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La donna etrusca era la più libera nelle società antiche: raffinata, elegante, indipendente, bellissima. Attraverso l’arte etrusca un affascinante viaggio nell’universo femminile etrusco.

Quando pensiamo allo stato della donna nelle civiltà antiche, nel nostro immaginario si profila la figura di una donna subalterna rispetto all’uomo, e il cui compito è soprattutto quello di curare le attività domestiche, o comunque di attendere a occupazioni tipicamente femminili. Non era così, invece, per la donna etrusca: nessun altra donna come quella etrusca godette di un grado tanto alto di emancipazionelibertà e autonomia. “Le donne etrusche”, ha scritto l’insigne studioso Jean-Paul Thuillier, “sapevano essere custodi del focolare”, ma allo stesso tempo erano in grado di “tenere a bada la folla di servi e domestici. Semplicemente, a differenza di Penelope e Andromaca, esse non si accontentavano di attendere pazientemente a casa il ritorno degli sposi, ma prendevano legittimamente parte a tutti i piaceri della vita”. L’alto livello di benessere economico della società etrusca fece sì che, già in età arcaica (dal sesto secolo avanti Cristo), il ruolo della donna avesse iniziato a subire delle modifiche: se prima le donne erano essenzialmente madri dedite alla cura della famiglia, a partire da quest’epoca cominciarono a “uscire” dalle mura domestiche per partecipare in maniera sempre più attiva alla vita pubblica. Ciò vale soprattutto per l’area dell’Etruria propriamente detta (Toscana, alto Lazio e Umbria), mentre nelle altre zone d’Italia occupate dagli etruschi questo processo di emancipazione assunse contorni decisamente più lenti: per tal ragione occorre evidenziare che è improprio parlare di donna etrusca tout-court: in questo articolo utilizzeremo dunque questa locuzione per riferici alla condizione della donna nell’Etruria tra il sesto e il quarto secolo avanti Cristo (epoca, quest’ultima, a partire dalla quale, a seguito degli accresciuti contatti con i greci prima e con i romani poi, si assisterà a una regressione della condizione sociale della donna).

Un primo aspetto importante delle donne etrusche consiste nel fatto che, come attestano numerose iscrizioni, erano dotate di nome proprio: al contrario, a Roma le donne venivano identificate esclusivamente con il nome della gens, ovvero della famiglia, alla quale appartenevano (Tullia, Iulia, Cornelia, e così via: nel caso in cui ci fossero due donne nella stessa famiglia, venivano indicate coi numerali, come primasecundatertia, oppure con gli aggettivi maior e minor se erano due). Solo a partire dalla tarda età repubblicana le donne romane avrebbero iniziato a far uso del cognomen (una sorta di soprannome). Sono sopravvissute molte attestazioni di nomi propri femminili delle donne etrusche: Velelia, Anthaia, Thania, Larthia, Tita, Nuzinai, Ramutha, Velthura, Thesathei. E sono proprio le iscrizioni rinvenute sugli oggetti a dirci molto sullo status della donna etrusca. Sappiamo dunque che le donne possedevano oggetti, sappiamo che erano in grado di leggere (su alcuni strumenti di uso quotidiano compaiono infatti indicazioni esplicative, magari per illustrare una scena decorativa, oppure dediche), e probabilmente in certi casi potevano anche essere titolari di attività commerciali. Un paio esempi: al Museo Gregoriano Etrusco, nei Musei Vaticani, è conservata un’olletta in bucchero (ovvero un piccolo recipiente che serviva per contenere alimenti: si veda l’articolo sulla cucina etrusca) dove si legge la scritta “mi ramuthas kansinaia”, ovvero “io sono di Ramutha Kansinai”, dove il proprietario del vaso, una donna, è identificata con nome e cognome. E al Louvre si trova invece una pisside, databile al 630 avanti Cristo circa, sulla quale è apposta l’iscrizione “Kusnailise”, che potrebbe essere tradotta con “nella bottega di Kusnai”, dove Kusnai (un nome da donna) è presumibilmente la proprietaria dell’attività commerciale.

Olletta in bucchero inciso con iscrizione
Olletta in bucchero inciso con iscrizione (630-590 a.C.; ceramica in bucchero decorata a incisione, altezza 12 cm; Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Gregoriano Etrusco). Ph. Credit Finestre sull’Arte

Che tipo di donna possiamo immaginarci quando pensiamo alla donna etrusca? Occorre specificare che conosciamo soprattutto le donne etrusche benestanti, quelle che potevano permettersi di farsi effigiare sugli affreschi oppure che potevano commissionare agli artisti sontuosi sarcofagi. Scrive lo studioso Lidio Gasperini che “vediamo, a Cerveteri come a Tarquinia, Volterra, Chiusi, Perugia, su pareti dipinte, sarcofagi, urne cinerarie, immagini di spose, solitamente sdraiate sul letto conviviale con acconciature ricche e raffinate, spesso di grande effetto ed eleganza. Nobiltà e gentilezza del vestire, che si accompagnano alla nobiltà e alla gentilezza dell’atteggiarsi, alla intensa e affettuosa partecipazione ad uno dei momenti più raccolti e più intimi della giornata”. Le immagini e i reperti che ci sono giunti ci hanno tramandato l’immagine di una donna orgogliosa, raffinata, gentile, che gradiva i piaceri mondani, amava vestirsi bene e indossare gioielli preziosi e di buona fattura, dedicava molto tempo alla cura del corpo e del proprio aspetto, sperimentava acconciature elaborate, e ricopriva un ruolo importante sia a livello familiare sia a livello sociale, data anche “la quantità e la ricchezza, talora eccezionale, dei suoi ornamenti e degli oggetti deposti in suo onore (e in suo uso)” nelle sepolture.

