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QUANTI DI NOI HANNO RICORDI LEGATI AI TEMPI DELLA SCUOLA? QUANTI POSSONO AFFERMARE DI ESSER STATI ISTRUITI IN UNA SCUOLA AD ENERGIA SOLARE DOVE SI POTER COLTIVARE IL CIBO E POI MANGIARLO?


Quanti bei ricordi ci legano al periodo della scuola. Maestre, amichetti, giochi all’aperto, sono immagini che rimangono scolpite nella mente di chiunque. Immaginate quanti ricordi bellissimi potranno avere i bambini della scuola ad energia solare “New Islands Brygge School” di Copenaghen. Una scuola che promette di essere all’avanguardia per il ridotto impatto sull’ambiente e per la qualità dell’istruzione. In fatto di edilizia sostenibilei danesi sono un passo avanti rispetto a molte altre nazioni, non più di qualche mese fa abbiamo parlato della “Copenhagen International School” conosciuta in tutta il mondo per essere l’edificio con la più grande facciata fotovoltaica in tutto il pianeta.

Progettata per mano dello studio di architettura C.F. Moller Architects il progetto ha previsto l’installazione di ben dodicimila moduli solari integrati nella facciata principale dell’edificio. Un sistema in grado di fornire alla scuola circa 300 MWh l’anno. Ora lo stesso studio di architettura assieme allo studio Tredje Natur firmano il progetto della Brygge School. Sviluppata su una superficie di diecimila metri quadri, lo scuola ospiterà 784 studenti che potranno godere di uno spazio esterno caratterizzato da enormi giardini.

Il progetto mira ad essere un punto di riferimento non solo per la sostenibilità dell’edificio ma anche per la qualità dell’insegnamento.  “Vogliamo creare una scuola di alta qualità per insegnanti, allievi e personale. Un luogo dove sia possibile facilitare l’apprendimento grazie al gioco, con una particolare attenzione agli ambienti interni ed esterni” dichiara  Martin Lose, uno dei progettisti. “La scuola sarà anche il punto di ritrovo per associazioni locali e società sportive che potranno accedervi facilmente in moda tale da farli sentire i benvenuti”.

Brygge School: non solo scuola ad energia solare

Il progetto scolastico mira a coinvolgere gli studenti in un’esperienza di apprendimento unica. La scuola ad energia solare verrà realizzata secondo le ristrette regole del codice danese per gli edifici a bassa energia che prevede recupero di calore, ventilazione naturale degli ambienti, illuminazione diurna controllata oltre che un involucro ad alto isolamento energetico.

Una serie di pannelli solari integrati nei giardini pensili garantiranno l’energia necessaria ad alimentare la struttura. La Brygge School però non è solo efficienza e risparmio energetico: un grande giardino sul tetto permetterà agli studenti di coltivare il cibo che preferiscono e, perché no, anche di cucinarlo.  L’attenzione della scuola a questa sorta di “biotopo” ricreato sul tetto garantisce contatto con la natura e rafforza il senso del bene comune. Un modo nuovo ed innovativo di coinvolgere gli studenti nella scelta di una cucina basata su cibi freschi e naturali. “Ogni classe ha accesso diretto al giardino sul tetto – dichiarano i progettisti dei due studi di architettura – mentre nell’area dedicata alle scienze naturali è possibile trovare un giardino biologico e una serra dedicata alla chimica e alla fisica”.

Sul tetto sono inoltre presenti una pista di atletica, spazi ricreativi generici e un’area parkour. Il cuore dell’edifico è sala centrale a doppia altezza, che funge da sala pranzo e da vero hub per tutti gli studenti. Qui fanno capolino due cucine ben distinte e separate, a voler rimarcare il ruolo che la qualità del cibo assume nella scuola.

In definitiva la New Island Brygge School non è solo una scuola ad energia solare ma è un edificio nato per unire apprendimento fisico a quello sensoriale. Efficienza energetica, giardini sui tetti e ampi vetrate vogliono essere un modo per rendere questa scuola unica nel suo genere. Per ora dobbiamo accontentarci dei rendering visto che la struttura sarà pronta per maggio 2020, ma le immagini sono sufficienti per annunciarne il successo.

