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Se chiedessimo a qualsiasi semplice cittadino, politico, sociologo, filosofo, scrittore, giornalista quale sia il problema più grande in Italia, la risposta sarebbe scontata: il lavoro. Se poi andassimo più nello specifico, interrogandoci su quale sia il problema con il lavoro nel nostro Paese, quasi tutti sarebbero d’accordo nel dire che scarseggia. Tutte le campagne elettorali fissano tra le loro promesse più importanti la creazione di nuovi posti di lavoro. È evidente che siamo una società fissata con il lavoro, e che ci siamo convinti che il nostro benessere aumenti insieme alla quantità di lavoro che accettiamo di svolgere. È il frutto di una cultura che sfocia nel personaggio ironico, ma tristemente vero, del Milanese Imbruttito. L’idea di svegliarsi la mattina per andare in ufficio, lavorare tantissimo e fino a tardi, essere sempre reperibili per una business call è associata a un modello di successo. Siamo così abituati a considerare l’ossessione per il lavoro una virtù che non riusciamo a capire che la vera virtù è pensare l’esatto opposto. Gli operai scendono in piazza per chiedere che sia rispettato il loro diritto al lavoro, chi non ce l’ha ne vuole uno, chi lavora venti ore a settimana vuole raddoppiarle. Cosa succederebbe se rovesciassimo il paradigma chiedendo il “diritto al non lavoro“ o, se vogliamo essere realistici, quello di lavorare meno?

Consultando gli archivi storici di giornali, pubbliche amministrazioni e sindacati, scopriamo che il tempo trascorso sul luogo di lavoro è drasticamente mutato nel corso del tempo. Alla fine del 1800 la giornata lavorativa era mediamente di sedici ore, in un ciclo continuo sonno-lavoro: ci si svegliava, si andava a lavorare, si tornava a casa e si andava a dormire. Nel 1902 venne approvata una legge che fissava a dodici ore massime la giornata lavorativa per le donne e i giovani fino ai 15 anni. Oggi lavorare dodici ore al giorno per sei giorni a settimana è giustamente considerato una tortura, ma per molti era la consuetudine agli inizi del Novecento. A cambiare le cose furono le proteste degli operai, appoggiati dai sindacati: il 2 marzo 1906 la Fiom stipulò un accordo con la società Itala per ridurre la giornata lavorativa a dieci ore e nel maggio dello stesso anno gli operai torinesi del settore metalmeccanico scesero in piazza per chiedere lo stesso trattamento.

In quegli anni di forte rivendicazione sociale della classe operaia, si fecero importanti passi in avanti, fino all’accordo del 1919 tra la Federazione degli industriali metallurgici e la Fiom in cui diventò realtà la giornata lavorativa di otto ore, per un totale massimo di quarantotto ore settimanali da distribuire in sei giorni. Mentre questo accordo si limitava al settore metallurgico, il Regio Decreto n. 692 del 1923 estese a tutte le categorie il modello delle otto ore massime giornaliere e delle quarantotto settimanali. Da quel momento, l’unico passo in avanti è rappresentato dal Decreto legislativo 66 dell’8 aprile 2003 che recepisce le disposizioni delle direttive comunitarie 93/104 CE e 2000/CE, fissando quaranta ore settimanali il limite massimo di lavoro, fatta eccezione per gli straordinari di otto ore settimanali. Immaginando di lavorare otto ore al giorno, aggiungendo il tempo necessario a prepararsi e per gli spostamenti e dormendo le canoniche otto ore per notte, con questo modello ci rimangono libere circa quattro o cinque ore al giorno.

