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Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale di fama mondiale, spiega ne “La Nazione delle Piante” perché non possiamo fare a meno della vegetazione: “Dobbiamo mettere piante ovunque: nei muri, sui tetti, nelle facciate. La deforestazione dovrebbe essere un crimine contro l’umanità”


Sono gli abitanti della nazione più potente e popolosa sulla Terra. Da essa dipendono tutte le altre. Almeno una volta abbiamo giocato con loro, li abbiamo guardati o toccati (dappertutto) senza chiedere mai il permesso. Alcuni di questi cittadini sono tra gli esseri viventi più vecchi al mondo, ma non li rispettiamo. Gli tagliamo i capelli, le braccia e addirittura gli togliamo la vita, solo per la nostra comodità. Superano i 300 miliardi ma non ci tolgono spazio, anzi. Se ce ne fossero di più salveremmo il pianeta dalle conseguenze del cambiamento climatico. Perché senza di loro la Terra sarebbe una sterile palla di roccia. Sono le piante, gli esseri viventi più intelligenti al mondo, ma l’uomo non sembra capirlo. Per questo Stefano Mancuso,neurobiologo vegetale di fama mondiale, spiega ne La Nazione delle Piante, perché non possiamo farne a meno. «Ogni giorno decine di specie vegetali si estinguono e nessuno dice nulla. È incredibile, la nostra vita dipende da loro e non se ne parla mai».

Mancuso, perché ignoriamo le piante?

Per una questione culturale. Come animali capiamo solo ciò che ci è simile. Mentre le piante hanno seguito un’evoluzione così divergente rispetto alla nostra specie che per noi sono incomprensibili. E invece potrebbero insegnarci tanto perché rappresentano l’85% della vita sulla Terra mentre gli animali solo un misero 0,3%. Questo ci fa capire che le decisioni prese dalle piante forse sono state molto più sagge e fruttuose rispetto a quelle prese dagli uomini. Ma il nostro problema con le piante nasce nel nostro cervello.

Siamo stupidi?

No, o meglio non tutti. L’uomo da sempre ha una specie di mal funzionamento cognitivo studiato dalla neurologia. Si chiama Plant Blindness, cecità alle piante, ed è legata alla bassa capacità di calcolo del nostro cervello. Non riusciamo a processare tanti dati e invece le informazioni che ci arrivano attraverso i nostri sensi sono in numero incredibile. Soltanto attraverso i nostri occhi entrano un miliardo e mezzo di byte al secondo. E invece noi possiamo processarne qualche centinaio. Perciò filtriamo via tutto quello che pensiamo non sia rilevante per noi.

Perché?

Perché all’inizio della storia dell’umanità ci siamo evoluti in un ambiente con tanta vegetazione. Questo verde era dappertutto e sovraccaricava i nostri sensi. Per questo abbiamo imparato a isolarlo e a focalizzarci sull’arrivo di altri animali o esseri umani. Al tempo concentrarsi su di loro e non sulle piante era vitale per la nostra sopravvivenza. Questo meccanismo che ci ha aiutato agli inizi della nostra evoluzione oggi è un vero e proprio svantaggio perché ci impedisce di capire qual è il vero motore invece della vita sulla Terra.

Le piante.

Senza di loro non ci sarebbe la vita. Nel libro cito una foto scattata 51 anni fa, il 24 dicembre 1968 quando l’uomo per la prima volta riuscì a orbitare intorno alla Luna e a vedere la faccia nascosta del nostro satellite. L’astronauta William Anders scattò una foto, chiamata poi “L’alba della terra” dove per la prima volta nella storia dell’umanità vediamo quella meraviglia del nostro pianeta: un pallino blu, bianco e soprattutto verde.

Ecco, concentriamoci sul terzo colore, il verde, perché è così importante per la nostra sopravvivenza?

