismo.

La felicità è nelle emozioni, non nelle cose

Pensa ai momenti più belli della tua vita. Scommetto che nessuno di questi è strettamente legato a un oggetto o al denaro. È una domanda che ho posto più volte nel corso della mia vita e dei miei viaggia persone da tutte le parti del mondo(ne parlo ampiamente nel mio libro “Le coordinate della felicità“).

Ogni volta che ho chiesto “qual è stato il momento più felice della tua vita?” ho ricevuto risposte di ogni tipo, ma in nessun caso mi è stato detto “quando ho comprato l’ultimo iPhone” oppure “quando ho ricevuto lo stipendio“.

Mi è stato risposto “quando mi sono laureato“, oppure “quando ho fatto il cammino di Santiago” o ancora “quando sono diventata madre“. Una ragazza mi ha parlato con gli occhi pieni di gioia di quando ha ricevuto la prima proposta di lavoro dopo essersi licenziata per diventare una freelance. Anche in questo caso, non è stato il denaro che avrebbe ricevuto a renderla felice, ma la soddisfazione personale di aver realizzato un sogno. Una sensazione che conoscevo molto bene visto che solo da pochi mesi ero diventato anche io un nomade digitale che vive viaggiando.

Uno dei motivi per cui ho aperto Mangia Vivi Viaggia è condividere il vero senso della felicità, che non sta nelle cose, ma nelle esperienze, nelle sensazioni, nel rapporto con gli altri. Niente di tutto ciò deve per forza avere a che fare con il denaro. Se crediamo che i soldi facciano la felicità è solo perché ci illudiamo che ci siano in grado di comprare quelle emozioni.

La felicità, spesso, è gratis.

La felicità non è costosa

In certi casi il denaro aiuta a essere felici. È inutile negarlo. Ad esempio, se hai sempre desiderato visitare il campo base dell’Everest in Nepal, sai benissimo che devi avere da parte almeno qualche migliaio di euro per arrivarci.

La vera domanda è un’altra: è davvero necessario essere ricchi per essere felici?

La risposta è una sola: no. Non devi avere molto per vivere bene.

Moltissime esperienze meravigliose sono gratuite (o quasi). Ci fanno sentire vivi, pieni di gioia, realizzati. Ci rendono felici, insomma, pur non essendo oggetti costosi. Pensa a quando ti sei innamorato per la prima volta, oppure a quando hai raggiunto un importante traguardo personale o semplicemente a quando hai fatto ridere un’altra persona.

Quanto eri felice in quei momenti?

Riempi la tua vita di emozioni e sarai felice

Si può essere davvero felici anche senza avere niente. C’è chi vive di sole emozioni ed esperienze. E se ti sembra di non esserne in grado, magari perché sei stato corrotto da anni di educazione improntata al consumo e all’importanza del denaro, puoi anche costruirti la tua felicità spendendo poco.

Sai quanto costa un viaggio nel sud-est asiatico con lo zaino in spalla? Io lo so bene, perché negli ultimi anni ho girato questa zona del mondo in lungo e in largo (se ti interessa approfondire l’argomento, ho dedicato diversi capitoli del mio libro a questi viaggi tra Vietnam, Thailandia, Laos, Cambogia, Indonesia etc) e ti posso assicurare che si spende poco. Se vuoi, spendi pochissimo.

Ciò significa che vivrai una pessima esperienza? Tutt’altro: con un budget ben inferiore ai mille euro puoi visitare luoghi meravigliosi e conoscere persone da tutto il mondo. Ci sono migliaia di viaggiatori che indicano in quell’avventura low cost il momento più bello della loro vita.

Quando viaggi ti capita di fermarti e sorridere, senza alcun motivo. Ti viene da pensare che la vita sia bellissima.

Devi essere milionario per provare queste sensazioni?

No. Ti bastano pochi soldi, se non addirittura nessuno.