Ecco dunque che, pensando alla donna etrusca, ci vengono in mente, per esempio, le immagini di Larthia Seianti, la dama del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, vestita con una lunga tunica stretta in vita decorata con borchie e che porta preziosi gioielli d’oro, come un paio di vistosi orecchini a disco o un’armilla sul bicipite, oppure la giovane Velia, una sposa raffigurata in un affresco che decora la Tomba dell’Orco a Tarquinia, e che porta una ricca collana di ambra, un paio di orecchini a grappolo, e ha i capelli ricci raccolti sulla nuca con una reticella e ornati con una coroncina di alloro, oppure la bellissima ragazza conservata al Metropolitan Museum (una delle testimonianze più evolute dell’arte etrusca, una scultura a grandezza naturale), che veste una tunica aderente che evidenzia, senza lasciare molto alla fantasia, le forme del seno, e che porta elaboratissimi e ricchi gioielli con raffigurazioni di divinità. I corredi funerari delle donne etrusche includono diversi oggetti che ci raccontano molto delle loro attività: sono stati ritrovati strumenti per la tessitura e la filatura(hobby che venivano praticati anche dalle donne dell’alta società, supportate dalle loro ancelle), e poi specchi, gioielli, ornamenti di vario tipo e unguentari, segno che le donne etrusche dovevano passare molto tempo a farsi belle, e ancora morsi di cavallo che potrebbero suggerire il fatto che, nell’antica Etruria, le donne si muovessero e viaggiassero in autonomia, senza un padre o un marito che le accompagnasse. Le statue e i ritratti testimoniano inoltre una grandissima varietà di pettinature che le donne etrusche amavano provare, anche se ce ne sono alcune ricorrenti: in antico (nel sesto secolo avanti Cristo) andava di moda l’acconciatura con lunghe trecce che pendevano sul seno (potevano essere due, ma anche di più), oppure con i capelli lunghi portati all’indietro in modo che ricadessero dietro le spalle. In epoche più recenti si diffuse invece la moda dei capelli corti, oppure raccolti: venivano tenuti fermi con una reticella, come nel caso della sopraccitata Velia, oppure erano pettinati “a melone”, ovvero raccolti in ciocche spesse e tirati all’indietro. Donne belle, donne raffinate, spose di principi ma anche di ricchi possidenti, di magistrati, di politici, di commercianti, che non conducevano una vita chiusa tra le pareti di casa, ma trascorrevano molto tempo in società, partecipavano a eventi mondani, uscivano spesso per assistere a gare sportive e spettacoli. In altre parole, come ha scritto lo studioso Jean-Marc Irollo, le signore etrusche “non permettevano ai loro uomini di esercitare il monopolio sul lusso e sulla gioia di vivere”.

Sarcofago di Larthia Seianti
Sarcofago di Larthia Seianti (150-130 a.C.; terracotta policroma, 105 x 164 x 54 cm; Firenze, Museo Archeologico Nazionale). Ph. Credit Finestre sull’Arte

 

Il ritratto di Larthia Seianti
Il ritratto di Larthia Seianti. Ph. Credit Finestre sull’Arte

 

Ritratto di Velia
Ritratto di Velia (IV secolo a.C.; affresco; Tarquinia, Tomba dell’Orco)

 

Statua di giovane donna
Statua di giovane donna (fine del IV – inizio del III secolo a.C.; terracotta, altezza 74,8 cm; New York, Metropolitan Museum)

 

Busto di donna
Busto di donna (xoanon) ritratta nell’atto del compianto funebre (prima metà del VI secolo a.C.; pietra fetida; Chiusi, Museo Nazionale Etrusco)

 

Busto femminile con pettinatura a melone
Busto femminile con pettinatura a melone (200-150 a.C. circa; terracotta; Arezzo, Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate”). Ph. Credit Francesco Bini

La dimensione della donna etrusca era infatti molto meno “domestica” rispetto a quella della donna greca o della donna romana: al contrario di queste ultime, la donna etrusca prendeva abitualmente parte alla vita pubblica, come attestano le fonti letterarie latine e come possiamo agevolmente evincere anche dalle opere d’arte. Negli affreschi della tomba delle Bighe (si veda l’articolo sugli etruschi e lo sport) vediamo, in una delle tribune dalle quali gli spettatori assistono alle gare sportive, oltre a diverse donne d’ogni età, anche una coppia, con la donna che abbraccia l’uomo. Questo gesto, con la donna a prendere l’iniziativa, è stato interpretato dal succitato Thuillier come segno del fatto che tra uomini e donne vigesse una certa parità (anche perché, notava sempre lo studioso francese, nelle rappresentazioni in cui compare un pubblico, le donne hanno spesso posti nelle prime file): si tratta, per usare le parole del noto etruscologo, di un “gesto molto moderno”.

Se dunque la donna etrusca prendeva spesso parte a spettacoli, giochi o comunque a eventi pubblici, altrettanto di frequente partecipava ai banchetti. Si trattava di un’abitudine che, in Grecia e a Roma, destava scandalo, poiché fuori dall’Etruria, nella società greca e in quella romana, le uniche donneammesse ai banchetti erano quelle che esercitavano il meretricio: una donna di buona famiglia non poteva prender parte ai banchetti, dal momento che era ritenuto disdicevole. Di conseguenza, la costante presenza delle donne presso i banchetti etruschi alimentò le maldicenze degli scrittori greci e romani. Tra i passi più celebri sulle donne etrusche figura quello dello storico greco Teopompo, vissuto nella metà del quarto secolo avanti Cristo e autore di un giudizio molto severo sulle donne etrusche, anche se ormai bollato come menzognero da tutta la critica. Teopompo scriveva, in quello che è il più lungo brano antico sulle donne etrusche a noi noto, che “era costume presso gli etruschi che le donne fossero in comune: esse curano molto il loro corpo, facendo esercizi sportivi da sole o con gli uomini; non ritengono vergognoso comparire in pubblico nude; stanno a tavola non vicino al marito, ma vicino al primo venuto dei presenti e brindano alla salute di chi vogliono. Sono forti bevitrici e molto belle da vedere”. E ancora, sull’educazione dei figli: “i Tirreni allevano tutti i bambini ignorando chi sia il padre di ciascuno di essi; questi ragazzi vivono nello stesso modo di chi li mantiene, passando parte del tempo ubriacandosi e nel commercio con tutte le donne indistintamente”. Teopompo godeva della fama di maldicente anche in antico e, a parte l’affermazione sul fatto che le donne etrusche fossero “molto belle da vedere” (evidentissimo da sculture e affreschi), diverse delle sue asserzioni appaiono del tutto infondate: il passaggio sul fatto che condividessero la tavola non col marito, ma col primo che capitava, è smentito da Aristotele che assicura che “gli Etruschi mangiano insieme con le mogli giacendo sotto lo stesso manto”. Che le donne etrusche partecipassero ai banchetti insieme ai mariti è un fatto noto anche dalle testimonianze artistiche etrusche. Nella scena di banchetto della tomba degli Scudi a Tarquinia vediamo una coppia, marito e moglie, che stanno mangiando assieme sulla klíne, il tipico letto da banchetto, ma questo uso appare evidente anche dai sarcofagi che non di rado raffigurano coppiesdraiate come se stessero partecipando a una cena. In tal senso, l’opera più famosa è sicuramente il sarcofago degli sposi di Cerveteri, attualmente conservato presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma: i due sposi sono sdraiati su di una klíne e guardano davanti a loro, abbracciandosi teneramente. A un grado ben più elevato di realismo giunge poi la cosiddetta Urna degli Sposiconservata al Museo Guarnacci di Volterra: in questo caso, è possibile che le fattezze dei due protagonisti, una coppia d’età piuttosto avanzata, corrispondano a quelle reali e palesino l’intenzione dei due coniugi di mantenere vivo il loro ricordo anche dopo la scomparsa (i ritratti, infatti, venivano posti direttamente sopra al coperchio dei sarcofagi o delle urne).

