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La vita degli organismi vegetali prevede forme di comunicazione e interazione che presentano sorprese. Le radici segnalano allarmi e creano alleanze tra specie diverse


Gli alberi cantano. Le piante si scambiano regali. I semi prendono decisioni. A sostenerlo non è qualche profeta del pensiero new age, ma una pattuglia di botanici che scrivono libri di successo e pubblicano studi su riviste prestigiose. La scienza dispone ormai di strumenti tecnologici avanzati per studiare la vita segreta delle piante. E noi cittadini urbani siamo abbastanza stanchi di smog e cemento da aver voglia di guardare le nostre amiche clorofilliane con occhi nuovi.

Esseri sociali

Provate per un attimo a «sentirla» la vita vegetale, come il barone rampante di Calvino che viveva in mezzo agli alberi. Non possono spostarsi, ma cambiare lentamente forma sì. Non hanno neuroni e non sono capaci di astrazioni, ma sono esseri sociali. Altro che stato vegetativo, le piante non sono immobili, passive né isolate come siamo abituati a figurarcele. Un lavoro pubblicato recentemente su Pnas sostiene che nei semi esistono cellule che decidono se germogliare, in modo simile a un gruppo di amici che si accorda per andare al cinema. Mentre è noto che la cosiddetta Venere acchiappamosche è capace di contare. La sua trappola non scatta al primo stimolo, aspetta altri contatti a intervalli ravvicinati, per ridurre il rischio di scattare a vuoto. Certo è solo un fenomeno elettrico, ma assomiglia a una computazione.

Nouvelle vague verde

Se si scomoda la categoria dell’intelligenza vegetale gli studiosi classici finiscono per litigare con i biologi della nouvelle vague verde, che in Italia ha come capofila Stefano Mancuso. Ma su un punto gli studiosi sembrano d’accordo: la botanica sta attraversando una fase di vitalità dinamica. «Con gli approcci figli della genomica è possibile studiare la biodiversità delle molecole. Il linguaggio delle piante è chimico, si esprime nel metabolismo secondario e stiamo imparando a decifrarlo», spiega Renato Bruni, botanico dell’Università di Parma e autore di diversi libri tra cui Le piante son brutte bestie ed Erba volant. L’importante è stare attenti a non antropomorfizzare troppo. «La bellezza delle piante sta nell’essere diverse da noi, aliene», dice Bruni.

Tattiche efficaci

Sotto le foreste c’è una fitta trama di interazioni radicali che è stata soprannominata «wood wide web» come se fosse un’Internet del mondo vegetale. Questa rete consente il passaggio di molecole utili anche tra specie diverse come betulle e abeti, per accorgersene basta tracciarle radioattivamente. Se fossero persone, diremmo che si scambiano dei doni. Alcune tattiche di interazione sono risapute: le piante inviano messaggi seduttivi agli impollinatori, ripagando i loro servizi in nettare, mentre usano sostanze repellenti per tenere alla larga i predatori. Ma le sceneggiature si stanno facendo via via più complicate. Siccome i nemici dei nemici sono amici, quando si è sotto attacco può valere la pena di mostrarsi dolci per attirarli. In altri casi succede il contrario: lo zucchero può essere allontanato dalle foglie vicine a quelle morse da un bruco, per renderle meno appetibili. E se altre piante lì vicino captano nell’aria il segnale d’allarme, meglio per loro: sono avvisate e mezze salvate.

Suoni nella foresta

Fra le scoperte che colpiscono l’immaginazione c’è il fatto che le conifere, in condizioni di siccità, emettono dei suoni per un fenomeno fisico legato al movimento dei fluidi (cavitazione). La musica degli alberi è affascinante, anche se questi schiocchi sono segnali di difficoltà e attirano parassiti pronti a sfruttare l’occasione. Le letture belligeranti comunque sono riduttive, sostiene la rivista Nature Plants. Le piante a volte avviano negoziati con parassiti e patogeni, più che campagne militari. E in fondo è proprio questo che ci piace: che si stringano alleanze tra piante e microrganismi e anche tra piante compagne. «Dopo tanti documentari sulla lotta per la sopravvivenza, con la gazzella che deve correre più veloce del leone, abbiamo la possibilità di una narrazione alternativa. Più amichevole, incentrata sulla cooperazione», conclude Bruni.

