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Ecco perchè coltivarti il cibo è l’atto più rivoluzionario che tu possa compiere in un sistema politico marcio e corrotto.

Di Flavio Troisi


In USA è attivo un movimento di coltivatori urbani denominato Propaganda Gardening, un incrocio di guerrilla gardening e protesta, che si propone di risvegliare la coscienza politica attraverso il ritorno alla coltivazione su piccola scala. Farsi l’orto diventa così un atto politico, oltre che di salvaguardia personale. Il che non mi suona affatto strano. La permacultura è stata definita: “Rivoluzione travestita da giardinaggio.” Il punto non è votare per uno o l’altro, ma riportare il controllo della propria vita nelle mani di chi coltiva per se stesso e per la sua comunità.

Oggi voglio condividere con voi questo testo scritto da Alex Pietrowski, un artista e scrittore che si occupa di come preservare la salute e la libertà di avere uno stile di vita sano.

PERCHÉ COLTIVARTI IL CIBO È L’ATTO DI MAGGIORE IMPATTO CHE TU POSSA COMPIERE IN UN SISTEMA POLITICO CORROTTO
DI ALEX PIETROWSKI

Gli innovatori sociali più efficaci della nostra era non stanno aspettando che un nuovo presidente gli migliori la vita, stanno invece seminando, letteralmente, e attraverso l’atto rivoluzionario del giardinaggio, stanno ricostruendo le loro comunità mentre coltivano la propria indipendenza.

Ogni quattro anni in USA milioni di persone si appassionano intorno a come creare un mondo migliore all’interno di un contesto sempre più corrotto e assurdo. E se invece quell’energia venisse investita in qualcosa di meglio, qualcosa che migliori la vita direttamente e immediatamente, sia nella comunità che nel mondo in generale?

Il semplice atto di coltivarsi il cibo sfida la matrice del controllo in svariati modi, che è poi la ragione per cui alcune delle persone più consapevoli e determinate stanno prendendo le vanghe e cominciando a coltivare. Farlo è diventato una affermazione politica molto più significativa che sostenere un partito o un candidato.

Il Propaganda Gardening, una combinazione di guerrilla gardening e protesta politica, consiste nello sviluppare l’autosufficienza facendo una semplice, ma coraggiosa, affermazione riguardo al mondo che condividiamo, e le scelte di vita che compiamo.

Prendete ad esempio, Ron Finley, il guerrilla gardener di Los Angeles che inspira il mondo con verità paradossali su come il sistema alimentare industriale ci schiavizzi.

“Vivo in una prigione alimentare. È stata progettata nei minimi dettagli, come le carceri. Ma sono stanco di essere un detenuto. Così, mi sono detto, fatemi cambiare questo paradigma, fatemi coltivare il mio cibo. Posso farlo per scappare da questa vita predestinata cui sono stato abbonato contro la mia volontà.” – Ron Finley

COLTIVARTI IL CIBO SFIDA LO STATUS QUO IN TANTI DI QUEI MODI.

riduce la dipendenza da un sistema alimentare industriale inquinato accresce la salute e il benessere facendoti fare esercizio fisico e producendo cibo nutriente, ci libera dalla dipendenza da alcune medicine mina alla base Monsanto e l’industria agrochimica che sta inquinando il pianeta e provocando un ecocidio globale evidenzia che ci sono problemi di controllo burocratico/politico su chi vuole coltivare il proprio cibo
aiuta a costruire e guarire la comunità procurando luoghi in cui valga la pena di riunirsi e svolgere attività ci aiuta a rimediare ai danni che stiamo facendo all’ambiente con lo stile di vita consumistico ci protegge dall’insicurezza e dalla scarsità di cibo facilita un più vasto risveglio, dando un esempio da seguire ad altre persone.

Quando ci uniamo, consapevolezza e azione creano il tipo di cambiamento che un sistema di controllo rigido non può tollerare […]. Questa è azione reale, efficace, e se diventa sempre più normale fare orti nel proprio cortile o nell’isolato, assisteremo al ritorno di una società che non creeremo mai se ci limiteremo ad agire secondo i dettami del sistema. Che succede quando ti connetti con la Natura? Cosa succede quando di conseguenza trasformi la tuacomunità unendo i tuoi vicini con l’obiettivo di dare a tutti qualcosa di immenso valore?

 

Fonte

Questo articolo è stato in orgine pubblicato da Waking Times con licenza Creative Commons.

Tratto da: www.flaviotroisi.com

Ecco più di otto ragioni per cominciare a mangiare due banane al giorno

Le banane sono uno degli alimenti più utili per gli esseri umani. Fortunatamente le banane si trovano abbondantemente al supermercato. Sono ricche di vitamine, sostanze nutritive, fibre e zuccheri naturali, essenziali perché il corpo si mantenga sano e possa funzionare adeguatamente. Tuttavia, un lato negativo delle banane è che vanno a male molto velocemente.

Vai in negozio e acquisti un casco di banane bello e verde. Il giorno dopo le banane sono già mature e in tre giorni quei piccoli segni marroni già compaiono sulle bucce. La buona notizia è che, nonostante sembri che non siano più buone da mangiare, in realtà è proprio questo il momento in cui le banane contengono il loro nutriente più importante, il TNF.

TNF significa fattore di necrosi tumorale ed è una sostanza che aiuta a combattere il cancro e le cellule anomale presenti nel nostro corpo. Più nello specifico, il TNF è in grado di favorire la comunicazione tra le diverse cellule del nostro sistema immunitario. Ciò migliora la risposta di tali cellule quando una parte del corpo è infetta o infiammata.

Alcuni studi dimostrano che il TNF contenuto nelle banane mature rallenta la crescita delle cellule tumorali, provocandone la morte. Per non parlare degli elevati livelli di antiossidanti scoperti nelle banane e della loro capacità di stimolare il sistema immunitario aumentando il numero di globuli bianchi del corpo.