Perché quel verde ci rende unici rispetto a tutto il resto degli altri oggetti astronomici che conosciamo. Senza le piante non ci sarebbe l’acqua perché la temperatura della Terra sarebbe così elevata da farla evaporare. E poi è grazie alla traspirazione delle piante nella foresta amazzonica se si formano le nuvole, le perturbazioni e tutto i componenti del ciclo dell’acqua che a sua volta garantisce in tutto il mondo la pioggia, e quindi la vita, ciò che beviamo e mangiamo. Senza la vegetazione la Terra sarebbe come Marte.

Facciamo tante campagne per salvare i panda e i koala, ma paradossalmente se sparissero domani, l’uomo vivrebbe comunque. Mentre chi taglia gli alberi sta paralizzando la possibilità delle future generazioni di sopravvivere.

Potrebbe essere una soluzione per combattere le conseguenze negative del cambiamento climatico piantare più alberi? Magari anche nella nostra pianura padana.

È l’unica soluzione, ma non soltanto nella pianura padana, Dovremmo metterle dappertutto. E soprattutto in un luogo in cui non ci sono mai: nelle città. Le aree urbane rappresentano soltanto il 2 per cento delle terre emerse e producono oltre il 70% della CO2. Mi sembra così lampante allora la soluzione per invertire questo andamento del riscaldamento globale. Perché le piante sono migliaia di volte più efficienti nel assorbire CO2 inquinanti quanto più sono vicini alla sorgente che le produce.

Quindi dobbiamo rendere un po’ tutta l’Italia come l’Umbria.

Sì, ma ancora di più. Immagino una cosa rivoluzionaria. Le nostre città dovrebbero assomigliare ad Angkor (in Cambogia, ndr). Dobbiamo piantare vegetazione nei i tetti e sulle facciate di tutte le case. E non soltanto nei luoghi canonici come i parchi, i viali i giardini e le aiuole. Non esiste una giustificazione valida per cui non sia tutto coperto piante: tecnicamente ed economicamente non costerebbe nulla e i vantaggi che ne avremmo in termini ambientali, estetici di salute e psichici sarebbero incommensurabili.

C’è un tipo di piante che secondo lei dovremmo piantare di più?

Qualunque pianta va bene, basta che siano alberi alberi e alberi. La presenza delle piante è fondamentale per il nostro benessere. Non riusciamo neanche lontanamente a comprendere ciò che le piante fanno per noi. Quanto sono intelligenti.

Ce lo spieghi ora

Prima di tutto hanno un’organizzazione molto diversa dalla nostra. Noi siamo organizzati in modo gerarchico verticale, mentre le piante in modo orizzontale diffuso e decentralizzato, come internet. Basterebbe questo a renderle il simbolo stesso della modernità. Sono molto più resistenti di noi e si basano sulla comunità con tutti gli esseri viventi. La cosa più straordinaria è che le piante non possono spostarsi da un luogo in cui sono nate. Possono sopravvivere solo se hanno un ecosistema completo e per questo tutta la loro evoluzione è basata sul mutuo appoggio, la simbiosi e la comunità, piuttosto che sulla competizione o sulla predazione come invece sono i rapporti animali.

A proposito di logiche predatorie, l’umanità per evolversi ha dovuto abbattere gli alberi, distruggere le foreste.

La deforestazione è la cosa più imperdonabile. Talmente grave che dovrebbe essere trattato come un crimine contro l’umanità. Facciamo tante campagne per salvare i panda e i koala, ma paradossalmente, senza voler male a questi due meravigliosi animali, se sparissero domani, l’uomo vivrebbe comunque. Mentre chi taglia gli alberi sta paralizzando la possibilità delle future generazioni di sopravvivere. Greta e i suoi coetanei hanno ragione a protestare.

La scorsa settimana Luca Mercalli ci ha detto che ormai manca pochissimo prima che l’umanità raggiunga il punto di non ritorno. Lei che ne pensa? 

Non sono un catastrofista. Però stiamo correndo un pericolo molto serio. Il problema è che utilizziamo il nostro cervello come un bambino usa un martello: cioè per spaccare tutto. Ma poi il bambino quando cresce capisce che con quello stesso martello si può costruire qualcosa di meraviglioso. Ecco, sono fiducioso: rapidamente capiremo che le nostre azioni non sono compatibili con la nostra sopravvivenza.