Riproduzione della parete sinistra della Tomba delle Bighe di Tarquinia
Riproduzione della parete sinistra della Tomba delle Bighe di Tarquinia (1901; olio su tela, 204 x 516 cm; Boston, Museum of Fine Arts)

 

Riproduzione della parete sinistra della Tomba delle Bighe di Tarquinia, dettaglio con gli spalti
Riproduzione della parete sinistra della Tomba delle Bighe di Tarquinia, dettaglio con gli spalti

 

Arte etrusca, Lastra con scena di banchetto (VI secolo a.C.; terracotta; Murlo, Antiquarium di Poggio Civitate - Museo Archeologico)
Arte etrusca, Lastra con scena di banchetto (VI secolo a.C.; terracotta; Murlo, Antiquarium di Poggio Civitate – Museo Archeologico)

 

Arte etrusca, Sarcofago degli sposi (530-520 a.C.; terracotta; Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia)
Arte etrusca, Sarcofago degli sposi da Cerveteri (530-520 a.C.; terracotta; Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia)

 

Arte etrusca, Sarcofago degli sposi, dettaglio
Arte etrusca, Sarcofago degli sposi da Cerveteri, dettaglio

 

Arte etrusca, Urna degli sposi (II-I secolo a.C.; terracotta; Volterra, Museo Etrusco
Arte etrusca, Urna degli sposi (II-I secolo a.C.; terracotta; Volterra, Museo Etrusco “Mario Guarnacci”). Ph. Credit Francesco Bini

Ancora, in merito alle accuse di Teopompo: sulla nudità non si sono conservate scene di banchetti nelle quali compaiano donne nude intente a condividere il momento di convivialità con uomini, mentre sull’accusa di essere forti bevitrici l’unico dato che possiamo sottolineare è il fatto che, in molti corredi tombali femminili, sono stati ritrovati calici, brocche e quant’altro possa lasciar presagire che le donne, in Etruria (come, del resto, anche in Grecia e a Roma), amassero il vino. Infine, in merito all’educazione dei figli, Teopompo probabilmente non vedeva di buon occhio il fatto che le donne etrusche, al contrario delle donne greche, non erano poste sotto la tutela del padre o del marito, e godevano pertanto di una maggiore libertà. Inoltre, forse il suo giudizio rifletteva la condizione giuridica delle madri che, probabilmente, potevano educare i figli a prescindere da quale fosse lo status del padre, al contrario di quanto invece avveniva in Grecia e a Roma, dove era il padre a decidere del destino dei figli, e le donne erano escluse da qualsiasi ruolo decisionale.

Anche nell’arte gli etruschi avevano un approccio diverso nei confronti delle madri rispetto a quello dell’arte greca. I greci evitavano di raffigurare madri nell’atto di allattare i propri figli: “tale gesto”, spiega infatti l’etruscologa Larissa Bonfante, “faceva parte del mondo delle Furie, delle Eumenidi, del mondo del sangue, della natura quasi animale dell’uomo”, ragione per la quale i greci si rifiutavano di ammetterlo all’interno del loro repertorio figurativo riferito al “mondo normale”. Uno dei principali capolavori d’arte etrusca conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze è proprio una madre che allatta un bambino: si tratta della Mater Matuta, la dea italica del mattino e dell’aurora, e di conseguenza protettrice della fecondità, della maternità e della nascita. È stata ritrovata in una necropoli nei pressi di Chianciano Terme, e aveva la funzione di grande urna cineraria (la testa infatti è mobile): l’opera colpisce l’osservatore per la sua monumentalità che comunque non intacca il grado di realismo che lo scultore è riuscito a conferire alla Mater Matuta (si osservi la naturalezza del movimento delle mani che reggono il bambino, ma anche le pieghe dei panneggi). Nel territorio italiano anticamente era molto radicato il culto della dea madre, al contrario di quanto avveniva in Grecia, dove peraltro era anche molto meno diffusa la pratica di allattare i figli (le donne greche di elevata estrazione sociale affidavano il compito alle balie). Questo spiega anche perché ci sono giunte alcune raffigurazioni di madri con i figli nella scultura etrusca: ne sono interessanti esempi la cosiddetta kourotrophos (“colei che nutre il bambino”) proveniente da Veio, una statuetta votiva oggi conservata nei depositi della Soprintendenza per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale, oppure un bronzetto custodito al Louvre con una madre che tiene per mano il proprio figlio, o ancora la grande statua, anch’essa proveniente da Veio, di Latona, madre di Apollo, colta nell’atto di cullare il piccolo dio. Le statue votive potevano anche rappresentare neonati, e avevano lo scopo di ottenere, dalle divinità, protezione per i piccoli: ne sono interessanti esempi quelli conservati al Museo Nazionale Etrusco di Arezzo.