Ma l’elenco dei benefici delle banane non si ferma qui. Ecco qui sotto altre ragioni per cominciare a mangiare due banane al giorno:

  1. Reflusso acido – Le banane sono dei naturali antiacidi e possono dare sollievo dal bruciore di stomaco e dal reflusso. Mangiare una banana può avere un effetto immediato sul bruciore di stomaco.
  2. Pressione – Le banane aiutano ad abbassare la pressione, proteggendo dagli attacchi di cuore e dagli ictus, dato che contengono bassi livelli di sodio.
  3. Energia – Hai mai visto un tennista mangiare una banana tra i vari set? Lo fa perché la banana è una rapida fonte di energia, con vitamine e minerali che aumentano la capacità di resistenza del corpo. Inoltre, il potassio in esse contenuto aiuta ad evitare i crampi.
  4. Anemia – Questo frutto è anche una ricca fonte di ferro e può aiutare le persone anemiche stimolando la produzione di emoglobina nel sangue.
  5. Ulcera – Dato che sono antiacidi, le banane fungono da protettori delle pareti dello stomaco, alleviando l’irritazione.
  6. Depressione – Dato che contengono elevati livelli di triptofano, una sostanza che viene convertita in serotonina, le banane possono aiutare le persone affette da depressione. La serotonina è l’ormone della felicità, un neurotrasmettitore del cervello che rende le persone allegre e rilassate.
  7. Mestruazioni – Le banane possono aiutare a regolare i livelli di zuccheri nel sangue, oltre ad essere ricche di vitamina B. Questi nutrienti sono in grado di calmare il sistema nervoso e di aiutarti a rilassarti.
  8. Temperatura corporea – Mangiare una banana in un giorno caldo o quando hai la febbre può ridurre la temperatura corporea.

Quindi, perché non correre al supermercato a comprare un altro casco di banane?

 

Fonte: Fabiosa


Circa 12 mila anni fa grazie alla nascita dell’agricoltura e della conseguente stanzialità del primitivo uomo mangiatore di cadaveri inizia un progressivo aumento del consumo di frutta (dolce,ortaggio e grassa) … l’indice di encefalizzazione dell’uomo riprende cosi a salire dopo il brusco arresto dell’uomo post glaciale di un milione e 800 mila anni fa, arresto dato dalla diminuzione del consumo di frutta e dell’inizio del consumo di TOSSINE …grazie all’aumento di consumo di frutta 2600 anni fa esordisce, con Anassimandro, il pensiero scientifico e quindi la scienza mettendo fine alle assurde spiegazioni mitico-RELIGIOSE (che oggi potremmo definire new-age…) della NATURA e dei fenomeni naturali Anassimandro (in greco antico Ἀναξίμανδρος, traslitterato in Anaxímandros; Mileto, 610 a.C. circa – 546 a.C. circa) è stato un filosofo greco antico presocratico e il primo cartografo.

Anassimandro Anaximander Rilievo

Biografia

Si conosce poco della sua vita: Diogene Laerzio, dopo averlo detto di Mileto e figlio di un Prassiade, riferisce l’apparentemente insignificante aneddoto secondo il quale, mentre cantava, sarebbe stato deriso da alcuni bambini, esclamando allora: «Bisognerà cantare meglio, per via dei bambini»: episodio che indicherebbe la necessità di far ben comprendere agli ingenui le verità da lui conosciute.

Lo storico greco sostiene che egli avrebbe preparato un’esposizione delle proprie dottrine e, citando la Cronologia di Apollodoro di Atene, afferma che nel secondo anno della 58ª Olimpiade (547 a.C.) Anassimandro avrebbe avuto 64 anni e sarebbe morto poco dopo.

La tarda Suda, intorno al X secolo d. C., gli attribuisce le opere Sulla natura, Il giro della terra, Sulle stelle fisse, La sfera e «alcune altre», lo dichiara discepolo e parente di Talete e ne fa lo scopritore degli equinozi, dei solstizi e degli “orologi”, una notizia forse ricavata dalla Praeparatio evangelium di Eusebio di Cesarea, secondo la quale Anassimandro: «per primo costruì degli gnomoni per conoscere le rivoluzioni del sole, il tempo, le stagioni e gli equinozi» mentre nella Varia historia di Eliano si riporta che Anassimandro avrebbe guidato i Milesi alla fondazione della nuova colonia di Apollonia.

Cicerone, dal canto suo, afferma che «i Lacedemoni furono avvertiti da Anassimandro, lo studioso della natura, a lasciare la città e le case, vegliando in armi sui campi, perché era imminente un terremoto, dopo il quale evento la città rimase del tutto distrutta e venne giù dal monte Taigeto una massa rocciosa della grandezza della poppa di una nave».

Cosmologia

« Anassimandro di Mileto, l’allievo di Talete, ebbe per primo l’audacia di disegnare l’ecumene su una tavoletta » (Agatemero) 

Le concezioni astronomiche

L’uso di spiegazioni naturalistiche anziché mitico-religiose distingue radicalmente la cosmologia di Anassimandro dai precedenti autori, come Esiodo, e si inserisce nel grande movimento di “de-mitificazione” della conoscenza dei filosofi presocratici. Anassimandro è il primo a concepire un modello meccanico del mondo. Sostiene che la Terra galleggia immobile nello spazio, senza cadere e senza essere appoggiata a nulla. Se per Talete la Terra è un disco piatto che si regge sull’acqua, conformemente alla sua dottrina dell’acqua come principio – substantia, “che sta sotto” – delle cose, Aezio e lo Pseudo-Plutarco riportano che per Anassimandro la Terra ha la curiosa forma di un disco, o un corto cilindro (come una “pietra di colonna”) di altezza un terzo del diametro. Aristotele riferisce che secondo alcuni la Terra «sta ferma a causa dell’eguale distribuzione delle parti: così tra gli antichi Anassimandro. E in effetti, quel che è collocato al centro e ha eguale distanza dagli estremi, non può essere portato in alto più che in basso o di lato. Essendo pure impossibile che il movimento avvenga contemporaneamente in direzioni opposte, sta necessariamente ferma». Aristotele considera l’idea “ingegnosa”, ma la respinge, preferendo la propria idea che la Terra resta al centro dell’universo perché questo è il suo “luogo naturale”.

Il fatto che Anassimandro abbia compreso che la Terra galleggia libera nello spazio senza cadere e senza bisogno di essere sostenuta da qualcosa è stato indicato da molti come la prima grande rivoluzione cosmologica, e una delle sorgenti del pensiero scientifico
[ Carlo Rovelli, “Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro” (Mondadori, 2011) Daniel W. Graham, “Explaining the Cosmos: The Ionian Tradition of Scientific Philosophy” (Princeton, NJ: Princeton University Press, 2006)].