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Piantare alberi fa bene alla salute. In un report tutti motivi per cui dovrebbe essere incluso nei finanziamenti pubblici

C’è un modo semplice ed economico per migliorare la salute delle persone: piantare alberi. Oltre ad essere belli e a rendere più gradevoli i nostri centri abitati, ci regalano infatti della preziosa aria pulita. Un report ci spiega perché la piantumazione di alberi dovrebbe essere inclusa nei finanziamenti per la salute pubblica.

Gli alberi abbelliscono le nostre città ma hanno anche il compito fondamentale di fornirci aria fresca e pulita che, come sappiamo, è qualcosa di cui abbiamo estremamente bisogno visti i picchi di inquinamento raggiunti negli ultimi anni soprattutto nei grandi centri abitati.

C’è chi ritiene per questo che dovremmo pensare agli alberi come ad una vera e propria infrastruttura di salute pubblica in grado di aiutare il benessere fisico e mentale dei cittadini. L’organizzazione americana Nature Conservancy si chiede perché piantare alberi non sia stato ancora incluso nei finanziamenti per la salute pubblica e ha prodotto un documento in cui spiega, dati alla mano, i motivi per cui questo dovrebbe essere fatto al più presto.

Nel paper si parla del piantare alberi come di una delle strategie più trascurate per migliorare la salute pubblica nelle nostre città. I benefici del verde nelle nostre città (e non solo), sono ben spiegati in questa infografica opera della stessa organizzazione americana.

benefici alberi

Tra l’altro c’è da considerare che, ogni anno, tra i 3 e i 4 milioni di persone in tutto il mondo muoiono a causa dell’inquinamento atmosferico (asma, malattie cardiache, ictus, ecc. dovuti proprio all’aria tossica che si respira ogni giorno). D’estate, poi, migliaia di morti sono conseguenza delle ondate di caldo torrido che si verificano nelle aree urbane. Gli studi hanno dimostrato che gli alberi sono una soluzione economica per vincere entrambe queste sfide.

Per elaborare il documento “Funding Trees For Health” sono stati presi come esempio gli Stati Uniti dato che in questa nazione meno di un terzo del bilancio dei vari municipi viene speso per mantenere e piantare alberi. Di conseguenza, le città del Nord America perdono ben quattro milioni di alberi all’anno.

Nel rapporto si descrive il problema, le sue cause, le criticità e le soluzioni per combatterlo. Si stima che con 8 dollari a persona all’anno, in media, si potrebbe prevenire la perdita di alberi e sarebbe anche possibile aumentare l’uso dei benefici che questi “polmoni verdi” ci assicurano. Il documento sostiene poi che, al momento, le città stanno spendendo meno nella cura o nella piantumazione di nuovi alberi rispetto ai decenni precedenti.

La mancanza o la presenza di alberi è spesso legata al reddito medio del quartiere dove si trovano e questo concretamente significa che vi è un’enorme disuguaglianza rispetto alle salute delle persone. Negli Stati Uniti, la differenza nelle aspettative di vita tra quartieri vicini può arrivare a variare addirittura di un decennio. I ricercatori sostengono infatti che gli abitanti dei quartieri dove si trovano meno alberi hanno maggiori problemi di salute rispetto a coloro che abitano in zone più verdi.

Che cosa fare?

Il documento propone una serie di suggerimenti che possono essere utilizzati da istituzioni ma anche da privati cittadini per favorire la piantumazione:

  • Attuare politiche che incoraggino i privati cittadini a piantare alberi
  • Collegare il finanziamento di alberi e parchi a obiettivi sanitari
  • Facilitare la collaborazione di agenzie di salute pubblica e agenzie ambientali
  • Educare la popolazione sui benefici della salute pubblica del piantare alberi così come sull’impatto economico delle zone verdi

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In arrivo le pitture 100% ecosostenibili, ricavate dagli scarti cacao, mais e arance frutto di due anni di ricerca e collaborazione tra il Gruppo Boero e l’Istituto di Tecnologia di Genova.