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In questo video viene spiegato il ciclo produttivo delle cose, il livello di inquinamento negli oggetti e l’inquinamento per produrre le cose, inoltre è spiegato chiaramente che il sistema di produzione attuale non è sostenibile nel tempo, vale a dire che a breve saremo costretti a cambiare il modo con cui si produciamo le cose perchè le risorse non bastano più e l’inquinamento è troppo alto per essere sostenuto dal nostro pianeta.


Tutti i cibi hanno una coscienza

Oggi parleremo dell’etica vegan, fruttariana, crudista. Non approfondiremo l’aspetto salutistico già trattato nei precedenti articoli.

Nella transizione verso l’alimentazione naturale si può peccare di superbia solo perchè non ci si nutre di esseri viventi con una propria coscienza.
Potrebbe sembrarvi bizzarro, ma credo profondamente che ogni cibo diverso dal frutto (ingrandimento ovarico di un fiore) abbia una sua coscienza… che si parli di verdure, legumi, semi, radici, carne o altro.

Inutilità del giudizio legato all’Ego

Il ritenersi “arrivati” perchè si è vegan-crudisti, fruttariani o magari respirariani è una sciocchezza!
Sentirsi in diritto di giudicare chi è qualche gradino indietro conduce a sciocche e inutili divisioni.
Siamo esseri viventi in continua evoluzione e ognuno ha i suoi tempi e i suoi percorsi.
Quando sento parlare di etica spesso noto un pizzico di arroganza in chi dovrebbe essere da esempio: alimentare il nostro ego solo perchè si mangiano alimenti che una volta non avevano occhi e bocca non è sintomo di crescita e evoluzione.

Anche le piante hanno coscienza

Dopotutto da studi recenti emerge che quella pianta, quella verdura, quel cibo della terra avevano una coscienza sviluppata almeno quanto quella di un qualsiasi animale (vedi video documentario “L’intelligenza delle piante” in fondo all’articolo).

Con questo non voglio dire che tornare all’alimentazione onnivora sia la cosa migliore, anzi!
E’ sempre vero  infatti che mangiando carne il costo energetico delle risorse della terra (e del nostro corpo) è enormemente superiore a quello di un’alimentazione vegan-crudista.

L’alimentazione piu’ ecosostenibile

Chiaramente l’alimentazione fruttariana rimane la piu’ ecosostenibile, proprio perchè non schiavizza nè uomini, nè animali; l’impatto idrico-territoriale è bassissimo; viene garantito il massimo rendimento di cibo a parità di energia investita; inoltre si può evitare l’irrigazione artificiale sfruttando la pioggia e non viene uccisa la pianta che produce il frutto.
L’uomo raccoglie il frutto con quella mano che sembra disegnata appositamente per farlo, mangia e getta i semi a terra, mantenendo un profondo contatto simbiotico con la terra.
Se vogliamo parlare di etica è chiaramente la frutta il cibo che piu’ di altri può farci parlare di rispetto della vita.

 

Definirsi fruttariani è riduzionista

Dopotutto dire che l’uomo è fruttariano è comunque una definizione errata e riduzionista.
Sapevate che piu’ del 90% della frutta, oltre ad essere sconosciuta ai piu’ è altamente tossica per l’uomo?
Sapevate che la quasi totalità dei semi della frutta è stata sottoposta a radiazioni per modificarne il sapore e renderlo appetibile per l’uomo?

Conclusioni: l’inutilità delle etichette

Questo articolo è chiaramente una provocazione per stimolare le nostre consapevolezze.
Le etichette non servono a nulla, o meglio servono solo in alcuni casi per chiarire quale percorso alimentare stiamo facendo, ma molto spesso creano divisioni e attriti e quindi se ne può fare a meno.
Ho imparato a non etichettarmi per non limitarmi, per non cadere nel giudizio, per evitare incomprensioni, chiusure e conflitti. Molto meglio definire i propri personali obbiettivi ed aprirsi amorevolmente al dialogo.