Il filosofo della scienza Karl Popper ha chiamato questa idea “una delle più coraggiose, più rivoluzionarie, più portentose idee nella storia del pensiero umano” [Karl Popper, “Conjectures and Refutations: The Growth of Scientific Knowledge” (New York: Routledge, 1998), pg 186]. Il modello di Anassimandro permette ai corpi celesti di passare sotto la Terra, e apre la via alla grande astronomia greca dei secoli successivi.

Anche dei fenomeni naturali fornisce interpretazioni: «tutti questi fenomeni sono prodotti dal vento che quando, chiuso in una spessa nuvola, riesce, a causa della sottile leggerezza delle sue parti, a fuoriuscire con violenza, rompendo la nuvola e producendo il fragore del tuono, mentre la dilatazione della massa nera produce il chiarore del lampo». Il vento è una corrente d’aria «provocata dalle particelle più leggere e umide in essa contenute che si muovono ed evaporano sotto l’azione del Sole». Seneca, precisa che può anche tuonare a cielo sereno perché «il vento s’abbatte sull’aria densa che si lacera. E perché altre volte non ci sono fulmini ma solo tuoni? Perché il vento, troppo debole, non è riuscito a risolversi in fiamma ma solo in suono. Cos’è allora il lampeggiare? Una scossa d’aria che si disperde e precipita mostrando un debole fuoco incapace di uscire e il fulmine è una corrente d’aria più violenta e densa».

Secondo Favorino fu Anassimandro il primo ad inventare lo gnomone, conficcando un’asta al centro di un quadrante disegnato nell’agorà di Sparta. 

Il mare, la terra, l’origine dell’uomo

Dalle opere perdute di Teofrasto, Alessandro d’Afrodisia riporta che per Anassimandro il mare è «il residuo di un’umidità originaria: infatti la zona intorno alla Terra era umida e, con l’evaporazione di una parte, sotto l’azione del Sole, vennero i venti e le stesse rotazioni del Sole e della Luna, come se questi compissero le loro rivoluzioni a causa dei vapori e delle esalazioni e si volgessero nei luoghi dove sono più abbondanti. Il residuo dell’umidità nelle cavità della Terra forma il mare, che diventa sempre meno esteso, disseccato com’è continuamente dal Sole, tanto che alla fine tutto sarà asciutto».

L’origine degli animali e degli stessi esseri umani avrebbe avuto luogo dal mare e dalle zone umide della Terra; Censorino riporta che Anassimandro, allo scopo di dare una spiegazione di come fossero potuti sopravvivere i primi esseri umani, incapaci come sono di provvedere a sé stessi fin dalla nascita, sostenesse che «dall’acqua e dalla Terra riscaldate nacquero pesci o animali simili; entro di loro si generarono feti umani che crebbero fino alla pubertà; poi, spezzate le loro membrane, ne uscirono uomini e donne che erano ormai in grado di nutrirsi autonomamente».

Tanto Strabone che Agatemero, e anche Temistio, nei suoi Discorsi, citando Eratostene di Cirene, ricordano altresì, a testimonianza degli interessi geografici tipici di questi primi filosofi di Mileto, che Anassimandro avrebbe per primo disegnato e reso pubblica una carta della Terra, poi perfezionata da Ecateo di Mileto.

Anaximander world map

Mito e filosofia

È tipico della coscienza mitica non solo interpretare singole figure sensibili, oggetti comuni, come manifestazioni o risultato di azioni di forze mitiche, ma pretendere di spiegare tutto l’esistente, ricercandone tanto l’origine che il motivo della sua esistenza. In questo andare a ritroso, la coscienza mitica – non soltanto greca – si arresta nell’individuazione, indicata come postulato, di un primo fondamento.

Così in un canto rigvedico è scritto:

« Solo il Questo respirava immobile, non c’era altro. Allora non c’era né l’essere né il non essere, né l’aria né di sopra il cielo […] non c’era né morte né immortalità, né giorno né notte. »

Anassimandro, contrariamente a Talete, che pone il fondamento delle cose naturali in un elemento che ha caratteristiche sensibili e naturali come l’acqua, sembra, pur essendo di quello più giovane, tornare a una concezione prossima alla visione mitologica del cosmo. In realtà, egli ne è già lontano; se la forma del suo linguaggio – per quel che si può giudicare dal poco ci è rimasto – mantiene evidenti assonanze con precedenti esposizioni cosmogoniche, la sua intuizione delle origine delle cose non si svolge, come nelle mitologie, nel racconto di una successione di creazioni, in una sequenza genealogica come si manifesta, per esempio, nella teogonia di Esiodo. Egli pone immediatamente, come Talete e come farà successivamente Anassimene, il fondamento del Tutto dal quale tutte le cose nascono: e questo Tutto è la phýsis, è la natura.

La parola phýsis ha già in sé, nella propria etimologia, il senso del divenire, collegandosi a phýein – generare – e a phýesthai – crescere. Nel concetto di natura è già implicito il nascere e il crescere delle cose, il loro divenire, e pertanto non occorre ricorrere a successioni di esseri mitici dai quali dovrebbero derivare altri fino a giungere finalmente alle cose sensibili. E tuttavia, pur essendo l’origine delle cose, essa rimane eguale a sé stessa, essa genera mantenendosi: i filosofi ionici colgono nella natura l’unità che si manifesta tanto nell’essere quanto nel divenire, tanto nel conservarsi che nel mutare delle cose.

Come scrive il Cassirer:

«la “natura” del fondamento originario è tale che essa si disperde in una molteplicità di configurazioni particolari dell’essere e si traduce in essa, ma non vi si distrugge: si conserva in essa come un nocciolo immutabile. Al contrario, la molteplicità, come deriva tutto il proprio essere dal fondamento originario, così alla fine deve necessariamente ritornare a quest’ultimo. In tale processo del nascere e del perire del particolare si manifesta l’ordine eterno e l’eterna giustizia della natura come l’annunzia Anassimandro».