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Il direttore del laboratorio Internazionale di Neurobiologia vegetale: «Gli alberi nutrono i semi come i genitori farebbero con un bimbo. E sono organismi pionieri: viaggiano e reagiscono al cambiamento del clima innalzandosi per cercare il fresco»

di Walter Veltroni


Sono rimasto affascinato dal pensiero del professor Stefano Mancuso, direttore del laboratorio Internazionale di Neurobiologia vegetale, leggendo due suoi libri pubblicati da Laterza: «L’incredibile viaggio delle piante» e «La nazione delle piante» che contiene una singolare ipotesi di Costituzione immaginata sui «valori» del mondo vegetale.

Come guardare, da uomini, alla vita delle piante?
«Esiste un problema generale di relazione con le piante. Noi siamo animali, tutto quello che abbiamo costruito, immaginato, visto, è costruito su come noi siamo fatti. Guardiamo l’universo solo dal nostro punto di vista».

L’antropocentrismo…
«L’antropocentrismo. Quello che diverge viene valutato come un handicap. Noi siamo lo standard, ciò che è diverso da noi è indice di incompiutezza, di incomprensibile diversità. Se altre forme di vita non sono “perfette” come noi, sono anomale. Le piante, poi: non hanno organi, non si muovono… Tanto che diciamo “in stato vegetativo” per dire quando siamo prossimi all’inorganico, alla fine. Se guardiamo alle piante da questo punto di vista, non le capiremo mai. Perché sono una forma di vita differente».

Gli uomini migrano, gli animali migrano, le piante sono lì. E apparentemente non migrano.
«Invece le piante sono gli organismi pionieri per eccellenza, sembra incredibile. Certo, se noi guardiamo alla vita della singola pianta, allora la singola pianta è stanziale, è radicata e non si sposta. Ma si muove, anche se non si sposta. Nel caso delle piante dobbiamo guardare in termini di comunità. Nel mondo vegetale non esiste il puro individuo, come concetto. Va visto il flusso delle generazioni. Le piante migrano in maniera che non ha eguali nel resto del mondo dei viventi. Pensi che, in conseguenza dei cambiamenti climatici, le piante hanno iniziato ad alzarsi, a migrare, a viaggiare, per sopravvivere».

Come viaggiano le piante?
«Viaggiano attraverso i semi. Usano sempre dei vettori. Approfittano di ciò che ha possibilità di movimento: l’acqua, l’aria, animali, uomini. Si muovono per chilometri e per anni, raggiungono continenti lontani e lì si adattano a vivere. La loro “intelligenza” ha inventato migliaia di modi di diffondere la vita».

Le piante reagiscono ai cambiamenti climatici?
«Un innalzamento della temperatura di mezzo grado impedisce, ad esempio nella zona del Sahel, la coltivazione. Ogni mezzo grado di temperatura in più, cento chilometri che prima erano coltivabili non lo sono più. Quindi le persone che vivevano lì, in quei cento chilometri, non possono sopravvivere, e per questo migrano. Le piante rispondono esattamente agli stessi stimoli e agli stessi input. Siccome fa più caldo, i luoghi originali di crescita di queste piante non sono più adatti alla loro sopravvivenza, le piante si spostano. Si spostano in altezza. Così negli ultimi trenta anni abbiamo avuto in Catalogna l’innalzamento del leccio e tante piante di altre specie hanno iniziato ad alzarsi di varie centinaia di metri».

Perché si alzano?
«Perché fa più fresco. Cercano di ritrovare il loro ambiente naturale alzandosi».

Una reazione umana…
«È una reazione biologica. Perché migriamo noi? Perché esiste la migrazione? Perché l’ambiente non è stabile. L’ambiente non è immutabile. È in continuo movimento e in continua evoluzione. E le specie, tutte le specie, dai batteri fino ad arrivare all’uomo, si muovono cercando sempre le zone dove le condizioni ambientali sono migliori. La scarsa conoscenza della biologia, di come funziona la vita, ci impedisce di comprendere che alcuni meccanismi base sono fondamentali alla sopravvivenza. La migrazione è fondamentale per permettere alle specie di sopravvivere. È chiaro che non si può pensare di impedire un meccanismo base. Come se io dicessi: da domani, siate cortesi, non respirate più».

