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Beyoncé e Jay-Z scelgono la strada della dieta vegana e incoraggiano i loro fan a fare altrettanto. Non si tratta, però, di un capriccio da star mondiali, ma di un appello motivato da ragioni molto valide, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente.



Come riporta l’Independent, la coppia più amata dello ‘showbiz’ ha deciso di scrivere la prefazione al nuovo libro di Marco Borges, il personal trainer di Beyoncé, nonché esperto di nutrizionismo. La popstar e il cantante e produttore hanno deciso anche di lanciare un appello ai fan: quello di seguire il loro esempio e di aderire al cosiddetto Veganuary, ovvero l’approccio ad una dieta vegana da effettuare in questo mese di gennaio. Da tempo, d’altronde, gli scienziati di tutto il mondo sono concordi nel ritenere il consumo di carne una vera e propria piaga per l’ambiente, senza contare il lato economico e le impressionanti risorse (acqua in primis) necessarie per l’allevamento e la macellazione.

«Abbiamo sempre pensato ad una dieta per la nostra salute: alcune funzionano, altre no. Non avevamo mai, però, pensato alla verità per la nostra salute, e da quel momento per noi è diventata una missione condividere la verità e un giusto stile di vita con più persone possibili»

– hanno scritto Beyoncé e Jay-Z, ormai vegani da tempo –

«Non potete neanche immaginare il grande impatto positivo che potrete dare al mondo diventando vegani: dobbiamo farlo tutti, per la salute nostra e del nostro pianeta. Se tutti diventassero vegani, sarebbe possibile risolvere immediatamente e per sempre il problema dell’effetto serra. Possiamo affrontare questa sfida insieme, diffondendo la verità e fare di questa missione un movimento».

 

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Felix Finkbeiner, ha 21 anni, e da quando ne ha 9 ha iniziato quella che è la sua passione più grande, salvare il pianeta piantando alberi, e riforestando la terra.

Inizia tutto in 4 elementare, quando la maestra assegna a tutti il compito di fare una ricerca sul cambiamento climatico, Felix passa tutto il weekend a fare ricerche e resta particolarmente scosso, fino a che si imbatte nel progetto di riforestazione globale dell’ambientalista e vincitrice del premio Nobel per la Pace Wangari Muta Maathai, che aveva contribuito a piantare 30 milioni di alberi in Kenya in 30 anni

A soli 9 anni Felix parla alla sua classe, poi al preside e alla sua scuola,

“Dobbiamo piantare anche noi 30 milioni di alberi in ogni paese del mondo”

dopo poche settimane la scuola decise di assecondare il progetto del ragazzo, e piantare il primo albero, da li altri istituti coinvolti nel progetto decisero di entrare a farne parte, creando un progetto cittadino di cui molte scuole diventano sostenitrici

“Era il 2007, e dopo solo un anno ne avevamo piantati 50 mila. Nel 2011 abbiamo sfondato quota 1 milione, rimanendo solo in Germania“

Così Felix fonda l’associazione Plant for the Planet una Ong per tutelare e rafforzare le foreste della terra, e che un albero alla volta, in più di 10 anni ha riforestato la terra piantando 15 miliardi di alberi e punta e piantarne un trilione nei prossimi anni.

dalle donazioni private, agli eventi pubblici, il coinvolgimento di grandi imprese e multinazionali, autorità politiche l’associazione inizia a farsi conoscere e Feliz si ritrova, a poco più che 10 anni a parlare del suo progetto di fronte al Parlamento Europeo e a prendere parte al Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente.

Felix Finkbeiner alle Nazioni Unite

poi le Plant-for-the-Planet Academies eventi organizzati in molte parti del mondo per con 67 mila persone che hanno partecipato per studiare e trovare soluzioni al cambiamenti climatico.

Intanto Felix porta avanti sia i suoi studi, che la vita da attivista, fondatore di un movimento globale per la riforestazione del pianeta, ha preso una laurea in Relazioni internazionali a Londra, Felix sta continuando i suoi studi in Svizzera, con un Phd a Zurigo in Ecologia e scienze ambientali

Mentre in veste di fondatore di Plant for the Planet ha appena preso al 9° forum internazionale su alimentazione e nutrizione organizzato il 27 e 28 novembre dal Barilla Center for Food & Nutrition

Felix ha raccontato che un albero è in grado di assorbire tra i 10 e i 20 kg di Co2 all’anno, dato l’elevato livello di inquinamento prodotto dall’uomo a livello globale il progetto non poteva rimanere chiuso nei confini tedeschi, doveva diventare un progetto mondiale,

e così è stato, e un progetto nato a scuola dall’impegno di un bambino di 9 anni, si è trasformato in un movimento globale, ma siamo solo all’inizio

quest’anno Felix ha lanciato la sfida più grande, è la “Trillion tree campaign” partita quest’anno, che punta a piantare un trilione di alberi nei prossimi 30 anni per riforestare il pianeta.

Un numero che ha dietro una precisa logica, corrisponde alla quantità massima di alberi che possono essere piantati ancora sulla Terra facendo riferimento al lavoro pubblicato su Nature dal Dr. Tom Crowther dell’Università di Yale.