L’ápeiron

Di Anassimandro è pervenuto un frammento, tramandato da Simplicio:

(GRC)

« Ἄναξίµανδρος….ἀρχήν….εἴρηκε τῶν ὄντων τὸ ἄπειρον….ἐξ ὧν δὲ ἡ γένεσίς ἐστι τοῖς οὖσι, καὶ τὴν φθορὰν εἰς ταῦτα γίνεσθαι κατὰ τὸ χρεὼν διδόναι γὰρ αὐτὰ δίκην καὶ τίσιν ἀλλήλοις τῆς ἀδικίας κατὰ τὴν τοῦ χρόνου τάξιν »

(IT)

« Anassimandro….ha detto…. che principio degli esseri è l’infinito (ápeiron)….da dove infatti gli esseri hanno l’origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo. »

E lo stesso Simplicio, commentando il passo e rifacendosi alle, per noi perdute, Opinioni dei fisici di Teofrasto, scrive che per Anassimandro

«principio ed elemento degli esseri è l’infinito, avendo egli per primo introdotto questo nome di principio (archè). E dice che il principio non è né l’acqua né un altro dei cosiddetti elementi, ma un’altra natura infinita, dalla quale provengono tutti i cieli e i mondi che in essi esistono […] e l’ha espresso con parole alquanto poetiche. È chiaro che avendo osservato il reciproco mutamento dei quattro elementi [acqua, aria, terra, fuoco], ritenne giusto di non porne nessuno come principio, ma qualcosa d’altro. Secondo lui la nascita delle cose non avviene per alterazione del principio elementare, ma avviene per il distacco da quello dei contrari a causa dell’eterno movimento». 

Per contrari, Simplicio intende il caldo e il freddo, il secco e l’umido e così via; seguendo Aristotele, considera che Anassimandro appartenga di fatto ai seguaci di Anassagora: Aristotele, infatti, nella Fisica, già considerò che per Anassimandro «dall’Uno che li contiene, si staccano i contrari» e che «quanti ammettono sia l’unità che la molteplicità dell’Essere, come per esempio Empedocle e Anassagora, fanno uscire dalla mistione le altre cose per divisione».

Ma Aristotele, nella sua Fisica dice di più:

«ogni cosa o è principio o deriva da un principio: ma non c’è principio dell’infinito, perché questo rappresenterebbe il suo limite. Inoltre è ingenerato e incorruttibile, in quanto principio, perché necessariamente ogni cosa generata deve avere una fine e c’è una fine di ogni distruzione. 

Perciò, l’infinito non ha principio ma sembra esso stesso essere principio di ogni cosa e ogni cosa abbracciare e governare, come dicono quanti non ammettono altre cause, a parte l’infinito […] Inoltre esso è divino perché è immortale e indistruttibile, come vuole Anassimandro e la maggior parte dei fisiologi. Fanno fede dell’esistenza dell’infinito, a guardar bene, cinque ragioni: il tempo – perché è infinito; la divisione delle grandezze – perché anche i matematici usano l’infinito; e ancora: solo se la fonte, da cui deriva ogni cosa generata, è infinita, allora esistono sempre la generazione e la distruzione; poi, ogni cosa, che sia limitata, ha sempre il suo limite rispetto a un’altra cosa, cosicché non ci sarà un limite se una cosa troverà sempre un limite in un’altra cosa. 

Ma soprattutto, il motivo più importante e più difficile per tutti, è che pare che siano infiniti tanto il numero e le grandezze matematiche quanto tutto quello che c’è oltre i cieli; ma siccome quel che c’è oltre i cieli è infinito, sembra che vi debba essere un corpo infinito e dei mondi infiniti».

È evidente che qui Aristotele sviluppa un personale ragionamento che non può essere fatto risalire ad Anassimandro, tanto che Aezio, che segue Teofrasto, sostiene che Anassimandro sbaglierebbe, in quanto «non dice che cos’è l’infinito, se l’aria o l’acqua o terra o qualsiasi altro corpo. E sbaglia perché ammette la materia e sopprime la causa efficiente. In effetti l’infinito non è altro che materia e la materia non può essere in atto se non c’è causa efficiente». Aristotele e gli aristotelici non ammettono l’infinito-materia se non come “causa materiale”, come materia costituente gli oggetti, i quali devono essere il risultato di un’altra causa – la “causa efficiente” – a loro avviso necessariamente diversa dalla materia. Si pone allora il problema di come le cose provengano dall’ápeiron. Se ápeiron (letteralmente, “senza perimetro”) viene tradotto comunemente in “infinito” o illimitato, esso va anche inteso come “non definito”, “indeterminato”. Essendo indeterminato, non identificandosi con nessun specifico elemento (stoichéion) – acqua, aria, terra o fuoco – resta determinato dall’unica qualità che gli appartenga derivante dalla sua stessa definizione, ossia una materia indifferenziata, della quale nulla possa dirsi se non infinita e irriducibile a ogni determinazione.

« […] da dove infatti gli esseri hanno l’origine, lì hanno anche la distruzione […] »

I filosofi naturalisti della Ionia, impressionati dal fenomeno del nascere, del mutare e del morire di tutte le cose, ne ricercano la causa: come Talete vedeva nell’acqua, considerata ovunque presente come elemento liquido, solido e gassoso, l’origine delle cose, così per le medesime ragioni, Anassimene ne vedrà l’origine nell’aria, ovunque presente, mentre Anassimandro vede che i fenomeni si producono ovunque e l’ovunque è per sua stessa natura indefinito proprio perché, essendo il Tutto, è privo di individuazione al di fuori di sé stesso, non è spiegabile attraverso la determinazione di qualcosa di altro, dal momento che questo qualcosa rientrerebbe già nel Tutto.

Allo stesso modo, se nell’ápeiron sembrerebbe che vi debba essere una forza – l'”eterno movimento” di cui parla Simplicio – che faccia nascere, trasformare e morire le cose, questa forza, proprio in virtù dell’indefinibilità del Tutto, è resa definibile solo come essa stessa ápeiron, indissolubilmente legata, non scindibile e non distinguibile da esso, altrimenti il Tutto, nuovamente, non sarebbe più tale, avendo altro da sé, e come le cose nascono dall’ápeiron, così lì devono trasformarsi e morire, perché non c’è un altrove dove trasformarsi e morire.