 

 

Fonte


HOMO TROPICUS Per comprendere appieno perché la frutta sia l’alimento specifico della specie umana è necessario capire anche qual è il suo habitat specifico, dato che l’alimentazione specifica è un elemento, seppur centrale, dello stesso habitat specifico.

E’ evidente per chiunque che l’uomo civilizzato, a differenza degli altri esseri viventi e dell’uomo allo stato di natura, indossa vestiti, vive in case (o comunque in luoghi chiusi) ed ha bisogno di riscaldarsi durante l’inverno; già solo questi dati di fatto costituiscono la prova provata che l’uomo non è idoneo per vivere nei clima extratropicali (il fatto che anche molti popoli tropicali si vestano ed abbiano abitazioni è solo un portato culturale di lunga data ma non una necessità di natura). L’immagine archetipica dell’età dell’oro dell’umanità, in tutte le tradizioni e racconti storico-mitologici del pianeta, è rappresentata dalla vita che l’uomo conduceva nel paradiso terrestre, dove viveva libero, nudo, all’aria aperta, cibandosi solo di frutta (la parola paradiso non a caso deriva dal antico ebraico pardes che significa “frutteto”).

L’immagine archetipica è naturalmente ambientata in un luogo caldo tropicale, dove il clima e la disponibilità continua del cibo specifico consentono una vita libera e naturale. Ancora oggi d’altronde gli abitanti dei ricchi paesi industrializzati occidentali ambiscono passare le proprie vacanze in quelli che non a caso si chiamano paradisi tropicali. E’chiaro che questo impulso inconscio verso il caldo e i colori tropicali è ancestrale, iscritto nei nostri geni.

uomo-tropici

La suddivisione per fasce climatiche del globo terrestre

L’uomo è indiscutibilomente un animale tropicale. Le sue origini e la sua fisiologia forniscono indicazioni in tal senso inequivocabili. I resti fossili situano i primordi dell’umanità nella fascia tropicale (verosimilmente africana). Inoltre, l’uomo è un animale omeotermico, cioè che non conosce significative variazioni della temperatura corporea al cambiare di quella esterna, e la temperatura corporea si aggira mediamente intorno ai 37°, testimoniando che l’habitat specifico per il genere umano può essere solo quello caldo tropicale. Si aggiunga ancora che dei numerosi termorecettori (circa 280mila) presenti nella nostra pelle circa il 90% sono finalizzati per la percezione del freddo, in quanto quest’ultimo rappresenta uno delle fonti di stress maggiori per il nostro organismo (per esempio, abbassando il ph fisiologico, e quindi acidificando l’organismo).

Mentre, al riguardo si può osservare, nel grafico seguente, come la temperatura invernale nella fascia tropicale sia praticamente come quella estiva.

isoterme

Temperatura media nel mese di Gennaio.

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Temperatura media nel mese di Luglio.

Anche il livello di umidità relativa è molto importante per i meccanismi omeostatici biologici, ed anche in questo caso possiamo osservare una importante tendenziale differenza nei valori di umidità secondo la latitudine; nei paesi extratropicali il tasso di condensazione dell’aria è generalmente più alto. Infatti, se un clima estremamente secco e arido (come quello desertico per intenderci) non è congeniale per l’uomo, tanto meno quello particolarmente umido che interferisce con molte nostre fondamentali funzioni neurofisiologiche (respirazione, termoregolazione, attività cognitiva, ecc.). Si capisce di qui l’importanza di vivere in un clima nello stesso tempo non secco e non umido, che è presente solo in alcune zone della fascia tropicale.

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Nella cartina sono indicate in verde scuro le zone più umide, in giallo quelle più aride, in verde chiaro quelle intermedie.