Il mondo vegetale sviluppa un senso di comunità?
«Sì. Il principe russo Kropotkin, famoso soprattutto per le sue tesi sull’anarchismo, era anche un grandissimo biologo. Scrisse un libro bellissimo, anche per confutare lo stravolgimento del pensiero di Darwin, nelle teorie del darwinismo sociale che poi degenerarono nell’orrore dell’eugenetica. Tesi che, ci tengo a precisare, non avevano nulla a che fare con il pensiero di Darwin. Darwin sosteneva che, nella sfida per la sopravvivenza, a prevalere fosse il più adatto, non il più forte o il più aggressivo. Il darwinismo sociale, al contrario, riduce tutta la vita a una spietata competizione, in cui il più forte vince. Da questa errata concezione dell’evoluzione sono nati molti orrori della storia. Kropotkin era un biologo molto più fine di questi pseudo seguaci di Darwin. Lui disse: “No, guardate che la vita è una cosa diversa, la vita è soprattutto condivisione”. Usava questo termine meraviglioso “mutuo appoggio”. È bellissimo».

Qual è il mutuo appoggio tra le piante?
«Immagini un bosco, un bosco originale, non piantato dall’uomo. Quel bosco è come se fosse un organismo unico. Cioè non costituito da tanti individui ma da una rete di piante che sono connesse le une con le altre. Possono essere direttamente connesse, attraverso le radici, a centinaia, letteralmente centinaia, di piante vicine. Qual è il mutuo appoggio? Il mutuo appoggio sta nel fatto che attraverso queste radici le piante si scambiano informazioni sullo stato dell’ambiente, e si scambiano nutrienti, acqua. Immagini un semino che cade in una foresta, un luogo buio. Il seme, prima di poter arrivare ad un’altezza tale da poter fare la fotosintesi, deve attendere molti anni. Come fa questo seme a vivere? È l’infanzia dell’albero. Lei non ci crederà ma in quel momento sono gli alberi adulti che lo alimentano, attraverso le connessioni radicali. Si chiamano cure parentali. E se consideriamo le cure parentali come un indice di complessità della specie come definire allora la straordinaria capacità “genitoriale” delle piante?».

Altri casi di «mutuo appoggio»?
«Le piante sanno soccorrere quelle, tra loro, che sono più deboli. Sembra poesia, ma è realtà. Una mia collega, si chiama Suzanne Simard, ha fatto uno straordinario esperimento… Cosa fa Suzanne? Va in un meraviglioso bosco di abeti del Canada, prende un abete adulto di venti metri e, facendosi aiutare da alcuni suoi studenti, lo isola completamente dall’atmosfera, mettendolo all’interno di un enorme pallone trasparente. All’interno di questo pallone fa entrare anidride carbonica marcata. Di modo che se ne potesse seguire il destino. Una settimana dopo, lo zucchero, l’energia che queste piante avevano prodotto, lo si trovava sparso in una grande zona della foresta. Dove l’aveva diffusa? Soprattutto, ecco il “mutuo appoggio”, negli individui giovani e deboli».

Esiste la cattiveria tra le piante? Come tra gli animali, tra gli uomini…
«La cattiveria è una categoria animale. Gli animali per nutrirsi sono obbligati a uccidere altri esseri viventi. Da questa necessità di uccidere proviene originariamente la nostra sete di potenza, sopraffazione. Il dominio sugli altri è in un certo qual modo connaturato nell’essere animale. Le piante invece hanno sviluppato un modo di sopravvivenza differente. Prendendo tutto ciò di cui hanno bisogno dalla luce del sole, non hanno necessità di sopraffare per vivere. Mentre gli animali hanno, come spinta primordiale, quella di dover sopraffare altri esseri viventi per sopravvivere, le piante hanno al contrario la necessità di unirsi agli altri per esistere. Per questo hanno sviluppato il “mutuo appoggio” non soltanto con le altre piante, ma anche con tutti gli altri esseri viventi. Le piante hanno mutui appoggi con i batteri, con i funghi, con gli insetti, con gli animali superiori, anche con noi, ovviamente».