Si chiamano “Green Paints” e sono pitture ecosostenibili al 100%, ricavate dagli scarti di cacao, mais e arance che consentiranno di colorare le nostre case in maniera del tutto naturale. Alla loro base, le bioplastiche messe a punto da alcuni ricercatori italiani. Frutto di due anni di collaborazione tra l’Istituto di Tecnologia di Genova e Boero Group, ora queste vernici sono pronte per essere commercializzate sul mercato. Un esempio tutto italiano di eccellenza nell’economia circolare che permetterà di riutilizzare gli scarti provenienti dall’industria agroalimentare e contemporaneamente sostituire i pigmenti tradizionali utilizzati nella formulazione delle pitture per interni.

Per esempio, le micropraticelle derivanti da amido di mais, e quindi di colore bianco, sono state studiate come possibile alternativa al classico pigmento chiaro e opacizzante per la realizzazione di pitture neutre, poi tinteggiate con diverse colorazioni con la tradizionale tintometria. Invece, con le bioplastiche provenienti da scarti di arancia e cacao sono state create le pitture colorate come giallo e marrone, sfruttando i pigmenti naturali dello scarto vegetale di partenza.

Per realizzare 1 kg di prodotto verniciante occorrono 100 grammi di bioplastica derivata da residui vegetali essiccati. Facendo due calcoli: per 1 kg di prodotto serviranno le bucce di tre arance.

Considerando che ad oggi gli scarti alimentari di origine rappresentano un rifiuto con un alto costo di smaltimento e che le pitture tradizionali che utilizziamo non sono esattamente amiche dell’ambiente, speriamo di poter provare presto queste vernici sostenibili anche nelle nostre case!

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Certo, è molto importante lavarsi le mani. Ma il grosso problema, almeno in Occidente è che i genitori hanno deciso di prendere troppo sul serio questo problema per mantenere tutto molto pulito.

La scienza moderna mostra che liberarsi di piccoli organismi chiamati microbi con disinfettanti per le mani, saponi antibatterici e overdose di antibiotici sta causando un impatto terribilmente negativo sul sistema immunitario dei nostri bambini, afferma la microbiologa Marie-Claire Arrieta, co-autrice di un libro intitolato “Let Let Man Dirt: salvare i nostri bambini da un mondo obsoleto”.

Esperti ritengono che questa esagerazione nella pulizia contribuisca a una serie di condizioni croniche che vanno dalle allergie all’obesità. Marie-Claire Arrieta spiega che quando nasciamo, non abbiamo microbi.

Il nostro sistema immunitario è sottosviluppato. Ma non appena i microbi entrano in azione, attivano il nostro sistema immunitario che inizia a funzionare correttamente. Un’igiene eccessiva è un’ipotesi che spiega perché le allergie, l’obesità e le malattie infiammatorie sono malattie in crescita. Questa spiegazione, tuttavia, non è solo genetica, secondo Marie-Claire Arrieta.

La ricerca mostra costantemente che questa mancanza di esposizione ai microbi sta contribuendo alla comparsa di queste malattie. Gli scienziati ritengono che questa esposizione precoce delle nostre vite sia necessaria affinché il nostro sistema immunitario sia adeguatamente formato e alla fine per prevenire lo sviluppo di queste malattie.

Uno di questi dati mostra che i bambini che crescono in un ambiente rurale hanno meno probabilità di sviluppare asma, secondo le prove epidemiologiche. Ovviamente non si tratta solo di raccogliere le cose e andare a vivere in una fattoria, ma ciò che lo studio suggerisce è che vivere in un ambiente senza un eccesso di pulizia è in realtà migliore.

La stessa logica si applica al vantaggio di avere un animale domestico, in particolare un cane. Gli studi hanno anche dimostrato che la pulizia di tutto ciò che entra nella bocca del bambino aumenta le possibilità di asma. L’incidenza dell’asma diminuisce se il ciuccio viene pulito nella bocca dei genitori.