Nella fascia tropicale quindi regna una estate perenne, così come nell’immagine del paradiso perduto, e vi regna una abbondanza di frutti tutto l’anno, consentendo alla nostra specie frugivora di poter soddisfare costantemente la sua richiesta di cibo specifico. Infatti nella fascia tropicale gli alberi da frutto fruttificano tutto l’anno (in media due-tre-quattro volte, a seconda della specie) con una produzione scalare, garantendo un rifornimento di frutta costante. La perdita di foglie, che avviene nei climi extratropicali, è dettato dall’abbassamento della temperatura, che costringe gli alberi ad aumentare la produzione di acido abscissico (ABA); ciò accade poichè la maggior parte degli alberi da frutto, idonei per l’uomo, sono originari della fascia tropicale e subtropicale, e si trovano nella fascia extratropicale solo perché portati dall’uomo. Si da il caso che gli alberi vadano anche loro, ovviamente, sotto stress per l’ambiente ostile alla loro fisiologia, collassando in autunno con la perdita dell’apparato fogliare. Si pensi al riguardo al fico, albero della fascia subtropicale, che continuerebbe a fruttificare tutto l’anno se la temperatura non scendesse mai sotto i 15°. Si può, per esempio, vedere nel leggendario giardino di Alcinoo presente nel mito greco, l’immagine archetipica del frutteto perenne dove gli alberi da frutto producevano frutti tutto l’anno.

 

E’ ampiamente dimostrato come l’allungamento dell’età media della vita umana nei paesi industrializzati, riscontrabile a partire dalla prima metà del Novecento (con l’abbassamento della mortalità per malattie infettive che falcidiavano la popolazione), sia stato principalmente dovuto al notevolissimo incremento del consumo di frutta nei paesi extratropicali. Infatti, in questi ultimi di inverno non si poteva trovare praticamente frutta (tranne gli agrumi che sono non a caso tossici per l’uomo), ma con i trasporti veloci moderni e la refrigerazione si è aumentata la disponibilità del cibo specifico per tutto l’anno.

Vendita-frutta-verdura

Tra gli altri elementi che emergono dall’analisi dell’importanza di vivere nel proprio ambiente specifico naturale, possiamo segnalare quello della esposizione solare; così importante per numerosi e fondamentali meccanismi fisiologici (sintesi della vitamina D, regolazione dei ritmi circadiani, alcalinizzazione del sangue, ecc.). Il benessere psicofisico prodotto dall’esposizione ad una quantità superiore di luce tutto l’anno mostra l’importanza di vivere nel proprio habitat specifico; al riguardo, si può notare come nemmeno in estate nei paesi dell’Europa mediterranea (compresa Sicilia o Andalusia), ci si nutre della quantità di luce che un abitante delle Hawaii ha a disposizione nei mesi invernali (e si consideri che le Hawaii non sono nemmeno un paese equatoriale):

HAWAAI (20° parallelo) – 6000 MED/annuali (14 MED/diurne invernali)

SPAGNA (40° parallelo) – 2500/ MED annuali (12 MED/diurne estive)

Il MED è l’unità di misura della radiazione solare assorbita.

Luce-Terra

La differente quantità di luce solare alle diverse latitudini.

Sentimento comune è che primavera ed estate sono le stagioni più belle, simboli di grazia per la luce ed il calore che ci donano. Non a caso molte patologie e problematiche psicofisiche trovano sollievo durante queste stagioni. Molti riti antichi celebravano l’arrivo della primavera per i doni della terra che portava con se. La stessa festa del Natale (da nascita) celebrava in tutte le culture la rinascita del Dio Sole (non a caso la parola dio significa luce), durante il solstizio invernale.

L’attrazione benefica esercitata dalla luce e dal calore trova conferma nel fatto che numerose patologie aumentano la loro incidenza in funzione della latitudine, cioè per il solo fatto che si vive più lontani dall’equatore.

I grafici qui sotto si riferiscono, a titolo d’esempio, ad una patologia tumorale e ad una neurodegenerativa, ma lo stesso discorso si potrebbe fare per numerose altre patologie come: tumore alla prostata ed al colon, melanoma, osteoporosi, carie, ictus, ecc.