Le piante carnivore e quelle velenose sono le pecore nere?
«Che cos’è una pianta carnivora? È una pianta che si è trovata a crescere in un luogo in cui mancava qualcosa di fondamentale per la vita. Molto spesso l’azoto. Nelle paludi, per esempio, il ciclo dell’azoto non si può concludere e le piante si trovano senza un elemento fondamentale per la vita. E allora scelgono la soluzione semplice: prenderlo da altri esseri viventi. È il paradosso: quando cerchiamo la cattiveria delle piante la rintracciamo nell’ unico caso di comportamento “animale”».

C’è un elemento sistemico nelle piante?
«Noi animali siamo individui. La parola viene dal latino: in dividuus, non divisibile. Se taglio in due un uomo o un cane, muore. La pianta no. La pianta non è un individuo, la pianta è una rete. La pianta non è un individuo, è una colonia. Una pianta è una rete in sé e per sé, un bosco è una rete di reti. La topografia di Internet è identica alla topografia di una rete vegetale. Perché? Perché nasce esattamente per lo stesso motivo. Internet nasce per sopravvivere: era una rete militare che doveva essere in grado di sopravvivere ad un attacco che colpisse il comando centrale. Quindi diffusero i centri nevralgici. Le piante sono tutte diffuse, sono vere e proprie reti perché devono resistere alla predazione».

Facciamo un esempio di intelligenza delle piante: Cernobyl.
«Dopo l’esplosione alcune foreste diventarono completamente rosse e morirono. Quei trenta chilometri della zona di esclusione erano persi, morti. Oggi, invece, quell’area conosce la più alta biodiversità del nord Europa. In quella zona sono tornati lupi, alci, linci, orsi e soprattutto un’incredibile quantità di piante. Le foto di Prypjat prese dai droni oggi mostrano la città completamente sommersa dagli alberi. A Cernobyl le piante non solo crescono. Hanno assorbito la maggior parte degli elementi radioattivi che sono stati prodotti dall’esplosione, dalla fusione del nucleo e li hanno stoccati all’interno del corpo della pianta stessa. Le piante puliscono l’ambiente all’interno del quale vivono e depositano i veleni all’interno del proprio corpo, come in un garage blindato. Il che da una parte ha reso vivibile di nuovo il contesto — è per questo che sono potuti tornare gli animali — dall’altra parte è anche un problema perché, se ci fosse un incendio, si libererebbero quelle scorie e avremmo di nuovo un effetto Cernobyl».

La tripartizione darwiniana: pietre, animali, piante, non la convince?
«Poco: il vero punto di demarcazione sta tra vita e non vita. Tra pietre e il resto. Ma la vita di tutti gli esseri viventi va vista come un solo unico evento. E questo ci permette di capire come mai siamo tutti connessi, come mai la vita sia un fenomeno sistemico, perché pensare di poterci astrarre dal destino comune sia un’illusione. La scienza è una grande risorsa: la vita media delle persone, grazie agli enormi progressi della medicina, sta aumentando in maniera inimmaginabile solo pochi decenni fa. È vero, è giusto. Ma i problemi della nostra sopravvivenza non riguardano, di nuovo, i singoli individui, ma la comunità dei viventi. Se non cambiamo immediatamente rotta, nel dissennato consumo delle risorse ambientali, sarà difficile arrivare al prossimo secolo».

L’immagine di quell’orso smarrito su un pezzo di ghiaccio alla deriva ci racconta del Global Warming meglio di tanti discorsi…
«Commozione nel vedere questi esseri viventi che stanno scomparendo. E immedesimazione perché, in un certo senso, ci stanno soltanto precedendo sulla stessa strada che noi abbiamo imboccato. Inconsapevoli ed egoisti. Questa generazione sta dissipando i beni primari dell’umanità. Fino al 1970 la terra ha consumato solo le risorse che riusciva a rigenerare. Il giorno in cui iniziava il deficit ambientale era infatti il 31 dicembre. Oggi la stessa quantità è consumata il primo di agosto. La violenza dei fenomeni naturali, i milioni di migranti ambientali, lo scioglimento dei ghiacciai… L’uomo che si è auto definito “sapiens” finge di ignorare ciò che egli stesso vive. Le previsioni, giudicate catastrofistiche, del rapporto del club di Roma nel 1972, si sono realizzate. Perché la situazione dovrebbe cambiare? Non cambierà. Se non facciamo una rivoluzione radicale del nostro modo di porci rispetto all’ambiente. Non abbiamo tempo. È oggi. Domani è troppo tardi».