« […] lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro (αλλήλοις) la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine (τάξις) del tempo »

Ogni cosa che nasce si manifesta nella sua individualità, si dimostra diversa da ogni altra. Vi è chi, come Friedrich Nietzsche, ha interpretato il passo come se per Anassimandro ogni divenire sia

«un’emancipazione, meritevole di castigo, dall’eterno essere, come un’ingiustizia da espiare con la distruzione […] Scorgendo nella molteplicità delle cose giunte alla nascita una somma di ingiustizie da espiare, con piglio audace, primo tra i Greci, ha afferrato il nodo del più profondo problema etico. Come può perire qualcosa che ha diritto d’essere? Da cosa nasce quell’incessante divenire e generare, quell’espressione di spasimo sul volto della natura, quel funereo, interminabile lamento in tutti i regni dell’esistenza? […]»

Così lo Jaeger può interpretare che

«Anassimandro immagina concretamente che le cose contendano fra loro, come gli uomini in tribunale. Ci troviamo di fronte a una polis ionica. Vediamo il mercato, dove si rende giustizia, e il giudice, seduto sul suo seggio, che stabilisce il castigo (táttei). Egli ha nome Tempo. Lo conosciamo dal pensiero politico di Solone: al suo braccio non si sfugge. Quanto l’uno dei contendenti abbia preso di troppo all’altro, gli sarà immediatamente ritolto e ridato a colui che ebbe troppo poco […] Anassimandro va assai più oltre. Egli vede verificarsi questo eterno compenso non solo nella vita umana, ma nell’universo intero, in tutti gli esseri. L’immanenza della sua effettuazione, che si palesa nella sfera umana, gli suggerisce che le cose della natura, le loro forze e contrasti, siano sottoposti a una giustizia immanente, come gli uomini, e che secondo questa se ne compia l’ascesa e il tramonto».

Essendo l’ápeiron l’unità dei contrari, contenendo nel suo seno gli opposti, ognuno di questi, nascendo, contrasta con un altro, così come la notte, opponendosi al giorno alla sua nascita, lo distrugge e da questo sarà dissolta a sua volta: ogni nascita è un’ingiustizia commessa contro altri, è la pretesa di ogni cosa di sostituirsi alla sua contrastante, di sussistere in assenza di quella. In questo incessante contrastare sta il movimento delle cose, il loro eterno divenire. Come esiste un’immanenza di giustizia nella realtà dell’ordinamento umano, a maggior motivo nel Tutto esiste un ordinamento giuridico attraverso il quale le cose vengono governate: la giustizia umana ne è soltanto un riflesso, è una delle manifestazioni della legge universale, nella quale risiede la necessità del nascere e del perire manifestata dal comando, dall’ordine (τάξις) – da non intendere in senso di consequenzialità temporale, cronologica – del Tempo che svolge la funzione di giudice, il quale applica la legge universale che governa ogni cosa. Un’interpretazione molto diversa dell’ápeiron è difesa dagli autori che danno una lettura più naturalistica della concezione del mondo di Anassimandro. Per esempio Marc Cohen e Carlo Rovelli interpretano l’ápeiron come la prima “entità teorica” nella storia della scienza: una entità naturale non direttamente osservabile, ma la cui esistenza è postulata per organizzare rendere conto in maniera naturalistica della complessità fenomeni osservabili.

Isolata, ma consistente con questa lettura, è l’opinione del filologo Giovanni Semerano (L’infinito: un equivoco millenario) secondo il quale ápeiron, che deriverebbe dal semitico apar, («polvere», «terra»), accadico eperu equivalente del biblico ‘afar, sarebbe stato utilizzato da Anassimandro nel significato di terra e non di infinito, ciò, fra le tante sue conseguenze citate da Semerano, ricondurrebbe la filosofia presocratica essenzialmente ad una fisica corpuscolare, che accomunerebbe Anassimandro, Talete e Democrito. La relazione fra l’ápeiron di Anassimandro e gli atomi di Leucippo e Democrito è corroborata dall’attributo che comunemente accompagna gli atomi nei frammenti degli atomisti: “ápeira”, plurale di ápeiron, usualmente tradotto con “innumerevoli”.

Bibliografia
Fonti ed edizioni

– Anaximandre, Fragments et témoignages, testo greco traduzione francese, introduzione e commento di – Marcel Conche, Parigi: Presses universitaires de France, 1991.
– H. Diels, Doxographi Graeci, Padova, CEDAM, 1961
– C. Mueller, Fragmenta Historicorum Graecorum (FHG), Parisiis, 1848
– F. W. A. Mullach, Fragmenta philosophorum graecorum, Parigi, 1881
– I presocratici. Prima traduzione integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti di Hermann Diels e Walther Kranz, a cura di Giovanni Reale, Milano: Bompiani, 2006.
– I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di Gabriele Giannantoni, Bari: Laterza, 1969.
– Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei più celebri filosofi, Milano, Bompiani 2005, ISBN 88-452-3301-4 

Studi

– Ernst Cassirer, Da Talete a Platone, Roma-Bari, 1992, ISBN 88-420-3993-4*
– B. Farrington, Storia della scienza greca, Milano, 1964
– Edward Hussey, I presocratici, Mursia, Milano 1976
– Giorgio Colli, La sapienza greca II – Epimenide, Ferecide, Talete, Anassimandro, Anassimene, Onomacrito. Adelphi, Milano, 1978, ISBN 978-88-459-0893-4
– Werner Jaeger, Paideia. La formazione dell’uomo greco, Milano, 2003, ISBN 88-452-9233-9
– Renato Laurenti, Introduzione a Talete, Anassimandro, Anassimene, Bari: Laterza, 1971.
– Charles H. Kahn, Anaximander and the Origins of Greek Cosmology, New York: Columbia University Press, 1960 (terz edizione: Indianapolis, Hackett, 1994 Friedrich Nietzsche, La filosofia nell’età tragica dei Greci, Roma, 1993, ISBN 88-7983-265-4
– Carlo Rovelli, Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori, Milano 2011 ISBN 978-8861840751
– Emanuele Severino, La filosofia antica, Milano, 1984
– E. Zeller – R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Firenze, 1951
– P. Zellini, Breve storia dell’infinito, Milano, 1980, ISBN 88-459-0948-4
– Aldo Brancacci, Il principio in Anassimandro, in Giornale Critico della Filosofia Italiana, XCI (XCIII), 2012, pp. 209-223

http://it.wikipedia.org/wiki/Anassimandro

Anassimandro di Mileto

Anassimandro (gr. ᾿Αναξίμανδρος, lat. Anaximander) di Mileto. – Filosofo e scienziato greco (610 – 547 a. C.). È il rappresentante della scuola ionica, immediatamente successivo a Talete; mentre questi pone come principio dell’universo una delle tante realtà particolari dell’universo stesso (l’acqua), A. pone come ἀρχή (egli fu il primo ad usare questo termine, poi rimasto tipico/”>tipico, per designare la primitiva sostanza materiale) l’illimitato o infinito (ἄπειρον), da cui ogni determinata esistenza deriva e in cui si dissolve al compiersi di ogni ciclo cosmico. Una legge di giustizia regola il cosmo, per cui ogni vita è pagata con la morte, ogni individuazione col successivo ritorno nell’indistinto. L’infinito è tale appunto perché la genesi non ha termine, ed è, con ciò, immortale e “senza vecchiaia”. Ad A. si attribuisce una prima formulazione dell’ipotesi dell’origine dell’uomo da animali inferiori: egli aveva dato particolare importanza alle coppie del caldo e del freddo, dell’umido e dell’asciutto perché la generazione avviene mediante il processo di separazione degli opposti (così nell’umido hanno origine i primi animali – pesci o simili a pesci -, da questi gli uomini). Andò più in là di Talete nelle conoscenze astronomiche: si pensa che conoscesse l’inclinazione dello zodiaco, e che fosse l’inventore dello gnomone.