Mater Matuta
Arte etrusca, Mater Matuta, statua-cinerario etrusca di una defunta con bambino o divinità italica della madre mattutina (450 a.C. circa; terracotta; Firenze, Museo Archeologico Nazionale). Ph. Credit Finestre sull’Arte

 

Madre con bambino
Arte etrusca, Madre con bambino (500-450 a.C. circa; bronzo; Parigi, Louvre)

 

Statuetta votiva con kourotrophos
Statuetta votiva con kourotrophos (terracotta a stampo, 13,8 x 6,9 cm; Depositi della Soprintendenza per l’Area Metropolitana, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale)

sull’Arte

Arte etrusca, Latona (510-500 a.C. circa; terracotta policroma; Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia). Ph. Credit Sergio D'Afflitto
Arte etrusca, Latona (510-500 a.C. circa; terracotta policroma; Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia). Ph. Credit Sergio D’Afflitto
Statuette votive di neonati da Castelsecco
Statuette votive di neonati da Castelsecco (II secolo a.C.; terracotta; Arezzo, Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate”). Ph. Credit Francesco Bini

Per quanto fosse importante il ruolo della donna etrusca nel contesto familiare, è stata tuttavia smentita dagli studiosi l’ipotesi che la società etrusca avesse un impianto matriarcale. Secondo gli studi più recenti, le donne in Etruria non svolgevano un ruolo dominante all’interno della famiglia: il fatto che nelle iscrizioni prevalgano i nomi dei padri (anche se talvolta poteva comparire quello della madre) ha portato pressoché tutta la comunità scientifica a rifiutare l’ipotesi che spettasse alla donna la posizione principale. È però vero, come si diceva in apertura, che le donne etrusche godevano di una libertà che non era conosciuta in altre società antiche. Una libertà che, tuttavia, avrebbe conosciuto dei pesanti ridimensionamenti nel momento in cui gli etruschi entrarono in contatto con i romani. E che si perse quando la civiltà etrusca fu “inglobata” in quella romana.

Bibliografia di riferimento

  • Alfonsina Russo (a cura di), Egizi Etruschi. Da Eugene Berman allo Scarabeo Dorato, catalogo dlela mostra (Roma, Centrale Montemartini, dal 21 dicembre 2017 al 30 giugno 2018), Gangemi, 2017
  • Liana Kruta Poppi, Diana Neri (a cura di), Donne dell’Etruria padana dall’VIII al VII secolo a.C. Tra gestione domestica e produzione artigianale, catalogo della mostra (Castelfranco Emilia, Museo Civico Archeologico, dal 15 febbraio al 10 marzo 2015), All’Insegna del Giglio, 2015
  • Fabrizio Ludovico Porcaroli, Mater et Matrona: La donna nell’antico, catalogo della mostra (Ladispoli, Centro di Arte e Cultura, dal 1° agosto al 1° novembre 2014), Gangemi, 2014
  • Jean MacIntosh Turfa, The Etruscan World, Routledge, 2013
  • Jean-Marc Irollo, Gli Etruschi: alle origini della nostra civiltà, Dedalo, 2008
  • Antonio Giuliano, Giancarlo Buzzi, Etruschi, Mondadori-Electa, 2002
  • Mario Torelli, The Etruscans, Rizzoli International, 2000
  • Antonia Rallo (a cura di), Le Donne in Etruria, L’Erma di Bretschneider, 1989

“Portate un bambino nei boschi e lo renderete libero. Portate un adulto nei boschi ed egli ritroverà il bambino che è in lui”

Il bosco è un ambiente magico, sotto una miriade di punti di vista. Proprio per questa sua peculiarità dovremo frequentarlo spesso, quotidianamente se possibile, perché è un nutrimento eccezionale per l’anima di grandi e piccini.

Provate ad inoltrarvi in un bosco e vivere le sensazioni che vi smuove quest’esperienza. Innanzitutto ci rendiamo subito conto che non è l’uomo a comandare come nelle città ma la natura, i maestosi fratelli alberi che ci sovrastano, gli animali liberi di vivere come meglio credono. Regna il silenzio, la pace, l’apparente solitudine. Spesso il bosco spaventa proprio perché l’uomo non si sente padrone dell’ambiente, non sa cosa aspettarsi, non conosce i sentieri, non è a conoscenza delle leggi della natura.

Ci siamo smarriti in certezze di cemento, di rumori assordanti, di animali libertati nella loro libertà.

Ecco perché dobbiamo il più possibile frequentare i boschi, per riappropriarci delle nostre radici, del nostro rapporto con la natura, del nostro istinto. Pian piano diventeremo sempre più dipendenti dalla vita nel bosco: un segno importantissimo della nostra disintossicazione dal superfluo. C’è chi ad un certo punto della disintossicazione non riesce più a vivere nelle città e fugge nei boschi ma non dobbiamo arrivare a tanto per poter ritrovare noi stessi.

Vivere in paese, in una città o in campagna non è una cosa negativa ma tende ad estraniarci dal resto del mondo naturale. I nostri habitat sono ormai delle costruzioni fatte ad hoc per riproporre sporadicamente e solo in alcuni spazi (nemmeno tanti a volte!) luoghi naturali artificiali che nulla hanno a che vedere con la natura vera e propria: i parchi giochi per bambini, i campi arati, ordinati e delimitati, alberi piantati qua e là posizionati dall’uomo.

Tutto questo non è male, è un modo artificiale di vivere la natura (meglio di niente!) ma frequentare il bosco ci permette di entrare in contatto con la parte più primitiva di noi, con un mondo puro, non contaminato dall’uomo dove regna l’ordine naturale, dove gli alberi sono nati e cresciuti secondo un preciso volere divino, dove non esiste profitto, un secondo fine o una delimitazione dello spazio. Tutto è natura e l’uomo non può far altro che ammirarla, viverla, annusarla, ascoltarla e portarla dentro di se’.

Una passeggiata in un bosco porta innumerevoli benefici a livello fisico e mentale.

Portateci i vostri bambini, portateci per un pic-nic i vostri anziani, andateci appena potete (da soli è un’esperienza iniziatica memorabile): il richiamo del bosco è all’inizio flebile e pacato ma diventa sempre più urgente e pressante.

“Chi decide di camminare nel bosco è in cerca di una libertà diversa, interiore, che lo renda padrone della sua vita, capace di agire come gli alberi e gli uccelli che vivono al di sopra di tutto.” – Romano Battaglia

Quando avreste altrimenti la possibilità di ascoltare il silenzio? Quando l’occasione di udire lo scorrere di un ruscello? E di ammirare la danza dei maestosi alberi scossi dal vento? E quando la possibilità di vedere piccoli e grandi animali nel loro habitat naturale? Solo il bosco offre queste ed altre occasioni imperdibili!