“Se noi piantiamo questi alberi, non risolviamo certo di colpo la crisi climatica. Ma possiamo contribuire all’eliminazione di un quarto delle emissioni inquinanti prodotte dall’uomo.”

Piantare nuovi alberi servirà anche a combattere la desertificazione, a rendere l’agricoltura più efficace grazie all’agroforestazione. Inoltre, questi regolano il ciclo dell’acqua e rendono il suolo più produttivo, proteggendo anche la nostra biodiversità”

Spiega Felix che intanto entro la fine dell’anno, lancerà una piattaforma web in cui tutte le organizzazioni che combattono la deforestazione del mondo, potranno condividere dati, ricerche e mostrare il proprio lavoro, i propri obiettivi ed unirsi per combattere contro la desertificazione del nostro pianeta.

Insomma, si parla spesso di giovani un pò spenti e senza tante idee, Felix Finkbeiner dimostra come ci sono ancora tanti casi di millennials pieni di voglia di fare, e che portano avanti progetti che possono veramente salvare il mondo.

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Fonti : Businessinsider.com

QUANTI DI NOI HANNO RICORDI LEGATI AI TEMPI DELLA SCUOLA? QUANTI POSSONO AFFERMARE DI ESSER STATI ISTRUITI IN UNA SCUOLA AD ENERGIA SOLARE DOVE SI POTER COLTIVARE IL CIBO E POI MANGIARLO?


Quanti bei ricordi ci legano al periodo della scuola. Maestre, amichetti, giochi all’aperto, sono immagini che rimangono scolpite nella mente di chiunque. Immaginate quanti ricordi bellissimi potranno avere i bambini della scuola ad energia solare “New Islands Brygge School” di Copenaghen. Una scuola che promette di essere all’avanguardia per il ridotto impatto sull’ambiente e per la qualità dell’istruzione. In fatto di edilizia sostenibilei danesi sono un passo avanti rispetto a molte altre nazioni, non più di qualche mese fa abbiamo parlato della “Copenhagen International School” conosciuta in tutta il mondo per essere l’edificio con la più grande facciata fotovoltaica in tutto il pianeta.

Progettata per mano dello studio di architettura C.F. Moller Architects il progetto ha previsto l’installazione di ben dodicimila moduli solari integrati nella facciata principale dell’edificio. Un sistema in grado di fornire alla scuola circa 300 MWh l’anno. Ora lo stesso studio di architettura assieme allo studio Tredje Natur firmano il progetto della Brygge School. Sviluppata su una superficie di diecimila metri quadri, lo scuola ospiterà 784 studenti che potranno godere di uno spazio esterno caratterizzato da enormi giardini.

Il progetto mira ad essere un punto di riferimento non solo per la sostenibilità dell’edificio ma anche per la qualità dell’insegnamento.  “Vogliamo creare una scuola di alta qualità per insegnanti, allievi e personale. Un luogo dove sia possibile facilitare l’apprendimento grazie al gioco, con una particolare attenzione agli ambienti interni ed esterni” dichiara  Martin Lose, uno dei progettisti. “La scuola sarà anche il punto di ritrovo per associazioni locali e società sportive che potranno accedervi facilmente in moda tale da farli sentire i benvenuti”.

Brygge School: non solo scuola ad energia solare

Il progetto scolastico mira a coinvolgere gli studenti in un’esperienza di apprendimento unica. La scuola ad energia solare verrà realizzata secondo le ristrette regole del codice danese per gli edifici a bassa energia che prevede recupero di calore, ventilazione naturale degli ambienti, illuminazione diurna controllata oltre che un involucro ad alto isolamento energetico.

Una serie di pannelli solari integrati nei giardini pensili garantiranno l’energia necessaria ad alimentare la struttura. La Brygge School però non è solo efficienza e risparmio energetico: un grande giardino sul tetto permetterà agli studenti di coltivare il cibo che preferiscono e, perché no, anche di cucinarlo.  L’attenzione della scuola a questa sorta di “biotopo” ricreato sul tetto garantisce contatto con la natura e rafforza il senso del bene comune. Un modo nuovo ed innovativo di coinvolgere gli studenti nella scelta di una cucina basata su cibi freschi e naturali. “Ogni classe ha accesso diretto al giardino sul tetto – dichiarano i progettisti dei due studi di architettura – mentre nell’area dedicata alle scienze naturali è possibile trovare un giardino biologico e una serra dedicata alla chimica e alla fisica”.

Sul tetto sono inoltre presenti una pista di atletica, spazi ricreativi generici e un’area parkour. Il cuore dell’edifico è sala centrale a doppia altezza, che funge da sala pranzo e da vero hub per tutti gli studenti. Qui fanno capolino due cucine ben distinte e separate, a voler rimarcare il ruolo che la qualità del cibo assume nella scuola.

In definitiva la New Island Brygge School non è solo una scuola ad energia solare ma è un edificio nato per unire apprendimento fisico a quello sensoriale. Efficienza energetica, giardini sui tetti e ampi vetrate vogliono essere un modo per rendere questa scuola unica nel suo genere. Per ora dobbiamo accontentarci dei rendering visto che la struttura sarà pronta per maggio 2020, ma le immagini sono sufficienti per annunciarne il successo.