http://www.treccani.it/enciclopedia/anassimandro-di-mileto/


La Francia ha trovato la soluzione al problema degli sprechi alimentari nei supermercati e tutto il mondo dovrebbe imitarla. E’ tutto merito di Arash Derambarsh, un assessore che con la propria campagna contro gli sprechi alimentari ha portato alla nascita di una legge che costringe i supermercati francesi a donare il cibo avanzato in beneficenza.

Ora la sua speranza è che una legge analoga venga approvata a livello internazionale. Secondo Arash Derambarsh è scandaloso e assurdo che il cibo venga sprecato e in alcuni casi volutamente rovinato mentre i senzatetto, i poveri e i disoccupati muoiono letteralmente di fame o comunque faticano a procurarsi da mangiare.
Arash Derambarsh è un consigliere comunale di Courbevoie, a nord-ovest di Parigi. Per diffondere la propria campagna contro gli sprechi alimentari ha lanciato una petizione che in poco tempo ha raccolto 200 mila firme.

La sua proposta è stata accolta come emendamento all’interno di una legge più ampia, chiamata Loi Macron, che sta per essere approvata dall’Assemblea Nazionale francese. La legge vieterà ai supermercati di gettare il cibo che si avvicina alla data di scadenza e di utilizzare la candeggina per avvelenare il cibo da gettare, con lo scopo di allontanare le persone che si avvicinano ai bidoni dei rifiuti alla ricerca di qualcosa da mangiare.

Ora Derambarsh vuole convincere i Paesi europei e il resto del mondo ad adottare divieti simili, dato che il cibo è alla base della nostra vita, un fattore essenziale della nostra esistenza. Ha iniziato la sua campagna per la raccolta e la distribuzione del cibo indesiderato a partire dal suo supermercato locale.
L’idea era quella di aiutare almeno 100 persone ogni giorno, a partire dalle madri con più figli, dai pensionati, dalle persone che percepiscono uno stipendio molto basso fino ai disoccupati e ai senzatetto, comprese le persone che vivono per strada e nei dormitori. La sua speranza è che il tema degli sprechi alimentari arrivi fino al COP21, la conferenza sul clima e sull’ambiente in programma a Parigi per dicembre 2015.

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fonte foto: theguardian.com

Ogni anno in Francia finiscono tra i rifiuti 7,1 milioni di tonnellate di cibo. La responsabilità non è soltanto dei consumatori e degli sprechi domestici, ma anche di ristoranti, aziende e supermercati. Se ogni supermercato donasse in beneficenza il cibo fresco avanzato o che è ancora commestibile nonostante la scadenza otterremmo una importante riduzione degli sprechi alimentari, intesi come rifiuti, e più persone in difficoltà avrebbero a disposizione pasti gratis. E’ davvero giunto il momento di cambiare le regole del gioco.

Marta Albè


di Armando D’Elia
Naturalista, chimico, studioso di dietetica vegetariana (Comitato Scientifico AVI)


armando-d-elia_21180Questo è l’interrogativo che a titolo di obiezione o di contestazione pongono quasi sempre con aria preoccupata coloro ai quali si consiglia l’eliminazione della carne dalla loro dieta.

Non c’è da meravigliarsi di un tale interrogativo in quanto comunemente si ritiene che dire “proteine” è la stessa cosa che dire “carne” e che mangiare il cadavere degli altri animali sia l’unica maniera, o la migliore, per procurarsi le proteine necessarie alla propria alimentazione. Una simile opinione è errata. Per tre motivi.

Anzitutto: le proteine non si trovano solo nella carne. Le proteine sono infatti ubiquitarie nel mondo dei viventi, essendo presenti in quantità più o meno grande in tutti i vegetali è in tutti gli animali. Nelle cellule del più tenue filo d’erba, così come nelle foglie di qualsiasi pianta a fusto erbaceo o lignificato, sia selvatica che coltivata, sia di piccole che di grandi dimensioni, nelle cellule di qualsiasi frutto, di qualsiasi seme, di qualsiasi altra parte dei vegetali sono presenti sempre delle proteine. Le proteine, naturalmente, sono sempre presenti anche nel corpo dì qualsiasi essere vivente animale, dal più minuscolo al più grande, nonché nei loro sottoprodotti (uova, latte e derivati, miele).

In secondo luogo perché le quantità di proteine necessarie all’uomo possono essere assunte anche nutrendosi esclusivamente di alimenti vegetali. 
In terzo luogo perché non è vero che la carne sia “la migliore” fonte di proteine ; per l’alimentazione dell’uomo, in quanto gli alimenti vegetali sono adatti all’uomo certamente più della carne e dei sottoprodotti animali.. E questo per incontrovertibili ragioni biologiche, come si dimostrerà. Da quanto fin qui detto discende la necessità che un lavoro come questo, imperniato sulle proteine, debba partire da una disamina critica del consumo della carne, e debba, quindi, altrettanto necessariamente, parlare di vegetarismo.

Un po’ di storia del consumo di carne

Certamente il lettore si chiederà come è nata quella opinione che poc’anzi qualificammo “errata” e che è espressa dall’equazione :

proteine = carne

Poiché tale opinione è riuscita ugualmente, sebbene errata, a radicarsi nelle consuetudini alimentari dell’uomo, c’è da chiedersi come mai ciò ha potuto avvenire. Nei seguenti stelloncini si cercherà di dare una sintetica risposta a tale interrogativo.