Ecco perché stanno per fortuna nascendo anche in Italia tante scuole nel bosco, quale maestro più prezioso del bosco stesso per i nostri bambini?

“Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà.” –  San Bernardo di Chiaravalle

Fonte

Fin da bambini siamo portati a credere che i soldi facciano la felicità. Riversiamo il nostro desiderio di sentirci bene sugli oggetti, come se fossero effettivamente l’origine del benessere.

Cresciamo convinti che le cose ci rendano felici e di conseguenza diventiamo ossessionati dal denaro. Perché senza denaro, non possiamo acquistare tutti quegli oggetti che vediamo dappertutto: in televisione, sui social network, sui giornali, indosso alle persone famose e sorridenti.

Fin dalla tenera età, ci convinciamo che il denaro sia il bene più prezioso. Non solo iniziamo a giudicare gli altri in base a questo parametro (più ne hai, più vali), ma facciamo dei soldi la nostra ossessione.

Per molti, l’equazione “+ denaro = + cose = + felicità” è una verità intoccabile.

Il problema è che tutti noi, prima o poi, ci ritroviamo in un punto della nostra vita nel quale il denaro non conta assolutamente niente. E quando ci arriviamo, ci rendiamo conto che c’è un bene molto più prezioso.

La morte e l’importanza del tempo

Non esiste niente di più democratico della morte.

In quel momento, il tuo conto in banca e gli oggetti che hai accumulato non valgono assolutamente niente. Ognuno di noi prende percorsi di vita differenti, ma arrivati a quel punto siamo tutti uguali.

E con una certezza quasi assoluta, posso dire che qualsiasi persona in procinto di morire pensi che il bene più importante non sia il denaro, ma il tempo. Se potesse, darebbe via tutto ciò che possiede per avere più tempo.

I soldi si possono accumulare e perdere. Si può essere ogni giorno più ricchi o più poveri. Gli oggetti si acquistano, si rompono e si buttano per acquistarne altri.

Si può sempre trovare un modo per aumentare il proprio denaro o i propri beni, ma non c’è nessun modo per aumentare il proprio tempo a disposizione.

Sembra scontato, vero?

Eppure non lo è. Pensaci: fin da piccoli siamo stimolati a inseguire tante cose, ma non il tempo.

Ci viene detto di studiare per ottenere un bel lavoro, che ci permetta di comprare una casa grande e un’automobile potente. Quando diventiamo adulti, quell’istinto è ancora dentro di noi, più forte che mai, infatti non scegliamo il lavoro che più ci piace e gratifica, ma quello che paga meglio.

Il falso mito che vuole la ricchezza materiale uguale alla felicità ci contagia da piccoli e ci spinge, da grandi, a non dire mai di no di fronte all’opportunità di fare soldi. Anche quando non ne avremmo alcun bisogno. Anche a scapito delle nostre relazioni, delle nostre passioni e della nostra salute.

Più lavoriamo e più siamo euforici, perché non pensiamo ad altro che al denaro che guadagneremo. Ma in realtà si tratta di un’illusione. Forse la più grande illusione dei nostri tempi.

Mentre insegui il denaro, il tempo passa inesorabile

Lavori, lavori e lavori, inseguendo una ricchezza che non sarà mai sufficiente. Perché se quando hai zero ti sembra fantastica la prospettiva di avere 100, quando finalmente hai 100 pensi che sarebbe grandioso avere 1.000. E quando arrivi a 1.000 ti chiedi: “Perché non arrivare a un milione?”

Nel frattempo, il tempo passa. Inesorabile.

Le giornate filano via senza lasciare traccia. Sono tutte maledettamente uguali, perché si basano su attività ripetitive: ogni giorno ti rechi in ufficio e ripeti sempre le stesse azioni. Giorno dopo giorno, decennio dopo decennio.

Ci sono persone molto fortunate, che adorano il proprio lavoro. In loro ho sempre visto una felicità rarissima: quella di occupare il proprio tempo e guadagnarsi da vivere facendo ciò che si ama. La stragrande maggioranza degli esseri umani, però, non è felice del proprio lavoro.

Il paradosso di preferire il denaro al tempo

Tanti si svegliano ogni mattina con il malumore e si presentano in ufficio nervosi. Quando capiscono di essere insoddisfatti, hanno una sola possibilità per tirare avanti: anestetizzare la mente.

Rendere la mente impermeabile a quei pensieri pericolosi (uno su tutti: “non è che sto buttando la mia vita?”) è l’unico modo per continuare ad inseguire il guadagno materiale. Ed è quello che tutte le istituzioni ci mettono in testa fin da piccoli: la fatica, le rinunce, le sofferenze, il mito del “portare la croce” sono caratteristiche necessarie per venire ricompensato (forse) un domani.

Ma il denaro che ricevi in cambio non è in grado di comprare il tempo perso ad essere infelice e insoddisfatto. Uno dei più grandi paradossi dei nostri tempi risiede nel pensiero fisso di milioni di persone quando sono sul posto di lavoro:

“Spero che oggi il tempo passi in fretta”

Non è forse assurdo? Come si può sperare che l’unico bene impossibile da recuperare o acquistare finisca velocemente? Sembra pura follia, eppure, quando si è accecati dall’idea di guadagnare soldi, anche questo ragionamento appare sensato. Purtroppo non lo è. L’idea che la felicità sia legata al denaro, si basa su un’altra grande illusione.

Non invidi i soldi dei milionari, ma il loro tempo

Tutti invidiano i milionari, ma per il motivo sbagliato. Crediamo di ammirare le loro vite per i soldi che hanno in banca, in realtà non è così: ciò che invidiamo è il tempo che hanno a disposizione.

Sai perché vorresti essere il milionario di turno su Instagram? Perché possiede il tempo di fare ciò che vuole.

Gran parte delle persone sono costrette a lavorare almeno cinque giorni su sette, spesso otto ore al giorno. È un’attività logorante, che priva di energie e tiene lontani i nostri sogni di felicità.