Ovviamente l’igiene è essenziale per la nostra salute. Non dovremmo smettere di lavarci le mani. Ma la cosa giusta è farlo al momento che è efficace per la prevenzione delle malattie, cioè: mangiare e dopo usare il bagno. Qualunque cosa accada, non è necessario.

Quindi, se il tuo bambino è nel cortile a giocare con la sporcizia, non devi rimuovere quella sporcizia, avvertono gli scienziati. Ci deve essere un equilibrio tra prevenire l’infezione, che è ancora una minaccia reale nella società, ma anche promuovere questa esposizione microbica che, per gli studiosi, è salutare.

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“Portate un bambino nei boschi e lo renderete libero. Portate un adulto nei boschi ed egli ritroverà il bambino che è in lui”

Il bosco è un ambiente magico, sotto una miriade di punti di vista. Proprio per questa sua peculiarità dovremo frequentarlo spesso, quotidianamente se possibile, perché è un nutrimento eccezionale per l’anima di grandi e piccini.

Provate ad inoltrarvi in un bosco e vivere le sensazioni che vi smuove quest’esperienza. Innanzitutto ci rendiamo subito conto che non è l’uomo a comandare come nelle città ma la natura, i maestosi fratelli alberi che ci sovrastano, gli animali liberi di vivere come meglio credono. Regna il silenzio, la pace, l’apparente solitudine. Spesso il bosco spaventa proprio perché l’uomo non si sente padrone dell’ambiente, non sa cosa aspettarsi, non conosce i sentieri, non è a conoscenza delle leggi della natura.

Ci siamo smarriti in certezze di cemento, di rumori assordanti, di animali libertati nella loro libertà.

Ecco perché dobbiamo il più possibile frequentare i boschi, per riappropriarci delle nostre radici, del nostro rapporto con la natura, del nostro istinto. Pian piano diventeremo sempre più dipendenti dalla vita nel bosco: un segno importantissimo della nostra disintossicazione dal superfluo. C’è chi ad un certo punto della disintossicazione non riesce più a vivere nelle città e fugge nei boschi ma non dobbiamo arrivare a tanto per poter ritrovare noi stessi.

Vivere in paese, in una città o in campagna non è una cosa negativa ma tende ad estraniarci dal resto del mondo naturale. I nostri habitat sono ormai delle costruzioni fatte ad hoc per riproporre sporadicamente e solo in alcuni spazi (nemmeno tanti a volte!) luoghi naturali artificiali che nulla hanno a che vedere con la natura vera e propria: i parchi giochi per bambini, i campi arati, ordinati e delimitati, alberi piantati qua e là posizionati dall’uomo.

Tutto questo non è male, è un modo artificiale di vivere la natura (meglio di niente!) ma frequentare il bosco ci permette di entrare in contatto con la parte più primitiva di noi, con un mondo puro, non contaminato dall’uomo dove regna l’ordine naturale, dove gli alberi sono nati e cresciuti secondo un preciso volere divino, dove non esiste profitto, un secondo fine o una delimitazione dello spazio. Tutto è natura e l’uomo non può far altro che ammirarla, viverla, annusarla, ascoltarla e portarla dentro di se’.

Una passeggiata in un bosco porta innumerevoli benefici a livello fisico e mentale.

Portateci i vostri bambini, portateci per un pic-nic i vostri anziani, andateci appena potete (da soli è un’esperienza iniziatica memorabile): il richiamo del bosco è all’inizio flebile e pacato ma diventa sempre più urgente e pressante.

“Chi decide di camminare nel bosco è in cerca di una libertà diversa, interiore, che lo renda padrone della sua vita, capace di agire come gli alberi e gli uccelli che vivono al di sopra di tutto.” – Romano Battaglia

Quando avreste altrimenti la possibilità di ascoltare il silenzio? Quando l’occasione di udire lo scorrere di un ruscello? E di ammirare la danza dei maestosi alberi scossi dal vento? E quando la possibilità di vedere piccoli e grandi animali nel loro habitat naturale? Solo il bosco offre queste ed altre occasioni imperdibili!