Diffusione del tumore al seno secondo la latitudine.

Diffusione del tumore al seno secondo la latitudine.

Diffusione mondiale della sclerosi multipla secondo la latitudine.

Diffusione mondiale della sclerosi multipla secondo la latitudine.

Gli stessi fenomeni depressivi si accentuano nei paesi extratropicali (soprattutto nei paesi nordici) soprattutto dopo la fine dell’estate; sono diffusi soprattutto i fenomeni di Seasonal Affective Disorder (SAD), cioè sindrome affettiva stagionale.

Diffusione della depressione secondo la latitudine.

Diffusione della depressione secondo la latitudine.

Il freddo, la poca luce, la vita al chiuso e la difficoltà di trovare il proprio cibo specifico sono fonte di grande stress psicofisico (basti vedere l’alto consumo di alcol e droghe varie). Inoltre storicamente i popoli extratropicali, in virtù di un alimentazione fortemente aspecifica (prevalentemente carnea) si sono dimostrati tra i più aggressivi e violenti: americani, inglesi, tedeschi, olandesi, spagnoli, portoghesi, francesi, italiani, russi, cinesi, giapponesi, ma anche unni, mongoli, vandali, goti, arabi, assiri ecc. La storia delle conquiste coloniali o delle guerre mondiali, solo per citare gli esempi più vistosi, parla da sola.

Mappa delle prime civiltà.

Mappa delle prime civiltà.

La civiltà nasce fuori dai tropici, poiché l’uomo ha dovuto crearsi un habitat artificiale ed inventarsi un alimentazione aspecifica per poter vivere dove non potrebbe e dovrebbe vivere, impegnandosi in una operazione su vasta scala di trasformazione (e distruzione) del pianeta per riuscire a vivere fuori dal suo ambiente originario, e questo con tutte le conseguenze che stiamo pagando a livello globale ormai da diversi millenni, in termini biologici, economici, ecologici e sociali.

Si tenga presente infatti che la maggior parte del cibo aspecifico consumato oggigiorno è di origine extratropicale, cioè un cibo che non sarebbe naturalmente presente nel proprio habitat tropicale. Infatti, la maggior parte sia degli animali da allevamento (pecore, capre, maiali, cavalli, ecc; così come quelli domestici: cane e gatto) e dei vegetali addomesticati e coltivati (frumento, orzo, avena, segale, noce, castagne, soia, ecc.) sono prevalentemente di origine extratropicale, la loro eventuale presenza al di là del loro areale di origine è dovuta solo per l’intervento umano. Qui sotto mostriamo i grafici del frumento, il cereale principe della dieta occidentale, a seguire l’orzo, invece, il cereale principe delle prime civiltà mesopotamiche; infine mostriamo l’areale di diffusione del noce e del castagno, i cui semi oleosi sono stati abbondantemente consumati sia nell’antichità che in epoca moderna.

In verde l’aree coltivate a frumento attualmente, in rosso il suo areale originario.

In verde l’aree coltivate a frumento attualmente, in rosso il suo areale originario.

In verde l’aree coltivate a orzo attualmente, in rosso il suo areale originario.

In verde l’aree coltivate a orzo attualmente, in rosso il suo areale originario.

 

La diffusione del castagno.

La diffusione del castagno.

La diffusione del Noce.

La diffusione del Noce.

Come conseguenza, della mancanza di cibo specifico fuori dalla fascia tropicale, abbiamo dovuto trasformare il mondo, che è divenuto un immenso spazio fisico destinato ad allevare e coltivare, cioè per produrre un cibo che non esiste in natura per noi. Questa mutazione alimentare ormai riguarda tutto il globo, per via della colonizzazione planetaria ad opera delle civiltà extratropicali. La produzione di cibo aspecifico però non è senza conseguenze, anzi sono di proporzioni senza precedenti. Basti considerare che agricoltura ed allevamento occupano circa il 90% del territorio disponibile per l’uomo (cioè, antropizzabile): circa 4,7 miliardi di ettari di superficie su poco più di 5,2 miliardi di ettari disponibili.