Sembra che l’uomo non voglia accettare l’idea della finitezza delle risorse naturali.
«Le risorse su questo pianeta sono limitate, non infinite. Il pianeta è una piccola sfera, non è tutto l’universo. È come un’isola in mezzo al mare. Quando finisci il cibo sull’isola devi aspettare che ti arrivi da fuori. Ma non arriverà nulla, proprio nulla, da fuori. Noi sappiamo quando finiranno le risorse, lo sappiamo esattamente, ormai da decenni. Quando finirà il fosforo, quando finirà il cobalto, quando finirà il litio. E tutte queste risorse finiranno prima del petrolio. Noi siamo fissati con questa storia del petrolio che si esaurirà ma, prima ancora, saranno gli elementi che oggi costituiscono la benzina della modernità a finire. Cosa accadrà quando non ci saranno più risorse per far funzionare Internet?».

Finiamo con un apologo sull’interconnessione del nostro destino. La storia magnifica dei bombi…
«È una storiella scritta da Darwin. Diceva: perché ci sia tanto bestiame ci deve essere tanto trifoglio e perché ci sia tanto trifoglio ci devono essere tanti bombi che portano in giro il polline. E perché ci siano tanti bombi bisogna che ci siano pochi topi. Perché i topi mangiano le larve dei bombi. E perché ci siano pochi topi bisogna che ci siano tanti gatti. Quindi, diceva, per avere tante mucche, per produrre carne, bisogna che ci siano tanti gatti. Perché? Perché il gatto ammazza il topo, il topo che non mangia il bombo che impollina il trifoglio che fa vivere le mucche. La rete della vita. Siamo tutti legati da una comunità di destino».

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Ormai è cosa nota: il contatto con la natura ha effetti positivi sia sul nostro corpo che sulla nostra mente. Non a caso, l’ortoterapia è sempre più utilizzata nella cura di alcune patologie o stati emotivi, in particolare lo stress, ovviamente come supporto ad altri tipi di trattamenti.

Chi a casa propria, in giardino o sul terrazzo, si prende cura di piante e fiori probabilmente conosce già i benefici dell’ortoterapia. Curare le piante, mettere le mani nella terra, ammirare la bellezza della vita che cresce, il profumo dei fiori, ecc. sono tutti sistemi economici e semplici che abbiamo a disposizione per sentirci meglio.

L’hanno ormai capito anche diverse strutture e associazioni che si occupano di malati, tant’è che l’ortoterapia e i giardini terapeutici sono sempre più diffusi in tutto il mondo per sostenere diversi tipi di pazienti, quelli affetti da Alzheimer ma anche depressione, autismo o sindrome di Down.

Troviamo giardini di questo tipo, più o meno grandi e strutturati, in molti ospedali, hospice, case di riposo per anziani e istituti di vario genere.

Ortoterapia, benefici e a chi si rivolge

I vantaggi di mettere le mani nella terra, ma anche solo di essere circondati da piante e fiori o da alberi da frutto, sono molti: il contatto con la natura migliora l’umore, garantisce un maggiore benessere a 360° e aiuta la riabilitazione dei pazienti.

E’ un tipo di attività che può essere passiva o attiva. Nel primo caso gli utenti contemplano semplicemente la bellezza della natura, passeggiando o sedendosi all’interno del giardino (ad esempio in caso di pazienti su sedia a rotelle o oncologici gravi); nel secondo caso invece partecipano in prima persona alla realizzazione e alla cura dello spazio.

Nella maggior parte dei casi, i progetti di ortoterapia e i giardini terapeutici prevedono una partecipazione attiva dei pazienti che devono piantare, annaffiare, potare, ecc. insomma mettersi in gioco in prima persona per veder crescere il bello intorno a sé. Si tratta anche di un modo per rendersi utili, migliorare la propria autostima e, perché no, imparare un mestiere contribuendo al re-inserimento sociale di alcune tipologie di pazienti (in questo caso si parla di ortoterapia occupazionale).