* Durante la sua preistoria l’uomo, quando dalla foresta intertropicale passò nella savana (pur conservando le originarie caratteristiche anatomiche e fisiologiche di animale fruttariano), iniziò a consumare anche carne per potere sopravvivere (come meglio si dirà in seguito) e così visse per un lungo periodo. Ma ad un certo punto iniziò una graduale e lentissima attenuazione della sua dieta carnivora, di pari passo con una lenta reintroduzione di vegetali crudi nella sua alimentazione; attenuazione che divenne poi sempre più decisa dopo l’avvento dell’agricoltura.

Nell’antichità (in Egitto, così come in Grecia e a Roma) ed anche nel Medio Evo e nel periodo rinascimentale la carne giunse ad avere importanza prevalentemente rituale e venne riservata in particolar modo alle categorie dei guerrieri e, in certe occasioni sacrificali, dei sacerdoti. Al di fuori di queste categorie, il consumo di carne era del tutto occasionale e sporadico sino a pochi decenni or sono, come ben ricordano coloro che hanno superato la cinquantina.
Ma durante gli ultimi 40 anni all’inarca il consumo di carne è diventato sempre più intenso sino a divenire sistematico, radicandosi fortemente, alla fine, nelle abitudini dietetiche umane; si vedrà presto perché. Tuttavia ancor oggi vi sono vaste aree geografiche nelle quali per vari motivi la carne continua a consumarsi solo sporadicamente (in Africa, nel Medio ed Estremo Oriente, ecc.).

Per quanto sopra detto, si può affermare che per il consumo di carne esistono dei limiti storico/temporali e dei limiti geografici. Basterebbe tener presente questo fatto per comprendere che è tutt’altro che naturale e tutt’altro che indispensabile, per l’uomo, ricorrere alla carne per approvvigionarsi di proteine, giacché, se così fosse, l’intero genere umano avrebbe dovuto ricorrervi sempre, sin dalla comparsa dell’uomo carnivoro, in misura uniforme, in tutti i tempi, a tutte le latitudini e in tutti i continenti.

* Perché mai, allora, continua a riscuotere credibilità l’equazione, cui prima si è accennato, “proteine – carne” ? Perché è così dura a morire questa autentica infatuazione, questo “mito” della necessità delle proteine della carne ?

Si è già detto che l’uso sistematico della carne è relativamente recente. In particolare, tale sistematicità cominciò ad affermarsi dopo l’avvento della rivoluzione industriale che elevò gradatamente le condizioni di vita di alcune categorie sociali. Nella inevitabile competitività che seguì, le categorie che emersero economicamente poterono introdurre stabilmente nella loro dieta la costosa carne che divenne così un vero e proprio “status symbol”, caratterizzato da un modello alimentare invidiabile, da imitare, quindi, appena si fossero acquisite sufficienti disponibilità economiche. In poche parole, la gente pensava : “Se la carne è mangiata dai ricchi, che sono più colti, vuol dire che non c’è di meglio del mangiar carne”.

Si giunse ad ostentare la gotta, malattia provocata da accumulo di acido urico, che genera infiammazioni articolari anche gravi e che è causata da eccessi di carne, come simbolo evidente di censo elevato, tanto che la gotta fu chiamata “la malattia dei Re” ! Fu così che si generalizzò il carnivorisrno nell’uomo moderno. Una vera e propria involuzione sia sul piano salutista che su quello morale.

Comunque, oggi la situazione si è capovolta in quanto la gotta, “privilegio” sino al secolo scorso quasi esclusivamente delle categorie benestanti, colpisce attualmente anche le classi non benestanti, cioè salariati, braccianti e manovali perché hanno anche loro raggiunto la possibilità economica di mangiare carne tutti i giorni. Ma mentre la classe colta, appunto perché colta, ha ormai capito a proprie spese che conviene adottare una dieta parca limitando o sopprimendo in particolare le proteine animali, e quindi sta rinsavendo, la classe meno colta continua a divorare carne; ma è facile prevedere che quest’ultima classe, a misura che comprenderà che sì alimenta in modo errato, ridurrà certamente o eliminerà la carne.

* Quanta carne si consuma ? Limitandoci per il momento a parlare dei consumi italiani, si ricorda che nel 1926 il consumo annuo medio pro capite era di 12 chilogrammi; ma nel 1S50 era salito a 16 chilogrammi e nel 1955 a 20 chilogrammi. Da quest’ultima data i consumi sono andati rapidamente aumentando sino a toccare il massimo: 82 Kg pro capite, così ripartiti : 26 bovina, 27 suina, 19 pollame e 1,3 equina. Il rimanente è costituito da carne di pesci, uccelli, conigli, molluschi, crostacei, ecc. ( dati ISTAT 1997 ).

L’Inversione di tendenza nel consumo di carne in Italia

Ma ecco, che, verso la fine del 1990, comincia a verificarsi un fatto che si può definire “storico”: per la prima volta, dopo mezzo secolo di continua, ininterrotta ascesa del consumo di carne, questa ascesa si trasforma in “calo”. Calo che, iniziatosi in sordina, all’inizio sembrava irrilevante e dovuto a fenomeni contingenti e quindi transeunti. Invece, il calo non solo è continuato, ma si è accentuato, assumendo ormai’ le caratteristiche di una vera e propria inversione di tendenza, che è, da salutare come un evento positivo per il popolo italiano.

Questa decisione degli italiani di diminuire il consumo di carne è dovuta in primo luogo ad un arricchimento di informazioni, soprattutto di quelle riguardanti il rapporto tra consumo di carne e salute che hanno scosso fortemente in una notevole parte della popolazione i convincimenti preesistenti che la carne fosse un alimento idoneo all’uomo, non solo “necessario” per procurarsi proteine, ma addirittura salutare.

E’ in corso, insomma, una progressiva e, sembra, ormai inarrestabile disaffezione degli italiani nei riguardi della carne, specie di quella bovina (il consumo della carne di vitello – negli anni sessanta considerata la migliore, ricercatissima per bambini ed anziani – ha subito, nel 1990,- un calo secco del 17%).

Questa “ondata salutista” dovuta ad una maggiore consapevolezza nutrizionale, sta investendo però non solo l’Italia, ma tutti i paesi che presentavano un livello elevato del cosiddetto “benessere”, rivoluzionando così abitudini alimentari che si ritenevano ormai immutabili e mettendo in discussione, come prima accennato, la inveterata credenza che la carne fosse fonte insostituibile di proteine “nobili”. Da tale riesame la carne è stata, in definitiva, messa sotto accusa e considerata addirittura una delle cause, se non la principale, delle cosiddette “malattie del benessere” (obesità, arteriosclerosi, diabete., ipertensione, malattie circolatorie, ecc.), la cui diffusione, statisticamente, risulta in realtà proporzionale al consumo di carni.
Un cenno particolare merita un comunicato dell’associazione grossisti ovini e pollami, del dicembre 1992, con ii quale si ammette, rispetto al 1991, un calo del 20% in meno delle vendite di ovini e pollami.