Ecco perché stanno per fortuna nascendo anche in Italia tante scuole nel bosco, quale maestro più prezioso del bosco stesso per i nostri bambini?

“Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà.” –  San Bernardo di Chiaravalle

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La gentilezza può davvero cambiare il mondo? Sì, almeno secondo Cristina Milani, studiosa di psicologia cognitiva comportamentale e di comunicazione, che ha recentemente pubblicato La forza nascosta della gentilezza (Sperling & Kupfer, 2017). Obiettivo del libro è mostrare come anche i piccoli gesti abbiano il potere di cambiare il mondo, a partire dalla nostra felicità.

Secondo la studiosa, la chiave di volta è l’impegno dei singoli: quando decidiamo di cambiare le cose, di rendere un po’ più felice il nostro angolo di mondo, ecco che scateniamo un effetto domino, capace di travolgere chi ci sta intorno.

La gentilezza è la vera rivoluzione -silenziosa-  del terzo millennio: essere gentili significa essere attenti agli altri; significa mettere al primo posto un vissuto sociale di qualità. In altre parole: la gentilezza è la vera chiave per evitare che l’egoismo e la competizione (che pure sono naturali e alle volte utili) rovinino le nostre relazioni, rendendoci infelici.

Cristina Milani, dopo alcuni anni di carriera aziendale, ha deciso di lasciare tutto, per dedicarsi a quella che riteneva essere la sua strada: studiare e promuovere la gentilezza. A scuola, a casa e specialmente in azienda, ci dimentichiamo spesso di essere gentili. A volte basta davvero poco: un sorriso, una stretta di mano, una busta passata con gentilezza. Attualmente, la troviamo alla presidenza di Gentletude, associazione elvetica che si occupa di promuovere le pratiche gentili, ma anche vicepresidente del Movimento Mondiale della Gentilezza.

GENTILEZZA E NEUROPSICOLOGIA: ECCO COSA DICE LA SCIENZA

Anche la neuropsicologia si sta occupando da tempo della gentilezza, con risultati sorprendenti. Candace Beebe Pert, neuroscienziata statunitense, ha provato che sorridere attiva il rilascio di speciali neurotrasmettitori che combattono lo stress e ci rendono felici (Repubblica, 2017).

Se questi studi dovessero essere confermati e corroborati, avremmo le prove scientifiche che l’educazione alla gentilezza non è soltanto un ideale sociale, ma un tassello fondamentale nella promozione del benessere psicofisico individuale. Sarebbe un sostegno forte a tutti coloro che, noi compresi, ritengono che l’educazione alla gentilezza dovrebbe essere obiettivo prioritario della scuola e della vita in famiglia.

COACHING CREATIVO: DESIDERIAMO LA GENTILEZZA?

Lo spunto di oggi non è operativo, ma serve a fare chiarezza tra i nostri pensieri. Prima del “buon proposito” di essere gentili (sì, i buoni propositi nel 90% dei casi non vanno mai oltre il proposito!) è necessario domandarci se noi crediamo davvero nella gentilezza.

  • Siamo convinti che la gentilezza possa cambiare il mondo?
  • Che possa rendere migliori le nostre vite e quelle dei bambini?
  • Siamo disposti a qualche piccolo sacrificio per promuovere e praticare la gentilezza?

Prima di praticare atti di gentilezza a casaccio (cit.), come quelli che abbiamo proposto nell’articolo “Educhiamo alla gentilezza” è necessario desiderare ardentemente una vita all’insegna della gentilezza. Quindi, proviamo a rispondere alle tre domande qui sopra, prendendoci del tempo, se necessario. Cominciamo a meditare sulla qualità della nostra vita e, soprattutto, delle nostre relazioni con gli altri.

In molti casi, non faticheremo ad individuare tensioni che, abbracciando la gentilezza, potrebbero essere facilmente risolte. Senza però dimenticare di l’assertività: la gentilezza dovrebbe nascere dal cuore, ma senza trascurare i nostri bisogni! A volte, è il caso di dirlo, è bene ritagliarci dei momenti “solo per noi”, chiudendo la porta agli altri.

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