La felicità è nel tempo, non nel denaro

Ciò che ti serve davvero è il tempo. Il tempo di viaggiare, esplorare, conoscerti, innamorarti, sentirti pieno di vita. Il tempo è il bene più prezioso che abbiamo e dovremmo dargli la nostra priorità.

Dovremmo scegliere un lavoro che ci tenga occupati il minor tempo possibile, oppure un lavoro che ci piaccia profondamente e valorizzi il tempo che abbiamo a disposizione.

Un’esistenza vissuta a pieno non è quella di chi passa quarant’anni rinchiuso in quattro mura a digitare cifre di fronte a uno schermo. Quando vai in pensione e sei privo di forze, non saprai che fartene di tutti i soldi accumulati.

Quello che ho capito incontrando sulla mia strada molti folli e sognatori, gli stessi che racconto sulle pagine di questo sito, è che il vero scopo della vita non può mai essere il semplice arricchimento monetario. Ciò che ci farà sorridere, da anziani, sarà guardarci indietro senza rimpianti ma con il cuore pieno di ricordi meravigliosi.

Non si può comprare la consapevolezza di aver dato un senso al nostro percorso su questa terra.

Imparare ad essere come il tempo

È vero: cercare di avere più tempo libero non è facile. Ma vale la pena provarci, perché il tempo scorre inesorabile. Al tempo non importa niente del denaro, delle responsabilità, delle apparenze, di ciò che gli altri ritengono giusto.

E a volte anche noi dovremmo essere come il tempo: smettere di pensare agli obblighi, alle responsabilità e a “ciò che è giusto“. A volte, semplicemente, dovremmo scorrere inarrestabili verso la nostra felicità.

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La ricerca della felicità è qualcosa di antico come l’uomo. Da millenni ci interroghiamo su cosa sia, come si raggiunga e come si mantenga quella sensazione così effimera e meravigliosa che chiamiamo felicità.

Al giorno d’oggi c’è una tendenza diffusa a credere che il fine ultimo di questa ricerca sia il denaro.

Quante volte abbiamo sentito dire che il denaro rende felici? Per assurdo, però, questa idea nasce quasi sempre in coloro che non ne hanno tanto.

Perché in quanto esseri umani tendiamo sempre a desiderare ciò che non abbiamo e a vedere in ciò che non riusciamo a ottenere la soluzione a tutti i nostri problemi.

Che sia il partner giusto, un’automobile sportiva, una casa più grande, vestiti più costosi o, molto semplicemente, sempre più soldi.

Ma i soldi fanno davvero la felicità?

Il denaro di per sé è veramente in grado di regalarci quel mix di sensazioni meravigliose che ci fanno sorridere con il cuore?

Questa è una domanda che si pongono tantissime persone. Tra queste c’era anche una coppia statunitense che ha trovato una risposta certa viaggiando.

Si chiamano Corey ed Emily e dopo un lungo percorso personale sono ormai sicuri: non è la ricchezza materiale che porta felicità. È un tipo di ricchezza diverso, molto più complesso e astratto.

Corey ed Emily sono nati e cresciuti negli Stati Uniti, ma (come tanti altri) si sono presto sentiti traditi dal “sogno americano”: seguire il percorso tradizionale fatto di scuola, lavoro, famiglia e ferie forzate non li aveva resi per niente realizzati.

Così, un giorno hanno deciso di mettere in discussione tutta la loro vita.

La Vanlife di Corey ed Emily

“Il nostro esperimento nasce nel 2013”, raccontano sul loro blog. “Ci siamo chiesti: è possibile vivere una vita nomade e avventurosa, ma nel frattempo lavorare in remoto per guadagnarci da vivere?Quali opportunità e sfide nasceranno da questa scelta di vita? Cosa impareremo? E soprattutto, ne varrà la pena?”

Come tante altre persone in tutto il mondo, Corey ed Emily cercavano una vita che li soddisfacesse e li realizzasse, perché quella tradizionale non faceva altro che deprimerli.