Ma il calo del consumo di proteine della carne è da salutare come un evento estremamente positivo non solo per il popolo italiano ma per tutta l’umanità. Tanto si afferma in quanto si può con sicurezza presagire che tale calo interesserà, estendendosi a macchia d’olio, gradualmente ma anche velocemente, tutti i popoli della Terra, tutta l’umanità insomma.
Non solo, ma si può prevedere anche che tale calo, che oggi è giunto già ad una percentuale di tutto rispettò, si intensificherà sempre di più sino a farci giungere all’eliminazione totale del ricorso alla uccisione di animali non umani per potersi rifornire di proteine mangiando i loro cadaveri. Sarà quello un gran giorno per il genere umano, che si sarà così finalmente affrancato dall’onta di uccidere dei fratelli Innocenti.

Le conseguenze di un tale evento saranno estremamente rivoluzionarie, pacifiche e pacificatrici, ed enormemente benefiche sul piano della salute fisica e morale dell’uomo. Saranno, ovviamente, benefiche anche nei riguardi dei poveri animali così assurdamente trucidati dall’uomo e la cui vita verrebbe, così, salvata e finalmente rispettata come merita. Infine, l’eliminazione del carnivorismo avrebbe enormi conseguenze positive sull’ambiente, liberato finalmente dalle terribili e devastanti conseguenze che gli allevamenti intensivi di animali da macello esercitano : sul suolo desertificandolo, sulle foreste distruggendole, sulle acque inquinandole.

Tratto dal libro: Prof. Armando D’Elia – “MITI E REALTA’ NELL’ALIMENTAZIONE UMANA”


Nel 2000 è stato pubblicato un importante esperimento sull’alimentazione, realizzato dall’Università di Cambridge. Questa ricerca è importante per i seguenti motivi:

  1. è il maggiore esperimento nutrizionale realizzato nella storia, con 20 mila persone comprese tra i 45 e i 79 anni, seguite e testate per un ventennio dal 1980 al 2000 nell’area di Norfolk in Inghilterra;
  2. è stato realizzato da una equipe di medici responsabili dell’Università di Cambridge e non da un gruppo di vegetariani o di igienisti-naturali, che potrebbero essere di parte;
  3. ha dimostrato che, con cifre alla mano, per poter evitare il rischio notevole di imbattere prima o poi le due maggiori malattie nuocciono all’umanità, che sono cancro e infarto, occorre almeno moltiplicare per 5 gli apporti, rigorosamente naturali e non sintetici, di vitamina C e di vitamina E, inserendo nella nostra dieta quotidiana la bellezza di 5 pasti di sola frutta al giorno. Dall’evidenza della necessità di 5 pasti di sola frutta prende il nome questo tipo di dieta: “Five for a Day”;
  4. ha messo a nudo gli errori delle idee classiche della nutrizione medica, in modo scientifico, dando rilevanza all’alimentazione vegana;
  5. è stato nascosto e insabbiato in Europa e Americhe per 7 anni, visto che qualche incompleta e frammentaria notizia su Cambridge 2000 ha cominciato a filtrare sui quotidiani europei a partire dal 2008, mentre era la notizia era stata data sui giornali di Taiwan The China Post e Taiwan Times già nel 2001.

Nel concreto sappiamo che un pasto di frutta significa mangiare senza gonfiarsi, ma a sazietà e in modo corretto, vale a dire a stomaco e intestino ripuliti e privi di scorie proteiche.

Chi è esperto di consumo-frutta, sa perfettamente che la frutta è l’alimento più eccelso, nutritivo e ripulente, ma che ha pure le sue precise esigenze, nel senso che tiene in massima antipatia proteine animali e i cibi cotti consumati in precedenza e non ancora metabolizzati.

È implicito dunque che per beneficiare del sistema Cambridge occorre che i due pasti principali siano pasti virtuosi, di tipo leggero, con scarso alimento cotto e con nessuna proteina animale (le proteine animali rappresenterebbero elemento di incompatibilità e di sabotaggio dell’intero schema, per i loro lunghi tempi di permanenza intestinale).

Esempio di schema applicativo fruttariano, includente i Cicli Nutrizionali e i principi di Cambridge:

  • 1° Colazione (e 1° pasto frutta Cambridge), ad esempio 4 arance, o due pompelmi (anche in succo fresco, spremuto e bevuto all’istante);
  • 2° Colazione (e 2° pasto frutta Cambridge), ad esempio 2 kiwi, o un caco, o un grappolo d’uva, o una fetta di melone;
  • Spuntino mattiniero (e 3° pasto frutta Cambridge);
  • Pranzo:
    • Terrina abbondante verdure crude (lattuga o radicchio, rucola, tarassaco, ravanelli);
    • Riso integrale, o miglio, o grano saraceno più piselli e cipolla, cottura leggera;
    • Patate, zucchine, melanzane, fagiolini;
    • Una manciata di mandorle, o di pistacchi;
  • Merenda: Una mela e una pera (4° pasto frutta Cambridge);
  • 2° Merenda: 2 mandarini, oppure frullato fresco di carota-sedano-ananas (5° pasto frutta Cambridge);
  • Cena:
    • Verdure crude, tipo cavoli verdi e viola, o valerianella, o carciofi e finocchi crudi, o rape crude di diverso tipo, o crescione;
    • Gazpacho, o crema di verdure crude per i più bravi;
    • Crema di cereali, o cuscus, o una pizza vegetariana, o uno spaghetto integrale al dente e al pomodoro e basilico, senza formaggi, per chi non resiste senza il cotto;
    • Verdure cotte al vapore, zucca, patate dolci, cassava (manioca), castagne, castagne d’acqua;

A cena e pranzo ci potrà consumare del pane integrale a più cereali, evitando invece ogni tipo di bevanda. Al massimo mezzo bicchiere d’acqua naturale e non frizzante.

Il condimento sarà a base di olio extravergine non vecchio (max 6 mesi) e spremuto a freddo, con pochissimo sale-pepe e leggera spruzzata di aceto di mele o di vino.

 

Simona D’Intino
(Fonte)