Ciò che differenzia davvero i milionari da tutti gli altri non sono le auto di lusso e le ville con la piscina. Il loro bene più prezioso non è il denaro, ma il tempo che hanno a disposizione per fare ciò che vogliono.

Il denaro, di per sé, non rende felici. Se lo crediamo è perché ci siamo fatti convincere che avere tanti soldi significhi avere più tempo da dedicare a noi stessi, ai nostri cari e alle nostre passioni. In realtà la felicità si trova ben lontana dalla superficialità del materialismo.

La felicità è nelle emozioni, non nelle cose

Pensa ai momenti più belli della tua vita. Scommetto che nessuno di questi è strettamente legato a un oggetto o al denaro. È una domanda che ho posto più volte nel corso della mia vita e dei miei viaggia persone da tutte le parti del mondo(ne parlo ampiamente nel mio libro “Le coordinate della felicità“).

Ogni volta che ho chiesto “qual è stato il momento più felice della tua vita?” ho ricevuto risposte di ogni tipo, ma in nessun caso mi è stato detto “quando ho comprato l’ultimo iPhone” oppure “quando ho ricevuto lo stipendio“.

Mi è stato risposto “quando mi sono laureato“, oppure “quando ho fatto il cammino di Santiago” o ancora “quando sono diventata madre“. Una ragazza mi ha parlato con gli occhi pieni di gioia di quando ha ricevuto la prima proposta di lavoro dopo essersi licenziata per diventare una freelance. Anche in questo caso, non è stato il denaro che avrebbe ricevuto a renderla felice, ma la soddisfazione personale di aver realizzato un sogno. Una sensazione che conoscevo molto bene visto che solo da pochi mesi ero diventato anche io un nomade digitale che vive viaggiando.

Uno dei motivi per cui ho aperto Mangia Vivi Viaggia è condividere il vero senso della felicità, che non sta nelle cose, ma nelle esperienze, nelle sensazioni, nel rapporto con gli altri. Niente di tutto ciò deve per forza avere a che fare con il denaro. Se crediamo che i soldi facciano la felicità è solo perché ci illudiamo che ci siano in grado di comprare quelle emozioni.

La felicità, spesso, è gratis.

La felicità non è costosa

In certi casi il denaro aiuta a essere felici. È inutile negarlo. Ad esempio, se hai sempre desiderato visitare il campo base dell’Everest in Nepal, sai benissimo che devi avere da parte almeno qualche migliaio di euro per arrivarci.

La vera domanda è un’altra: è davvero necessario essere ricchi per essere felici?

La risposta è una sola: no. Non devi avere molto per vivere bene.

Moltissime esperienze meravigliose sono gratuite (o quasi). Ci fanno sentire vivi, pieni di gioia, realizzati. Ci rendono felici, insomma, pur non essendo oggetti costosi. Pensa a quando ti sei innamorato per la prima volta, oppure a quando hai raggiunto un importante traguardo personale o semplicemente a quando hai fatto ridere un’altra persona.

Quanto eri felice in quei momenti?

Riempi la tua vita di emozioni e sarai felice

Si può essere davvero felici anche senza avere niente. C’è chi vive di sole emozioni ed esperienze. E se ti sembra di non esserne in grado, magari perché sei stato corrotto da anni di educazione improntata al consumo e all’importanza del denaro, puoi anche costruirti la tua felicità spendendo poco.

Sai quanto costa un viaggio nel sud-est asiatico con lo zaino in spalla? Io lo so bene, perché negli ultimi anni ho girato questa zona del mondo in lungo e in largo (se ti interessa approfondire l’argomento, ho dedicato diversi capitoli del mio libro a questi viaggi tra Vietnam, Thailandia, Laos, Cambogia, Indonesia etc) e ti posso assicurare che si spende poco. Se vuoi, spendi pochissimo.

Ciò significa che vivrai una pessima esperienza? Tutt’altro: con un budget ben inferiore ai mille euro puoi visitare luoghi meravigliosi e conoscere persone da tutto il mondo. Ci sono migliaia di viaggiatori che indicano in quell’avventura low cost il momento più bello della loro vita.

Quando viaggi ti capita di fermarti e sorridere, senza alcun motivo. Ti viene da pensare che la vita sia bellissima.

Devi essere milionario per provare queste sensazioni?

No. Ti bastano pochi soldi, se non addirittura nessuno.

La felicità è nel tempo, non nel denaro

Ciò che ti serve davvero è il tempo. Il tempo di viaggiare, esplorare, conoscerti, innamorarti, sentirti pieno di vita. Il tempo è il bene più prezioso che abbiamo e dovremmo dargli la nostra priorità.

Dovremmo scegliere un lavoro che ci tenga occupati il minor tempo possibile, oppure un lavoro che ci piaccia profondamente e valorizzi il tempo che abbiamo a disposizione.

Un’esistenza vissuta a pieno non è quella di chi passa quarant’anni rinchiuso in quattro mura a digitare cifre di fronte a uno schermo. Quando vai in pensione e sei privo di forze, non saprai che fartene di tutti i soldi accumulati.

Quello che ho capito incontrando sulla mia strada molti folli e sognatori, gli stessi che racconto sulle pagine di questo sito, è che il vero scopo della vita non può mai essere il semplice arricchimento monetario. Ciò che ci farà sorridere, da anziani, sarà guardarci indietro senza rimpianti ma con il cuore pieno di ricordi meravigliosi.

Non si può comprare la consapevolezza di aver dato un senso al nostro percorso su questa terra.

Imparare ad essere come il tempo

È vero: cercare di avere più tempo libero non è facile. Ma vale la pena provarci, perché il tempo scorre inesorabile. Al tempo non importa niente del denaro, delle responsabilità, delle apparenze, di ciò che gli altri ritengono giusto.

E a volte anche noi dovremmo essere come il tempo: smettere di pensare agli obblighi, alle responsabilità e a “ciò che è giusto“. A volte, semplicemente, dovremmo scorrere inarrestabili verso la nostra felicità.

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La maturità spirituale arriva quando accetti di aver commesso uno sbaglio, quando impari a scusarti ed a non giocare ed azzardare con con le tue cose e con quelle degli altri.

Arriva quando percepisci che oramai non hai più bisogno di così tante cose per soddisfare le tue esigenze, quando sai che rimanere in pace con te stesso è meglio che provocare o istigare l’altro, o al posto di agire e rivoltare il coltello in ferite già rimarginate.