Diverse statistiche hanno dimostrato l’importanza di investire sulla qualità della work life balance, ovvero l’equilibrio tra lavoro e vita privata. A livello pratico lo ha dimostrato l’azienda informatica svedese Filimundus con una sperimentazione all’avanguardia. L’amministratore delegato Linus Feldt ha deciso di ridurre la giornata lavorativa da otto a sei ore, senza però ridurre stipendi o benefit. I dipendenti hanno ricevuto la stessa paga mensile lavorando il 25% in meno del tempo, con risultati molto positivi. Anche se la produttività non ha subito variazioni, i dipendenti si sono detti più felici, concentrati ed efficaci nelle loro attività, mentre le assenze per malattia sono diminuite del 25%. L’idea che ridurre le ore lavorative migliori la qualità della vita e delle prestazioni dei dipendenti è ormai confermata da decine di diversi studi. Molti di questi sono riuniti nel libro dello scrittore Morten Hansen intitolato Great at Work, in cui l’autore evidenzia e prova l’efficacia di concentrare il lavoro in un lasso minore di tempo.

La diminuzione del monte ore settimanale avrebbe ripercussioni positive anche sui tassi di occupazione. Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro alla Sapienza di Roma, nel libro Lavoro 2025 ha rilevato che in Italia lavoriamo circa quaranta miliardi di ore l’anno, ovvero 1800 ore a persona. Per fare un paragone, in Francia le ore annuali pro capite sono 1482, mentre in Germania scendono a 1371. De Masi ha diviso le ore totali lavorate in Italia ogni anno, ovvero quaranta miliardi, per la media lavorativa annuale in Francia e Germania. Il risultato è che se nel nostro Paese lavorassimo quanto in Francia guadagneremmo sei milioni di posti di lavoro in più, che salirebbero a sei e mezzo se lavorassimo quanto i tedeschi. Si tratta di cifre enormi che fanno capire come il concetto sintetizzato nel “lavorare meno, lavorare tutti” non sia privo di fondamento.

Il Milanese Imbruttito direbbe che siamo degli sfaticati, dei “giargiana” (chi abita fuori Milano) e che nella vita bisogna fatturare 7 giorni su 7 e 24 ore su 24. Però è arrivato il momento di immaginare un futuro con impieghi più creativi e stimolanti e che ci lascino il tempo di dedicarci ai nostri hobby, alla nostra famiglia e alle relazioni. A dar forza a questa visione ci sono anche dei colossi dell’imprenditoria mondiale, come il cinese Jack Ma. Il fondatore e presidente del gruppo Alibaba (corrispondente orientale di Amazon), in diverse occasioni ha difeso l’importanza della work life balance: in un recente confronto con Elon Musk, ha affermato che “entro i prossimi trent’anni ci ritroveremo a lavorare per quattro ore al giorno distribuite in tre giorni settimanali”.

Se lo dicono anche alcuni tra i più influenti imprenditori del mondo, forse sarebbe il momento di aprire un dibattito pubblico costruttivo sulla giornata lavorativa. Il mondo si sviluppa e cambia con tempi rapidissimi che la politica non riesce più a seguire, perdendo la sua funzione di strumento per tutelare la qualità della vita dei cittadini. Dovrebbe tornare a occuparsene, partendo proprio dalla riduzione della giornata lavorativa. Dato che l’ultima modifica legislativa della giornata lavorativa risale a diversi decenni fa (a parte quella del 2003 che ha solamente recepito una direttiva europea), la legge deve trovare soluzioni adatte a cambiare il modello lavorativo italiano, prima che questo ceda del tutto alla filosofia dell’h24 e 7 giorni su 7.

Le giovani generazioni, in particolare i millennial, hanno bisogno di vivere in un mondo in cui il lavoro torni a essere un mezzo e non il fine della loro esistenza. Le scoperte scientifiche e lo sviluppo delle intelligenze artificiali in pochi anni faranno sì che diversi lavori, dall’impiegato bancario, all’assicuratore, fino all’operaio, potranno essere svolti senza una presenza umana. La nostra classe dirigente deve cogliere la portata rivoluzionaria di questi cambiamenti ed essere capace di immaginare soluzioni adatte agli scenari futuri.