Così, sono partiti.

“Alla fine abbiamo deciso di vagare alla ricerca di avventura, libertà e verità“, raccontano. “Abbiamo finanziato la nostra nuova vita lavorando in remoto dal computer. Ci sono stati tanti sali e scendi… meteo inclemente, crisi, ossa rotte, meraviglia, bellezza, coraggio, nuove prospettive e nuovi amici. Oggi siamo in viaggio no-stop da quattro anni“.

La coppia ha passato quattro anni on the road mantenendosi come sviluppatori web e guide di trekking. Lo ha fatto a bordo della loro casa mobile: un van Volkswagen Westfalia del 1987 che hanno ribattezzato “Boscha”.

Con questo mezzo, Corey, Emily e il loro cane Penny Rose hanno viaggiato per oltre 100.000 chilometri nel continente americano.

Hanno vissuto la vera Vanlife, fatta di pochi beni materiali ma tanto amore ed emozioni quotidiane.

Hanno scoperto luoghi straordinari, dormito sotto le stelle e apprezzato il potere infinito della natura, che sa come far sentire piccoli e insignificanti i problemi di tutti i giorni.

Cosa hanno imparato da questo lungo viaggio che è diventato la loro vita? Soprattutto due lezioni.

#1 La vita è qui e ora 

La prima è che “niente è impossibile e niente è garantito“. Per questo motivo, tutto va apprezzato al massimo in ogni secondo. Rinunciare ai propri sogni è una tragedia, perché nulla dura per sempre. Se desideri qualcosa, fai di tutto per ottenerla il prima possibile e goditela al massimo.

#2 La felicità è una questione di ricchezza interiore

La seconda lezione che hanno imparato riguarda la felicità.

Dopo quattro anni passati a vivere on the road, la coppia è certa che la felicità si ottenga con la ricchezza, ma non quella materiale: quella strettamente personale, emotiva e spirituale.

Vivere in un van significa non avere molto ma al tempo stesso avere tutto ciò di cui si ha bisogno. È tutta una questione di prospettiva:

“Io possiedo una casa”, dice Emily. “È una casa bianca, e ha persino un piano superiore e una cucina completa. Si può dormire tranquillamente in quattro, nella mia casa. Però ha quattro ruote. La mia casa è un Volkswagen Vanagon. È stupenda, ma non nel senso di bellezza che va di moda oggi”.

Secondo la coppia, il problema che attanaglia molte persone infelici al giorno d’oggi riguarda proprio l’incapacità di accettare punti di vista alternativi.

Così come Emily vede in un veicolo con quattro ruote una casa, tutti dovrebbero cambiare prospettiva per scoprire la felicità. E il primo passo è cambiare prospettiva sul concetto di ricchezza:

“Siamo davvero ricchi quando lavoriamo non solo per i soldi, ma per uno scopo. Quando usciamo dalla nostra comfort zone per cercare l’avventura. Quando seguiamo le nostre passioni e accettiamo le nostre differenze. Quando facciamo del nostro benessere la priorità e realizziamo che le opinioni degli altri non sono una nostra responsabilità”.

La felicità è tutta una questione di ricchezza interiore, quella che ti riempe il cuore di emozioni intense e la mente di ricordi preziosi e indimenticabili.

Ognuno di noi deve puntare alla propria personale felicità. Per Corey ed Emily si tratta della Vanlife:

Viviamo in un van semplicemente perché è ciò che amiamo fare. Questa scelta di vita ci ha aiutati a trovare la vera ricchezza”.

Segui Corey ed Emily su Instagram

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Ci hanno fatto credere che “il grande amore” capita solo una volta, in genere prima dei 30 anni. Non ci hanno invece detto che l’amore non risponde a nessun ordine e non arriva in un momento preciso.