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Come ha spiegato Maria Cristina Cesana, docente di ortoterapia presso la Scuola Agraria del Parco di Monza:

“Il verde offre stimoli attivi e partecipativi e distrae il paziente da uno stato di sofferenza e di stress in cui si trova. Naturalmente non si tratta di una cura vera e propria, ma di un aiuto a liberare la mente e il corpo, a recuperare un contatto con se stessi, con gli altri e con il mondo. I benefici possono essere di vario tipo. Possono essere fisici, perché stare nella natura migliora le capacità motorie, respiratorie e cardiovascolari. Possono essere intellettuali, perché la cura di questi spazi consente di acquisire nuove competenze, abilità e conoscenze. Possono essere di tipo emotivo, sviluppando l’autostima e un maggiore autocontrollo su stati depressivi o aggressivi. E infine possono essere sociali, perché il giardino migliora la comunicazione fra i diversi soggetti presenti nello spazio terapeutico”.

Ad ogni paziente il suo giardino

In Italia sono nate negli anni alcune scuole che formano professionisti in grado di occuparsi di ortoterapia, guidando un gruppo di pazienti e collaborando efficacemente con l’équipe medica che si occupa degli altri tipi di trattamenti. Vi è ad esempio la Scuola Agraria del Parco di Monza che offre un corso per diventare operatore, costituito da una parte pratica e una teorica. Tra le competenze di un professionista del genere vi è anche la capacità di progettare un orto o un giardino a seconda del tipo di utenza a cui si rivolge.

Infatti, gli spazi verdi devono tenere conto delle caratteristiche e delle esigenze delle diverse tipologie di persone che ne dovranno usufruire che possono essere:

  • anziani
  • malati di Alzheimer o Parkinson
  • pazienti psichiatrici
  • persone affette da autismo
  • disabili
  • ragazzi in situazione di disagio sociale
  • persone affette da depressione o in situazione di burnout
  • pazienti oncologici

Come spiega Maria Cristina, in un centro anziani:

il giardino deve favorire una fisioterapia naturale e una stimolazione cognitiva e mnemonica. Ma devono essere presenti tante panchine per consentire alla persona di sostare dopo aver percorso anche un breve tratto, il bagno deve essere vicino e facilmente accessibile e non devono esserci da nessuna parte piante o frutti potenzialmente tossici”

giardini terapeutici

I giardini per i depressi o i malati psichiatrici non prevedono alcun tipo di pianta o oggetto con cui le persone potrebbero farsi del male, mentre quelli per chi è affetto da Alzheimer non devono utilizzare alcuni colori (in questa malattia vi è una compromissione visiva) e devono permettere la completa visuale dei pazienti agli operatori.

Come avrete capito, l’ortoterapia è una bellissima tecnica che consente una riabilitazione fisica ma anche psicologica di particolari categorie di persone che ne hanno bisogno. Ci auguriamo quindi che si diffonda sempre più capillarmente nelle strutture, ospedaliere e non, del nostro paese.