È quando, interiormente, diventi più selettivo, è quando hai la consapevolezza di poter contare su poche, ma essenziali, persone, con le quali riesci a mantenere un buon rapporto di amicizia senza chiedere nulla in cambio.

È quando riesci a guardarti intorno e riesci a metterti nei panni delle altre persone, senza giudicare il loro dolore, così come non vuoi che si giudichi il tuo. È quando riesci a non interferire con le decisioni di nessuno ed impari a digerire i conflitti della vita con più tranquillità, essendo anche capace di recuperarti da essi.

È quando riesci a capire che non hai bisogno di avere una casa piena, non hai bisogno di tanto rumore, perché rimanendo da solo riesci a riflettere su ciò che provi, su ciò che hai provato e su ciò che non vuoi più provare.

È quando non devi andare da un posto all’altro cercando di trovare la tranquillità interiore. È quando riesci a perfezionarti eliminando tutto ciò di cui non hai bisogno, è quando riesci a sentirti più sicuro di te stesso ed a non credere più a certe persone che cercano solo di spezzarti il cuore, o di impossessarsi di ciò che non gli appartiene dando in cambio solo sofferenza.

È quando riesci a sperare per coloro che ne hanno più bisogno e per chi ha l’anima malata, è quando speri che tutti possano stare bene, anche se, forse, sono i primi a non volerlo.

È quando ti rendi conto che camminare a piedi scalzi, o avere una valigia vuota, a volte, è la cosa che ti fa sentire più libero. È quando capisci perché oggi il sole non si è presentato e la giornata è rimasta nuvolosa, ma continui a credere che domani potrà essere un giorno migliore e che avrai sempre una possibilità per superarti e per guarire dalle ferite.

La maturità spirituale è quando impari a rimanere in silenzio, ad allontanarti, a non aggredirti e a non aggredire.

È quando capisci che aprire le porte alla positività è meglio che affogare nel dolore o nella discordia. La maturità arriva con gli alti ed i bassi, quando si riesce a capire come rimanere nel mezzo. Arriva quando si ha la sensazione che non esiste superiorità, ma esiste solo l’umiltà di chi ha bisogno di rimanere con uno sguardo attento, che ha senitmenti onesti e l’obbligo di prendersi maggior cura di se stesso, di modo da avere la forza di aiutare anche chi ha bisogno di una mano.

La maturità spirituale arriva quando non bisogna più vivere nell’apprensione, quando non è più necessario cammufare la verità, quando si riesce ad accettare la propria condizione, qualunque essa sia.

È quando apri la porta, ma non per lamentarti o per cercare discordia, bensì per ringraziare per tutto ciò che hai.

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La Spiritualità è molto pratica: riguarda il modo in cui viviamo la nostra vita ed il significato che diamo a ciò che ci accade: La Spiritualità non è una religione, ma riguarda l’uso che facciamo della saggezza nella nostra vita. La nostra parte “in ombra” è fatta di tutte le cose che hanno effetto sul nostro stato emotivo e mentale. La non consapevolezza della nostra parte “in ombra” ci può rendere fortemente emotivi, depressi, stressati e così facilmente vulnerabili a persone e situazioni.

Noi tutti, quindi, abbiamo bisogno di sapere come gestire la nostra parte in ombra per poter realizzare il nostro destino spirituale sulla Terra!

“Il nostro potere spirituale e il nostro modo di vivere possono cambiare radicalmente la qualità della nostra vita”

Per lasciare spazio al nostro spirito (Sé Superiore) dobbiamo essere liberi.

La libertà è uno stato dell’essere. Essere liberi di essere: ecco ciò che si è. Sembra un gioco di parole, ma in realtà è un modo per descrivere la pura verità. Ciascuno di noi ha bisogno della massima libertà per manifestare la sua più profonda essenza.

La tua libertà fa paura: agli altri e anche a te stesso.

Cerca di essere libero. Libero da ogni pregiudizio. Libero da schemi mentali, aspettative, tradizioni, insegnamenti. Impara a percorrere vie nuove.

Non si tratta di buttare via l’esistente, ma di modificare il tuo modo di vivere la vita. Quando avrai dimestichezza con la libertà attuale, altre e ben più vaste se ne presenteranno. Ma bisogna imparare a dominare il piccolo per poi sapersi muovere nel grande.

Spesso diciamo: “ah se fossi libero….”. E’ un lamento che possiamo tutti comprendere, ma occorre riflettere sul fatto che se anche avessimo tutta la libertà dell’universo, non sapremmo cosa farcene, mancandoci la padronanza per usarla. Anzi, in un certo qual modo potremmo sentirci addirittura peggio. Ci sentiremmo persi, non all’altezza, come quando ci vengono assegnati compiti e poteri ma non ne abbiamo le capacità per usarli. Se ci dessero in mano uno splendido aereo e ci dicessero “siete liberi di volare”, cosa faremmo? Come ci sentiremmo?

Uno degli insegnamenti da acquisire nel corso della vita terrena è quello di avere dimestichezza con la creazione. Saper creare con pensieri, azioni, emozioni. Finchè non avrai imparato a usarli convenientemente per te stesso, senza creare pasticci per gli altri, non ti verranno dati altri elementi di creazione. Ce ne sono moltissimi altri, te l’assicuro, ma non è tempo di stare a disquisire di ciò.

Impara ad essere creatore, magnifico artista della tua vita. Cerca la pace e la gioia della creazione. Entra in contatto con la creatività che è in te e fuori di te. Sii creatore e co-creatore della tua vita, e ricordati che non ci riuscirai:

–> Finche’ non imparerai a essere libero di creare come vuoi, senza il timore del giudizio di nessuno, né degli amici, né dei nemici, né degli insegnanti, né degli allievi;

–> finchè non sarai libero di essere in pace sia che tu abbia creato sia che non abbia creato;

–> finchè non sarai capace di lasciare andare la paura del giudizio e il condizionamento che questo comporta;

–> finchè non avrai imparato tutto ciò, non sarai un bravo creatore e non userai la libertà che ti viene data e che in effetti hai.

La libertà è un atto di creazione ed è direttamente connessa allo stato evolutivo in cui si è.