Ci hanno fatto credere che ognuno di noi ha un’anima gemella e che la nostra vita ha senso solo se la incontriamo. Non ci hanno detto che siamo nati già completi, che non abbiamo bisogno di nessuno per perfezionarci.

Ci hanno fatto credere nella formula “due in uno”: due persone che pensano allo stesso modo e agiscono allo stesso modo fanno sempre funzionare le cose. Non ci hanno detto che questo, in realtà, si chiama “annullarsi” e che, solo avendo una personalità individuale, potremo avere una relazione sana. Ci hanno fatto credere che il matrimonio è obbligatorio e che i desideri al di fuori di esso devono essere repressi.

Ci hanno fatto credere che le persone belle e magre sono più amate. Ci hanno fatto credere che c’è un’unica formula per essere felici, la stessa per tutti, e che coloro che la evitano sono condannati a restare al margine della vita.

Non ci hanno raccontato che le formule di questo tipo sono sbagliate, che ci rendono persone frustrate e alienate e che a esse ci sono delle alternative.

Nessuno vi dirà nulla di tutto ciò, ognuno di voi lo dovrà scoprire da solo. Da quel momento in poi, quando sarete sufficientemente innamorati di voi, potrete essere felici ed innamorarvi di qualcun altro.

“Viviamo in un mondo in cui ci nascondiamo per fare l’amore, mentre la violenza e l’odio si diffondono alla luce del sole”. – John Lennon

Abbiamo dimenticato il nostro posto nel mondo. Abbiamo paura di non realizzare le aspettative, di non trovare l’amore della nostra vita, di non trionfare, di non raggiungere le mete, di non nascere, crescere e riprodurci.

In fin dei conti, ci siamo sottomessi a ciò che gli altri si aspettano da noi. Siamo arrivati a un punto nel quale non sappiamo né rispettarci né pensare a noi stessi. Non siamo in grado di mostrare la parte più meravigliosa che c’è dentro di noi.

Non potete vivere senza di voi

Imparate a dire “mi amo” prima di dire “ti amo”: il vostro amore si fortificherà.

Ricordatevi che senza di voi non potete fare niente. Non potete vivere, respirare, sorridere, innamorarvi, … Questo ragionamento, apparentemente così ovvio e semplice, nasconde una premessa fondamentale che dovrebbe sempre guidare la vostra vita: prendetevi cura di voi stessi e, se necessario, aiutate gli altri affinché si prendano cura di loro.

Offrendo totalmente la nostra vita e il nostro coraggio agli altri e alla loro felicità, otteniamo poco o niente. Ciò non significa che dobbiamo infischiarcene degli altri, ma che dobbiamo raggiungere un equilibrio e non dimenticarci dell’importanza di focalizzarci sulla nostra crescita personale.

Le radici del nostro albero

“Se l’amore fosse un albero, le radici sarebbero il tuo amor proprio. Quanto più ami te stesso, più frutti per gli altri darà il tuo albero e più a lungo durerà.”

Walter Riso

Far sì che la cura di noi stessi si rifletta sugli altri non è facile, ma ne vale la pena.Quando si parla d’amore, c’è sempre qualcosa da guadagnare; a questo scopo, dobbiamo prenderci cura delle nostre radici innaffiando il nostro albero: solo così potrà diventare grande e forte.

Quando il vostro “io” interiore viene trascurato, tutto ciò che sta attorno a voi ne risente. Non potete permettere a voi stessi di dare tutto agli altri e rimanere vuoti dentro, poiché, così facendo, si creerà in voi un sentimento di tristezza insopportabile.

Perciò, innamoratevi prima di tutto di voi stessi, prendetevi cura di voi. Amate la vita per poter amare in maniera piena e senza dipendenze. Dovete coltivare la vostra felicità, per poi essere capaci di condividerla con gli altri. Se date affetto al vostro albero e lo innaffiate tutti i giorni, i suoi frutti cresceranno sani e colmi di energia positiva.

Immagine principale per gentile concessione di AJCass

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