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L’ecologa Suzanne Simard ha trascorso più di 30 anni a studiare le foreste canadesi facendo una incredibile scoperta: gli alberi “parlano fra di loro”, attraverso una vera e propria rete
di comunicazione sotterranea che si estende anche su lunghe distanze.
Una foresta è molto più di quel che si vede, afferma Suzanne Simard, ecologa che ha studiato per una vita le foreste canadesi. Sotto la superficie c’è un altro mondo, fatto di infinite vie biologiche attraverso cui gli alberi si connettono fra di loro e comunicano, comportandosi come parti di un unico grande organismo.
Venticinque anni fa, i primi esperimenti della Simard si concentrarono su tre specie: la betulla da carta, l’abete di Douglas e il cedro rosso del Pacifico. Usando degli isotopi di carbonio radioattivo per tracciare lo spostamento del carbonio tra le varie piante, rilevò come la betulla e l’abete comunicassero attivamente fra di loro, mentre il cedro si teneva in disparte.
In estate, la betulla inviava più carbonio all’abete di quanto questo ne inviasse alla betulla, soprattutto quando l’abete si trovava all’ombra. Ma in altri periodi dell’anno era invece l’abete a inviare più carbonio alla betulla, quando questa non aveva le foglie. Quindi, le due specie si aiutavano l’una con l’altra, ribaltando l’idea che le piante di una foresta siano in competizione, dimostrando come invece collaborino fra loro.
Come comunicavano la betulla e l’abete? La loro interazione avveniva non solo sul piano del carbonio, ma anche dell’azoto, del fosforo, dell’acqua, dei segnali di difesa, dei composti allelochimici e degli ormoni. Già altri scienziati avevano capito come dietro questa comunicazione potesse esserci la “micorriza”, l’associazione simbiotica tra un fungo e le radici di una pianta.
Quando vediamo i funghi, vediamo solo la punta dell’iceberg. Sotto di essi si diramano i filamenti fungini che formano il micelio, il quale infetta e colonizza le radici di tutte le piante e degli alberi.Quando le cellule fungine interagiscono con quelle radicali (delle radici) si verifica uno scambio di carbonio e nutrienti. La rete è così densa che possono esserci centinaia di chilometri di micelio sotto pochi passi. In pratica, il micelio connette diversi individui nella foresta, non solo della stessa specie ma anche di specie diverse, come appunto l’abete e la betulla: funziona più o meno come la rete Internet.
Costruendo la mappa di una parte della foresta canadese, Simard ha individuato in che modo i vari abeti di Douglas fossero connessi fra di loro, tramite i collegamenti fungini. Ha anche individuato come ci siano degli “alberi hub” o “alberi madre” che rappresentano i nodi principali della rete di comunicazione: questi alberi sono quelli che nutrono le piante più giovani, che crescono nel sottobosco.
Di fatto, un albero madre può essere connesso a centinaia di altri alberi. Ogni albero madre invia il proprio carbonio in eccesso, attraverso la rete micorrizica, alle piante più giovani che si trovano nel sottobosco, arrivando anche a limitare l’estensione delle proprie radici per fare loro più spazio. Grazie a ciò i giovani alberi hanno quattro volte più possibilità di sopravvivere.
Inoltre, quando gli alberi madre vengono feriti o muoiono, inviano dei messaggi di “saggezza” alle successive generazioni di plantule che stanno crescendo tutte intorno. Infatti, tracciando lo spostamento del carbonio e di altri segnali – che viaggiano da un albero madre ferito, dal suo tronco fino alla rete micorrizica, e da lì raggiunge le plantule vicine – si è scoperto che la pianta morente dà indicazioni utili che istruiscono le giovani piante su come affrontare meglio in futuro lo stesso tipo di stress.
La conclusione è che le foreste non sono semplicemente un insieme di alberi, sono sistemi complessi con centinaia di “alberi hub” e reti che si sovrappongono fra di loro, mettendo in comunicazione le varie specie vegetali, aprendo la strada all’adattamento e al feedback: tutto questo rende la foresta resiliente.
Tuttavia, la foresta è anche vulnerabile, non solo ai disturbi di origine naturale, come i coleotteri della corteccia che attaccano gli alberi più vecchi, ma anche al disboscamento a fini commerciali. Possiamo prelevare uno o due “alberi hub”, ma c’è un limite perché gli “alberi hub” sono come dei perni in un aeroplano. Possiamo prenderne uno o due, e l’aeroplano continuerà a volare, ma se ne prendiamo troppi, o se prendiamo quello che tiene le ali al suo posto, l’intero sistema crolla.

La specie umana costituisce solo lo 0,01% di tutta la vita presente sulla Terra, ma ha avuto l’insana capacità di sradicare la maggior parte degli altri esseri viventi. Lo rivela uno nuovo studio, secondo cui, nonostante i numeri insignificanti relativi all’uomo, quest’ultimo ha dominato il pianeta.

La ricerca ha cercato, per la prima volta, di fare un resoconto quantitativo della biomassa presente sulla Terra, una sorta di censimento globale. È emerso che il genere umano è allo stesso tempo insignificante e completamente dominante nel grande schema della vita sulla Terra.