Terreno-Antropizzabile

Il grafico mostra come il terreno occupabile dall’uomo sia per circa il 90% occupato da agricoltura e allevamento.

Inoltre, la zootecnia e l’agrotecnia sono enormemente energivore, cioè comportano un consumo spaventoso di risorse: acqua, petrolio, minerali, ecc.

impronta-ecologica

Rapporto sul consumo di risorse tra la frutta ed il resto della produzione alimentare.

 

Consumo di acqua per i vari alimenti-

Consumo di acqua per i vari alimenti.

Si può osservare, dai grafici qui sopra, l’abissale differenza dell’impatto ambientale invece tra la frutta e la produzione del resto del cibo aspecifico (già von Humboldt più di due secoli fa affermava che la stessa quantità di terreno che potrebbe produrre 15 kg di grano o la massimo 45 kg di patate, potrebbe produrre ben più di 1800 kg di banane !).

Come dicevamo, quindi, ciò comporta la distruzione dell’intero ecosistema che non si produrrebbe se consumassimo il nostro cibo elettivo: la frutta.

E, magari ai Tropici.

Fabrizio Dresda


Cos’è la Carpotecnia?

La carpotecnia (carpo = frutto) è la tecnica di lavorazione del frutto e può determinare la produzione di una pressochè infinità gamma di prodotti culinari surrogati dei tradizionali, superiori per gusto e qualità. Tutto ciò garantendo un minimo impatto ambientale (territoriale, idrico, emissioni serra, ecc) e un minimo costo di produzione.

Si possono quindi ottenere: farina di platano, farina di mela, farina di zucca, farina di pomodoro, farina di zucchina, farina di melanzana, farina di peperone, farina di frutta dolce/ortaggio. E’ possibile combinarle in infiniti modi, con diverse sgramature e tipologie per riprodurre tutti gli alimenti tradizionali.

 

 

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A Expo 2015 le multinazionali nutrono loro stesse, non il Pianeta. Sabato 2 maggio Vandana Shiva ha preso parte ad Expo 2015 per lanciare un messaggio che va in direzione contraria rispetto agli intenti delle multinazionali alimentari e degli Ogm presenti al grande appuntamento internazionale. L’abbiamo intervistata in esclusiva.

La scienziata ed ecologista indiana, che nel 1991 ha fondato l’associazione Navdanya, ha presentato il manifesto Terra Viva a Cascina Triulza, l’unico padiglione di Expo che non è stato costruito da zero per la manifestazione, ma che come struttura era già presente in loco. Si presenta come il Padiglione della Società Civile, dove associazioni e organizzazioni internazionali e nazionali possono presentare il proprio punto di vista sulla sostenibilità.

Di fronte ad una manifestazione come Expo 2015 non possiamo ignorare i temi dell’avanzata del cemento e del predominio delle multinazionali del cibo e degli Ogm. Ad Expo sono presenti realtà altamente discutibili dal punto di vista della sostenibilità e del rispetto del Pianeta, come McDonald’s e Coca Cola, diventate – nostro malgrado – sponsor ufficiali di un evento che ha come slogan “Nutrire il Pianeta”.
Entrambe le multinazionali sono in crisi negli Stati Uniti, dove secondo i dati ufficiali delle stesse aziende le vendite di bibite gassate e di piatti da fast food sono in calo. Ecco che allora le due maggiori multinazionali alimentari cercano di guadagnare terreno altrove, nel vecchio continente, proprio a partire dall’Italia e dalla luccicante vetrina dell’Expo. Siamo noi consumatori, con le nostre scelte di acquisto, e di “non acquisto”, a determinare il successo delle aziende e dei loro prodotti. Se non vogliamo che determinate aziende abbiano così tanto potere nelle proprie mani, perché continuiamo ad acquistare i loro prodotti a cuor leggero?
Ogm e prodotti industriali non sono la soluzione alla fame nel mondo. Ecco allora che a Expo 2015 Vandana Shiva vuole proporre una soluzione differente, basata sull’agricoltura naturale e locale, sul lavoro dei coltivatori rurali, nel pieno rispetto della terra e del Pianeta.