In poco più di cento anni il tempo che passiamo lavorando è sostanzialmente dimezzato. Esattamente come un secolo fa, anche oggi esiste chi si oppone alla riduzione della giornata lavorativa, ma grazie a molti coraggiosi e visionari siamo riusciti a passare da sedici a otto ore al giorno passate in un ufficio o in fabbrica. Una conquista simile non deve però impedirci di immaginare un futuro prossimo in cui potremmo ridurle a quattro. Mai come oggi possiamo permetterci di pensare che il benessere e la felicità del nostro Paese coincidano con il motto “lavoriamo meno, lavoriamo tutti”.

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Pensiamo meno al “quando” e più al “come” e saremo padroni del tempo, anziché schiavi. Una lezione, questa, che dovremmo imparare da chi già ce l’ha a suo tempo insegnata

Oggi siamo tutti concentrati sulla dimensione temporale delle nostre azioni. A tal punto che la prima cosa a cui pensiamo al mattino, quando ancora non abbiamo fatto nulla, è di essere già in ritardo. Un paradosso! Il “quando” e il tempo sono diventati una priorità. Per soddisfarla ci siamo inventati corsi di time management e abbiamo piazzato alert ovunque: insomma tentiamo, in una lotta impari, di dominare noi il tempo che invece è il vero padrone della nostra vita. Forse gli diamo troppa importanza.

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Prima o poi è capitato a tutti di dover scrivere e consegnare il proprio curriculum vitae.

Una vera scocciatura prepararlo, soprattutto sapendo che il più delle volte finirà tra una montagna di carte e magari non verrà nemmeno letto.

Ciò che scriviamo su quei fogli difficilmente riesce a rispecchiare chi siamo e che personalità abbiamo, e troppo spesso anche durante i colloqui abbiamo a disposizione solo pochi minuti per presentarci e dimostrare quanto valiamo.

Meritxell Costa, la giovane imprenditrice protagonista di questa vicenda, è davvero unica nel suo genere. Pensate infatti che non ha mai chiesto il curriculum ai suoi dipendenti.

Meritxell ha da sempre le idee ben chiare: all’età di ventidue anni si è licenziata perché non si sentiva a suo agio con i colleghi, nonostante avesse un posto fisso e una buona paga.

Per lei è molto più importante lavorare insieme a persone felici in un clima sereno. Come darle torto? Ed è proprio rimanendo coerente con i suoi ideali che è riuscita a ottenere il successo lavorativo.

Infatti oggi, all’età di soli 33 anni, non solo è a capo di un’azienda di marketing e comunicazione che porta il suo nome, ma tiene lezioni universitarie nelle quali racconta ai giovani studenti la sua straordinaria esperienza.

“Non chiedo il curriculum ai miei dipendenti, ma domando loro se siano brave persone”

È così che Meritxell si rivolge a chi cerca lavoro nella sua azienda. “Un curriculum non dice un granché, da solo informazioni oggettive: ma non pensate che abbiano altrettanta importanza quelle soggettive?

Non credete che sia importante sapere ciò che piace fare a una persona, o il modo in cui affronta e gestisce un problema?

Conosco bene le persone che lavorano per la mia azienda nonostante non abbia mai letto i loro curriculum vitae: so per certo che è gente affidabile e seria e che sarebbe in grado di portare avanti l’azienda anche senza di me.

Altra cosa fondamentale è essere felici mentre si lavora: per questo motivo non ci sono orari, ognuno è in grado di gestire la propria giornata.

In ufficio si trovano sempre cioccolata e caffè caldo. Al lavoro è importante essere felici: ci si passa gran parte della giornata e deve essere confortevole, anche per quanto riguarda gli indumenti che si indossano. 

Do un consiglio a coloro i quali hanno deciso di cambiare lavoro: riflettete bene sulle ragioni che vi spingono a farlo. Lo stipendio e le discussioni con il capo non sono delle motivazioni valide.

Se invece sentite di non poter crescere professionalmente, allora non ha più senso continuare a lavorare in quel posto.

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Fin da bambini siamo portati a credere che i soldi facciano la felicità. Riversiamo il nostro desiderio di sentirci bene sugli oggetti, come se fossero effettivamente l’origine del benessere.