Cerca la gioia della creazione. Metti armonia fra azioni, pensieri ed emozioni. Cerca la gioia e l’amore, sono per te una grande bussola che ti indica il cammino.

Crea! Crea per te stesso e per gli altri.

Crea te stesso, crea la più alta visione di te stesso, sia dal punto di vista spirituale che materiale.

La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione. Se tu non partecipi al processo di creazione, la libertà non si manifesta. Se tu non fai la tua parte la libertà è monca.

La libertà è l’essenza del tuo essere: essendo libero, SEI.

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La ricerca della felicità è qualcosa di antico come l’uomo. Da millenni ci interroghiamo su cosa sia, come si raggiunga e come si mantenga quella sensazione così effimera e meravigliosa che chiamiamo felicità.

Al giorno d’oggi c’è una tendenza diffusa a credere che il fine ultimo di questa ricerca sia il denaro.

Quante volte abbiamo sentito dire che il denaro rende felici? Per assurdo, però, questa idea nasce quasi sempre in coloro che non ne hanno tanto.

Perché in quanto esseri umani tendiamo sempre a desiderare ciò che non abbiamo e a vedere in ciò che non riusciamo a ottenere la soluzione a tutti i nostri problemi.

Che sia il partner giusto, un’automobile sportiva, una casa più grande, vestiti più costosi o, molto semplicemente, sempre più soldi.

Ma i soldi fanno davvero la felicità?

Il denaro di per sé è veramente in grado di regalarci quel mix di sensazioni meravigliose che ci fanno sorridere con il cuore?

Questa è una domanda che si pongono tantissime persone. Tra queste c’era anche una coppia statunitense che ha trovato una risposta certa viaggiando.

Si chiamano Corey ed Emily e dopo un lungo percorso personale sono ormai sicuri: non è la ricchezza materiale che porta felicità. È un tipo di ricchezza diverso, molto più complesso e astratto.

Corey ed Emily sono nati e cresciuti negli Stati Uniti, ma (come tanti altri) si sono presto sentiti traditi dal “sogno americano”: seguire il percorso tradizionale fatto di scuola, lavoro, famiglia e ferie forzate non li aveva resi per niente realizzati.

Così, un giorno hanno deciso di mettere in discussione tutta la loro vita.

La Vanlife di Corey ed Emily

“Il nostro esperimento nasce nel 2013”, raccontano sul loro blog. “Ci siamo chiesti: è possibile vivere una vita nomade e avventurosa, ma nel frattempo lavorare in remoto per guadagnarci da vivere?Quali opportunità e sfide nasceranno da questa scelta di vita? Cosa impareremo? E soprattutto, ne varrà la pena?”

Come tante altre persone in tutto il mondo, Corey ed Emily cercavano una vita che li soddisfacesse e li realizzasse, perché quella tradizionale non faceva altro che deprimerli.

Così, sono partiti.

“Alla fine abbiamo deciso di vagare alla ricerca di avventura, libertà e verità“, raccontano. “Abbiamo finanziato la nostra nuova vita lavorando in remoto dal computer. Ci sono stati tanti sali e scendi… meteo inclemente, crisi, ossa rotte, meraviglia, bellezza, coraggio, nuove prospettive e nuovi amici. Oggi siamo in viaggio no-stop da quattro anni“.

La coppia ha passato quattro anni on the road mantenendosi come sviluppatori web e guide di trekking. Lo ha fatto a bordo della loro casa mobile: un van Volkswagen Westfalia del 1987 che hanno ribattezzato “Boscha”.

Con questo mezzo, Corey, Emily e il loro cane Penny Rose hanno viaggiato per oltre 100.000 chilometri nel continente americano.

Hanno vissuto la vera Vanlife, fatta di pochi beni materiali ma tanto amore ed emozioni quotidiane.

Hanno scoperto luoghi straordinari, dormito sotto le stelle e apprezzato il potere infinito della natura, che sa come far sentire piccoli e insignificanti i problemi di tutti i giorni.

Cosa hanno imparato da questo lungo viaggio che è diventato la loro vita? Soprattutto due lezioni.

#1 La vita è qui e ora 

La prima è che “niente è impossibile e niente è garantito“. Per questo motivo, tutto va apprezzato al massimo in ogni secondo. Rinunciare ai propri sogni è una tragedia, perché nulla dura per sempre. Se desideri qualcosa, fai di tutto per ottenerla il prima possibile e goditela al massimo.

#2 La felicità è una questione di ricchezza interiore

La seconda lezione che hanno imparato riguarda la felicità.

Dopo quattro anni passati a vivere on the road, la coppia è certa che la felicità si ottenga con la ricchezza, ma non quella materiale: quella strettamente personale, emotiva e spirituale.

Vivere in un van significa non avere molto ma al tempo stesso avere tutto ciò di cui si ha bisogno. È tutta una questione di prospettiva:

“Io possiedo una casa”, dice Emily. “È una casa bianca, e ha persino un piano superiore e una cucina completa. Si può dormire tranquillamente in quattro, nella mia casa. Però ha quattro ruote. La mia casa è un Volkswagen Vanagon. È stupenda, ma non nel senso di bellezza che va di moda oggi”.

Secondo la coppia, il problema che attanaglia molte persone infelici al giorno d’oggi riguarda proprio l’incapacità di accettare punti di vista alternativi.

Così come Emily vede in un veicolo con quattro ruote una casa, tutti dovrebbero cambiare prospettiva per scoprire la felicità. E il primo passo è cambiare prospettiva sul concetto di ricchezza:

“Siamo davvero ricchi quando lavoriamo non solo per i soldi, ma per uno scopo. Quando usciamo dalla nostra comfort zone per cercare l’avventura. Quando seguiamo le nostre passioni e accettiamo le nostre differenze. Quando facciamo del nostro benessere la priorità e realizziamo che le opinioni degli altri non sono una nostra responsabilità”.

La felicità è tutta una questione di ricchezza interiore, quella che ti riempe il cuore di emozioni intense e la mente di ricordi preziosi e indimenticabili.

Ognuno di noi deve puntare alla propria personale felicità. Per Corey ed Emily si tratta della Vanlife:

Viviamo in un van semplicemente perché è ciò che amiamo fare. Questa scelta di vita ci ha aiutati a trovare la vera ricchezza”.

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