Secondo lo studio, i 7,6 miliardi di persone rappresentano solo lo 0,01% di tutti gli esseri viventi. Tuttavia, dagli albori della civiltà, l’umanità ha causato la perdita dell’83% di tutti i mammiferi selvatici e della metà delle piante, mentre il bestiame allevato dagli esseri umani abbonda.
Il nuovo lavoro è la prima stima completa del peso di ogni classe di creature viventi e ribalta alcune ipotesi a lungo termine. I batteri sono davvero una forma di vita importante, pari al 15% del totale, ma le piante superano di gran lunga tutte le altre, rappresentando l’82% di tutta la materia vivente. Le altre creature, dagli insetti ai funghi passando per i pesci e gli animali, costituiscono solo il 5% della biomassa mondiale.

“Sono rimasto scioccato nel constatare che non esisteva già una valutazione completa e olistica di tutte le diverse componenti della biomassa”, ha detto il Prof. Ron Milo, dell’Istituto di Scienza di Weizmann in Israele, che ha diretto il lavoro, pubblicato su Pnas. “Spero che questo dia alle persone una prospettiva sul ruolo davvero dominante che l’umanità ora gioca sulla Terra”.

I ricercatori hanno calcolato le stime della biomassa utilizzando i dati di centinaia di studi, che spesso hanno utilizzato tecniche moderne, come il telerilevamento satellitare in grado di analizzare aree grandi e il sequenziamento dei geni, in grado di svelare la miriade di organismi del mondo microscopico.

Hanno iniziato valutando la biomassa di una classe di organismi e poi hanno determinato quali ambienti potevano essere popolati da quella specifica forma di vita a livello globale. Hanno così scoperto che tutta la vita “pesa” 550 miliardi di tonnellate.
Le piante vantano ben 450 miliardi di tonnellate. Al secondo posto troviamo i batteri, pari a 70 miliardi di tonnellate. In ordine decrescente, troviamo funghi, archaea, protisti, animali e virus, che insieme rappresentano il restante 10%.

La trasformazione del pianeta da parte delle attività umane ha portato gli scienziati a sancire l’avvio di una nuova era geologica: l’Antropocene. Un indicatore di questo cambiamento è fornito dalle ossa del pollo domestico, ormai onnipresenti in tutto il mondo.
Secondo lo studio, il pollame allevato oggi rappresenta il 70% di tutti gli uccelli del pianeta, contro il 30% di quelli selvatici. L’immagine è ancora più desolante per i mammiferi: il 60% del totale presente sulla Terra è costituito da bovini e suini, il 36% dall’uomo. Gli animali selvatici sono appena il 4%.

 

La distruzione dei loro habitat in funzione delle necessità umane hanno portato all’inizio di ciò che molti scienziati considerano la sesta estinzione di massa. Circa la metà degli animali della Terra sia andata perduta negli ultimi 50 anni.
Nonostante la supremazia dell’umanità, in termini di peso l’Homo sapiens è un’inezia. Solo i virus hanno un peso combinato tre volte superiore a quello degli umani, così come i vermi. I pesci sono 12 volte di più rispetto all’uomo, e i funghi 200 volte.
Dovrebbe bastare questo a farci riflettere, ad aiutarci a capire quale sia davvero il nostro posto sul pianeta Terra.

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La Monsanto ha brevettato la sterilità. Ci vendono un seme che cresce fa il frutto e poi muore.
E noi dobbiamo ricomprarlo. In natura invece quel seme avremmo potuto ripiantarlo infinite volte e avremmo sempre avuto il frutto.

Questo porterà alla più grave perdita per l’umanità: la perdita della sovranità alimentare.

Ascoltate le parole di Erri De Luca intervistato a Indovina Chi Viene A Cena, Rai3

La Monsanto ha brevettato la sterilità. Ci vendono un seme che cresce fa il frutto e poi muore. E noi dobbiamo ricomprarlo. In natura invece quel seme avremmo potuto ripiantarlo infinite volte e avremmo sempre avuto il frutto. Questo porterà alla più grave perdita per l'umanità: la perdita della sovranità alimentare.Ascoltate le parole di Erri De Luca intervistato a Indovina Chi Viene A Cena, Rai3

Опубліковано Mirko Busto Четвер, 20 жовтня 2016 р.