Cresciamo convinti che le cose ci rendano felici e di conseguenza diventiamo ossessionati dal denaro. Perché senza denaro, non possiamo acquistare tutti quegli oggetti che vediamo dappertutto: in televisione, sui social network, sui giornali, indosso alle persone famose e sorridenti.

Fin dalla tenera età, ci convinciamo che il denaro sia il bene più prezioso. Non solo iniziamo a giudicare gli altri in base a questo parametro (più ne hai, più vali), ma facciamo dei soldi la nostra ossessione.

Per molti, l’equazione “+ denaro = + cose = + felicità” è una verità intoccabile.

Il problema è che tutti noi, prima o poi, ci ritroviamo in un punto della nostra vita nel quale il denaro non conta assolutamente niente. E quando ci arriviamo, ci rendiamo conto che c’è un bene molto più prezioso.

La morte e l’importanza del tempo

Non esiste niente di più democratico della morte.

In quel momento, il tuo conto in banca e gli oggetti che hai accumulato non valgono assolutamente niente. Ognuno di noi prende percorsi di vita differenti, ma arrivati a quel punto siamo tutti uguali.

E con una certezza quasi assoluta, posso dire che qualsiasi persona in procinto di morire pensi che il bene più importante non sia il denaro, ma il tempo. Se potesse, darebbe via tutto ciò che possiede per avere più tempo.

I soldi si possono accumulare e perdere. Si può essere ogni giorno più ricchi o più poveri. Gli oggetti si acquistano, si rompono e si buttano per acquistarne altri.

Si può sempre trovare un modo per aumentare il proprio denaro o i propri beni, ma non c’è nessun modo per aumentare il proprio tempo a disposizione.

Sembra scontato, vero?

Eppure non lo è. Pensaci: fin da piccoli siamo stimolati a inseguire tante cose, ma non il tempo.

Ci viene detto di studiare per ottenere un bel lavoro, che ci permetta di comprare una casa grande e un’automobile potente. Quando diventiamo adulti, quell’istinto è ancora dentro di noi, più forte che mai, infatti non scegliamo il lavoro che più ci piace e gratifica, ma quello che paga meglio.

Il falso mito che vuole la ricchezza materiale uguale alla felicità ci contagia da piccoli e ci spinge, da grandi, a non dire mai di no di fronte all’opportunità di fare soldi. Anche quando non ne avremmo alcun bisogno. Anche a scapito delle nostre relazioni, delle nostre passioni e della nostra salute.

Più lavoriamo e più siamo euforici, perché non pensiamo ad altro che al denaro che guadagneremo. Ma in realtà si tratta di un’illusione. Forse la più grande illusione dei nostri tempi.

Mentre insegui il denaro, il tempo passa inesorabile

Lavori, lavori e lavori, inseguendo una ricchezza che non sarà mai sufficiente. Perché se quando hai zero ti sembra fantastica la prospettiva di avere 100, quando finalmente hai 100 pensi che sarebbe grandioso avere 1.000. E quando arrivi a 1.000 ti chiedi: “Perché non arrivare a un milione?”

Nel frattempo, il tempo passa. Inesorabile.

Le giornate filano via senza lasciare traccia. Sono tutte maledettamente uguali, perché si basano su attività ripetitive: ogni giorno ti rechi in ufficio e ripeti sempre le stesse azioni. Giorno dopo giorno, decennio dopo decennio.

Ci sono persone molto fortunate, che adorano il proprio lavoro. In loro ho sempre visto una felicità rarissima: quella di occupare il proprio tempo e guadagnarsi da vivere facendo ciò che si ama. La stragrande maggioranza degli esseri umani, però, non è felice del proprio lavoro.

Il paradosso di preferire il denaro al tempo

Tanti si svegliano ogni mattina con il malumore e si presentano in ufficio nervosi. Quando capiscono di essere insoddisfatti, hanno una sola possibilità per tirare avanti: anestetizzare la mente.

Rendere la mente impermeabile a quei pensieri pericolosi (uno su tutti: “non è che sto buttando la mia vita?”) è l’unico modo per continuare ad inseguire il guadagno materiale. Ed è quello che tutte le istituzioni ci mettono in testa fin da piccoli: la fatica, le rinunce, le sofferenze, il mito del “portare la croce” sono caratteristiche necessarie per venire ricompensato (forse) un domani.