Non possiamo lasciare che il problema della “fame nel mondo” venga gestito dalle maggiori multinazionali del cibo e degli Ogm. Le loro risposte alla questione non hanno fini benefici, favorevoli alle popolazioni più povere, ma puntano solamente all’arricchimento delle stesse aziende. Ecco perché secondo le parole di Vandana Shiva, a Expo 2015 le multinazionali nutrono loro stesse, non il Pianeta.

Le previsioni per il futuro del Pianeta purtroppo non sono rosee. Secondo i dati del manifesto Terra Viva, entro il 2030 la terra fertile verrà erosa ad una velocità tra le 10 e le 40 volte superiore alla sua capacità di rigenerazione.

Si tratta di questioni legate al cambiamento dell’uso dei suoli avvenuto negli ultimi due secoli. Dai terreni agricoli ecco i suoli destinati all’urbanizzazione e all’industrializzazione. Il cambiamento ci ha portato a produrre ingenti emissioni di anidride carbonica, alla scomparsa di gran parte delle praterie, delle savane e delle foreste tropicale.

Di questo passo entro il 2030, secondo Terra Viva, assisteremo ad una continua espansione del cemento e ci troveremo di fronte ad una crescita dell’area urbana pari a 1,2 chilometri quadrati, una superficie equivalente a quella del Sudafrica.

Il consumo di suolo non ha soltanto conseguenze ambientali, ma anche un forte impatto sociale. Secondo il manifesto Terra Viva, infatti, il 40% dei conflitti tra gli Stati negli ultimi 60 anni è nato dagli scontri per il controllo delle risorse naturali e della terra.

“C’è bisogno di un nuovo patto che riconosca che noi siamo il suolo: veniamo dal suolo, siamo sostenuti dal suolo. Prendersi cura della terra è il lavoro più importante che gli agricoltori possano fare. Il messaggio che lanciamo dall’importante vetrina di Expo è forte e chiaro: la nuova democrazia è la democrazia della Terra” – ha spiegato Vandana Shiva.

La scienziata ed ecologista indiana pochi giorni prima della presentazione del manifesto Terra Viva ha ricordato una questione molto importante sul suo blog:

“Si sono accordate tra loro per brevettare i nostri semi, per influenzare la ricerca scientifica, per negare ai cittadini il diritto di essere informati, attraverso leggi sull’etichettatura degli Ogm. Le multinazionali che hanno distrutto i nostri terreni e la nostra salute ora saranno tutte ad Expo“.

Ad Expo la voce di Vandana Shiva va controcorrente. La scienziata ed ecologista indiana nei mesi scorsi ha accettato di essere tra gli ambassador di Expo 2015, probabilmente proprio per rappresentare una voce fuori dal coro e con l’obiettivo di ricevere ascolto in un contesto internazionale. “Expo non sia occasione di spreco e corruzione”aveva chiesto sin dall’inizio.

Con la speranza che sempre più persone possano rendersi conto di quanto la difesa del Pianeta e dell’agricoltura naturale sia più importante degli interessi delle multinazionali, impegnate sempre più nell’aumentare i propri profitti e non nella difesa dei diritti dei cittadini, a partire dal diritto al cibo.

Ogni cittadino ha il diritto e il dovere di pensare a come nutrire il Pianeta senza distruggere l’ambiente e a come nutrire se stesso senza rovinare la propria salute. Per dare questo contributo non è necessario essere ad Expo. Si può essere ovunque. E’ infatti giunto il momento che il dovere di rivedere il paradigma del cibo venga preso sul serio ovunque e da chiunque” – ci ha spiegato Vandana Shiva.

Ascoltate le parole di Vandana Shiva ai microfoni di GreenMe (VIDEO) nella nostra intervista in esclusiva.

Marta Albè
Fonte foto: libertino.is

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