Ma il denaro che ricevi in cambio non è in grado di comprare il tempo perso ad essere infelice e insoddisfatto. Uno dei più grandi paradossi dei nostri tempi risiede nel pensiero fisso di milioni di persone quando sono sul posto di lavoro:

“Spero che oggi il tempo passi in fretta”

Non è forse assurdo? Come si può sperare che l’unico bene impossibile da recuperare o acquistare finisca velocemente? Sembra pura follia, eppure, quando si è accecati dall’idea di guadagnare soldi, anche questo ragionamento appare sensato. Purtroppo non lo è. L’idea che la felicità sia legata al denaro, si basa su un’altra grande illusione.

Non invidi i soldi dei milionari, ma il loro tempo

Tutti invidiano i milionari, ma per il motivo sbagliato. Crediamo di ammirare le loro vite per i soldi che hanno in banca, in realtà non è così: ciò che invidiamo è il tempo che hanno a disposizione.

Sai perché vorresti essere il milionario di turno su Instagram? Perché possiede il tempo di fare ciò che vuole.

Gran parte delle persone sono costrette a lavorare almeno cinque giorni su sette, spesso otto ore al giorno. È un’attività logorante, che priva di energie e tiene lontani i nostri sogni di felicità.

Ciò che differenzia davvero i milionari da tutti gli altri non sono le auto di lusso e le ville con la piscina. Il loro bene più prezioso non è il denaro, ma il tempo che hanno a disposizione per fare ciò che vogliono.

Il denaro, di per sé, non rende felici. Se lo crediamo è perché ci siamo fatti convincere che avere tanti soldi significhi avere più tempo da dedicare a noi stessi, ai nostri cari e alle nostre passioni. In realtà la felicità si trova ben lontana dalla superficialità del materialismo.

La felicità è nelle emozioni, non nelle cose

Pensa ai momenti più belli della tua vita. Scommetto che nessuno di questi è strettamente legato a un oggetto o al denaro. È una domanda che ho posto più volte nel corso della mia vita e dei miei viaggia persone da tutte le parti del mondo(ne parlo ampiamente nel mio libro “Le coordinate della felicità“).

Ogni volta che ho chiesto “qual è stato il momento più felice della tua vita?” ho ricevuto risposte di ogni tipo, ma in nessun caso mi è stato detto “quando ho comprato l’ultimo iPhone” oppure “quando ho ricevuto lo stipendio“.

Mi è stato risposto “quando mi sono laureato“, oppure “quando ho fatto il cammino di Santiago” o ancora “quando sono diventata madre“. Una ragazza mi ha parlato con gli occhi pieni di gioia di quando ha ricevuto la prima proposta di lavoro dopo essersi licenziata per diventare una freelance. Anche in questo caso, non è stato il denaro che avrebbe ricevuto a renderla felice, ma la soddisfazione personale di aver realizzato un sogno. Una sensazione che conoscevo molto bene visto che solo da pochi mesi ero diventato anche io un nomade digitale che vive viaggiando.

Uno dei motivi per cui ho aperto Mangia Vivi Viaggia è condividere il vero senso della felicità, che non sta nelle cose, ma nelle esperienze, nelle sensazioni, nel rapporto con gli altri. Niente di tutto ciò deve per forza avere a che fare con il denaro. Se crediamo che i soldi facciano la felicità è solo perché ci illudiamo che ci siano in grado di comprare quelle emozioni.

La felicità, spesso, è gratis.

La felicità non è costosa

In certi casi il denaro aiuta a essere felici. È inutile negarlo. Ad esempio, se hai sempre desiderato visitare il campo base dell’Everest in Nepal, sai benissimo che devi avere da parte almeno qualche migliaio di euro per arrivarci.

La vera domanda è un’altra: è davvero necessario essere ricchi per essere felici?

La risposta è una sola: no. Non devi avere molto per vivere bene.

Moltissime esperienze meravigliose sono gratuite (o quasi). Ci fanno sentire vivi, pieni di gioia, realizzati. Ci rendono felici, insomma, pur non essendo oggetti costosi. Pensa a quando ti sei innamorato per la prima volta, oppure a quando hai raggiunto un importante traguardo personale o semplicemente a quando hai fatto ridere un’altra persona.

Quanto eri felice in quei momenti?

Riempi la tua vita di emozioni e sarai felice

Si può essere davvero felici anche senza avere niente. C’è chi vive di sole emozioni ed esperienze. E se ti sembra di non esserne in grado, magari perché sei stato corrotto da anni di educazione improntata al consumo e all’importanza del denaro, puoi anche costruirti la tua felicità spendendo poco.

Sai quanto costa un viaggio nel sud-est asiatico con lo zaino in spalla? Io lo so bene, perché negli ultimi anni ho girato questa zona del mondo in lungo e in largo (se ti interessa approfondire l’argomento, ho dedicato diversi capitoli del mio libro a questi viaggi tra Vietnam, Thailandia, Laos, Cambogia, Indonesia etc) e ti posso assicurare che si spende poco. Se vuoi, spendi pochissimo.

Ciò significa che vivrai una pessima esperienza? Tutt’altro: con un budget ben inferiore ai mille euro puoi visitare luoghi meravigliosi e conoscere persone da tutto il mondo. Ci sono migliaia di viaggiatori che indicano in quell’avventura low cost il momento più bello della loro vita.

Quando viaggi ti capita di fermarti e sorridere, senza alcun motivo. Ti viene da pensare che la vita sia bellissima.

Devi essere milionario per provare queste sensazioni?

No. Ti bastano pochi soldi, se non addirittura nessuno.

La felicità è nel tempo, non nel denaro

Ciò che ti serve davvero è il tempo. Il tempo di viaggiare, esplorare, conoscerti, innamorarti, sentirti pieno di vita. Il tempo è il bene più prezioso che abbiamo e dovremmo dargli la nostra priorità.

Dovremmo scegliere un lavoro che ci tenga occupati il minor tempo possibile, oppure un lavoro che ci piaccia profondamente e valorizzi il tempo che abbiamo a disposizione.

Un’esistenza vissuta a pieno non è quella di chi passa quarant’anni rinchiuso in quattro mura a digitare cifre di fronte a uno schermo. Quando vai in pensione e sei privo di forze, non saprai che fartene di tutti i soldi accumulati.

Quello che ho capito incontrando sulla mia strada molti folli e sognatori, gli stessi che racconto sulle pagine di questo sito, è che il vero scopo della vita non può mai essere il semplice arricchimento monetario. Ciò che ci farà sorridere, da anziani, sarà guardarci indietro senza rimpianti ma con il cuore pieno di ricordi meravigliosi.

Non si può comprare la consapevolezza di aver dato un senso al nostro percorso su questa terra.

Imparare ad essere come il tempo

È vero: cercare di avere più tempo libero non è facile. Ma vale la pena provarci, perché il tempo scorre inesorabile. Al tempo non importa niente del denaro, delle responsabilità, delle apparenze, di ciò che gli altri ritengono giusto.

E a volte anche noi dovremmo essere come il tempo: smettere di pensare agli obblighi, alle responsabilità e a “ciò che è giusto“. A volte, semplicemente, dovremmo scorrere inarrestabili verso la nostra felicità.

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Come molti uomini della mia generazione, fui allevato secondo i precetti del proverbio che dice «l’ozio è il padre di tutti i vizi ».

Poiché ero un ragazzino assai virtuoso, credevo a tutto ciò che mi dicevano e fu così che la mia coscienza prese l’abitudine di costringermi a lavorare sodo fino ad oggi. Ma sebbene la mia coscienza abbia controllato le mie azioni, le mie opinioni subirono un processo rivoluzionario.

lo penso che in questo mondo si lavori troppo, e che mali incalcolabili siano derivati dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa; insomma, nei moderni paesi industriali bisogna predicare in modo ben diverso da come si è predicato sinora

lo voglio dire, in tutta serietà, che la fede nella virtù del lavoro provoca grandi mali nel mondo moderno, e che la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in una diminuzione del lavoro.

Il concetto del dovere, storicamente parlando, è stato un mezzo escogitato dagli uomini al potere per indurre altri uomini a vivere per l’interesse dei loro padroni anziché per il proprio.

L’ozio è essenziale per la civiltà e nei tempi antichi l’ozio di pochi poteva essere garantito soltanto dalle fatiche di molti.
Tali fatiche avevano però un valore non perché il lavoro sia un bene, ma al contrario perché l’ozio è un bene.

La tecnica moderna ci consente di distribuire il tempo destinato all’ozio in modo equo, senza danno per la civiltà.

Se il salariato lavorasse quattro ore al giorno, ci sarebbe una produzione sufficiente per tutti e la disoccupazione finirebbe, sempre che si ricorra a un minimo di organizzazione. Questa idea scandalizza la gente perbene, convinta che i poveri non sappiano che farsene di tanto tempo libero.

In un mondo invece dove nessuno sia costretto a lavorare più di quattro ore al giorno, ogni persona dotata di curiosità scientifica potrebbe indulgervi.

Soprattutto ci sarebbe nel mondo molta gioia di vivere invece di nervi a pezzi, stanchezza e dispepsia.

Il lavoro richiesto a ciascuno sarebbe .sufficiente per farci apprezzare il tempo libero, e non tanto pesante da esaurirci.

E non essendo esausti, non ci limiteremmo a svaghi passivi e vacui. Almeno l’uno per cento della popolazione dedicherebbe il tempo non impegnato nel lavoro professionale a ricerche di utilità pubblica e, giacché tali ricerche sarebbero disinteressate, nessun freno verrebbe posto alla originalità delle idee.

Ma i vantaggi di chi dispone di molto tempo libero possono risultare evidenti anche in casi meno eccezionali. Uomini e donne di media levatura, avendo l’opportunità di condurre una vita più felice, diverrebbero più cortesi, meno esigenti e meno inclini a considerare gli altri con sospetto.

La smania di far la guerra si estinguerebbe in parte per questa ragione, e in parte perché un conflitto implicherebbe un aumento di duro lavoro per tutti.

Il buon carattere è, di tutte le qualità morali, quella di cui il mondo ha più bisogno, e il buon carattere è il risultato della pace e della sicurezza, non di una vita di dura lotta.

I moderni metodi di produzione hanno reso possibile la pace e la sicurezza per tutti;

Noi abbiamo invece preferito far lavorare troppo molte persone lasciandone morire di fame altre. 

Perciò abbiamo continuato a sprecare tanta energia quanta ne era necessaria prima dell’invenzione delle macchine; in ciò siamo stati idioti, ma non c’è ragione per continuare ad esserlo.

Elogio dell’Ozio di Bertrand Russell

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Storia di Veronica, poco più che trentenne, che da più di un anno lavora sottopagata, sfruttata, 10-12 ore al giorno per un negozio di generi alimentari a Roma.

Di 


“Da più di un anno ho una situazione di lavoro a dir poco imbarazzante. Lavoro come commessa in un punto vendita di generi alimentari di buon livello a Roma. Da più di un anno lavoro sottopagata, sfruttata, 10-12 ore al giorno. A 3,20 euro l’ora, a nero. Circa 800 euro al mese. Ho lavorato festivi e domeniche e non sono stata retribuita. Tredicesima e quattordicesima non esistono, così come la malattia”.

Questa è la storia di Veronica (nome di fantasia ndr), una ragazza poco più che trentenne, impiegata, si fa per dire, in un negozio di alimentari in una zona centrale della Capitale. Veronica racconta a TPI del suo limbo senza alternative: costretta a lavorare per pochissimi euro al giorno, senza prospettive concrete o possibilità di tutele contrattuali.

Veronica lavora con altri italiani, tutti ormai rassegnati di fronte alle precarie condizioni lavorative.

Il lavoro nero si conferma come uno dei più grandi problemi per l’Italia e le casse dello Stato. Sono circa 1,5 milioni i lavoratori ‘invisibili’ a fronte di 5,7 milioni di aziende attive sul territorio italiano. Un fenomeno che produce un “buco” di circa 20 miliardi di euro per l’erario, secondo le stime di un’analisi condotta dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro.

Come hai conosciuto questo posto? Come ci sei finita a lavorare?

Tramite il passaparola ho saputo che c’era un’opportunità di lavoro.

Hai parlato con il titolare?

Sì. Il titolare mi aveva detto la metà delle ore, a un altro prezzo. Per un anno mi ha illuso che mi avrebbe fatto il contratto. L’accordo era di sei ore.

Poi cosa è successo?

La cosa si è ribaltata, io mi sono opposta più volte ma il titolare è anche una persona aggressiva che intimorisce. Mi fa le scenate, mi bestemmia in faccia, sono abbastanza terrorizzata.

I turni chi li decide?

Non esistono turni: entro la mattina alle 9 ed esco la sera alle 20.00.

Ci sono altre persone che lavorano lì? Cosa dicono?

Non ne sono contenti, ma sostanzialmente non dicono nulla. Sono arresi.

Sono italiani i tuoi colleghi?

Sì, certo. Persone mature.

È stancante il lavoro?

A volte non c’è nemmeno il tempo di mangiare, o bisogna mangiare in cinque minuti.

Come ti vengono dati i soldi?

A mano, a fine mese.

Come ha funzionato all’inizio?

Gli accordi erano che avrei preso gli stessi soldi ma per meno ore. La prima settimana è andata bene. I patti erano rispettati. Poi mi ha cominciato a dire che dovevo restare di più e a mano a mano le ore sono aumentate.

Quando eri malata come andava?

Se ero malata non mi pagava, e tratteneva i soldi dallo stipendio.

Sei consapevole che se accadesse qualcosa mentre lavori non sei per nulla tutelata?

Sì, ci penso spesso. Ma non so assolutamente come fare.

E ora cosa è successo?

Mi ha detto che dovrò andare via e che non può più pagarmi.

Perché non te ne sei andata prima spontaneamente?

Quando io protestavo e gli spiegavo che non era il modo di lavorare, lui mi rispondeva dicendomi che il mese seguente mi avrebbe fatto il contratto. Mi ha presa in giro. “Non è il momento questo. Di cosa hai paura?”, e così andava a oltranza.

Ci ho pensato tante volte ad andarmene, poi speravo che le cose potessero cambiare.

Però un anno è tanto …

Ogni mese diceva questa cosa e ogni mese mi illudeva. In questi ultimi tempi peraltro trovare un lavoro è davvero complicato, ho avuto difficoltà e quindi ho resistito.

Il negozio va bene? C’è la clientela?

Sì, certo.

Secondo te quindi sarebbe nelle condizioni di offriti un salario migliore e delle condizioni migliori?

Secondo me sì.

“Il Ministro Di Maio dimostri davvero che ha a cuore la piaga del lavoro nero – dichiara Francesco Iacovone, del Cobas nazionale – perché non siamo alle Iene e non parlo del papà ormai più famoso d’Italia. Siamo nel mondo del commercio dove centinaia di milioni di cittadini/lavoratori subiscono soprusi di ogni genere”.

“Dal lavoro in nero a quello ‘in grigio’, con contratti regolari a metà e il resto fuori busta – prosegue il rappresentante sindacale – che rappresentano un’enorme evasione contributiva e fiscale e un ingente danno per i conti dello Stato. Tutti fanno finta di non vedere, ma in realtà questa degenerazione la conoscono tutti”.

“E non finisce qui, perché al lavoro nero si aggiungono il superamento delle soglie di precarietà contrattuale, le dimissioni in bianco, le discriminazioni di genere, i part time imposti, le condizioni di sicurezza inesistenti. Insomma, ci vuole davvero una task force di ispettori che faccia luce su uno dei settori produttivi più sfruttati”.

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