Fonte

In questo video viene spiegato il ciclo produttivo delle cose, il livello di inquinamento negli oggetti e l’inquinamento per produrre le cose, inoltre è spiegato chiaramente che il sistema di produzione attuale non è sostenibile nel tempo, vale a dire che a breve saremo costretti a cambiare il modo con cui si produciamo le cose perchè le risorse non bastano più e l’inquinamento è troppo alto per essere sostenuto dal nostro pianeta.


Tutti i cibi hanno una coscienza

Oggi parleremo dell’etica vegan, fruttariana, crudista. Non approfondiremo l’aspetto salutistico già trattato nei precedenti articoli.

Nella transizione verso l’alimentazione naturale si può peccare di superbia solo perchè non ci si nutre di esseri viventi con una propria coscienza.
Potrebbe sembrarvi bizzarro, ma credo profondamente che ogni cibo diverso dal frutto (ingrandimento ovarico di un fiore) abbia una sua coscienza… che si parli di verdure, legumi, semi, radici, carne o altro.

Inutilità del giudizio legato all’Ego

Il ritenersi “arrivati” perchè si è vegan-crudisti, fruttariani o magari respirariani è una sciocchezza!
Sentirsi in diritto di giudicare chi è qualche gradino indietro conduce a sciocche e inutili divisioni.
Siamo esseri viventi in continua evoluzione e ognuno ha i suoi tempi e i suoi percorsi.
Quando sento parlare di etica spesso noto un pizzico di arroganza in chi dovrebbe essere da esempio: alimentare il nostro ego solo perchè si mangiano alimenti che una volta non avevano occhi e bocca non è sintomo di crescita e evoluzione.

Anche le piante hanno coscienza

Dopotutto da studi recenti emerge che quella pianta, quella verdura, quel cibo della terra avevano una coscienza sviluppata almeno quanto quella di un qualsiasi animale (vedi video documentario “L’intelligenza delle piante” in fondo all’articolo).

Con questo non voglio dire che tornare all’alimentazione onnivora sia la cosa migliore, anzi!
E’ sempre vero  infatti che mangiando carne il costo energetico delle risorse della terra (e del nostro corpo) è enormemente superiore a quello di un’alimentazione vegan-crudista.

L’alimentazione piu’ ecosostenibile

Chiaramente l’alimentazione fruttariana rimane la piu’ ecosostenibile, proprio perchè non schiavizza nè uomini, nè animali; l’impatto idrico-territoriale è bassissimo; viene garantito il massimo rendimento di cibo a parità di energia investita; inoltre si può evitare l’irrigazione artificiale sfruttando la pioggia e non viene uccisa la pianta che produce il frutto.
L’uomo raccoglie il frutto con quella mano che sembra disegnata appositamente per farlo, mangia e getta i semi a terra, mantenendo un profondo contatto simbiotico con la terra.
Se vogliamo parlare di etica è chiaramente la frutta il cibo che piu’ di altri può farci parlare di rispetto della vita.

 

Definirsi fruttariani è riduzionista

Dopotutto dire che l’uomo è fruttariano è comunque una definizione errata e riduzionista.
Sapevate che piu’ del 90% della frutta, oltre ad essere sconosciuta ai piu’ è altamente tossica per l’uomo?
Sapevate che la quasi totalità dei semi della frutta è stata sottoposta a radiazioni per modificarne il sapore e renderlo appetibile per l’uomo?

Conclusioni: l’inutilità delle etichette

Questo articolo è chiaramente una provocazione per stimolare le nostre consapevolezze.
Le etichette non servono a nulla, o meglio servono solo in alcuni casi per chiarire quale percorso alimentare stiamo facendo, ma molto spesso creano divisioni e attriti e quindi se ne può fare a meno.
Ho imparato a non etichettarmi per non limitarmi, per non cadere nel giudizio, per evitare incomprensioni, chiusure e conflitti. Molto meglio definire i propri personali obbiettivi ed aprirsi amorevolmente al dialogo.

 

 

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HOMO TROPICUS Per comprendere appieno perché la frutta sia l’alimento specifico della specie umana è necessario capire anche qual è il suo habitat specifico, dato che l’alimentazione specifica è un elemento, seppur centrale, dello stesso habitat specifico.

E’ evidente per chiunque che l’uomo civilizzato, a differenza degli altri esseri viventi e dell’uomo allo stato di natura, indossa vestiti, vive in case (o comunque in luoghi chiusi) ed ha bisogno di riscaldarsi durante l’inverno; già solo questi dati di fatto costituiscono la prova provata che l’uomo non è idoneo per vivere nei clima extratropicali (il fatto che anche molti popoli tropicali si vestano ed abbiano abitazioni è solo un portato culturale di lunga data ma non una necessità di natura). L’immagine archetipica dell’età dell’oro dell’umanità, in tutte le tradizioni e racconti storico-mitologici del pianeta, è rappresentata dalla vita che l’uomo conduceva nel paradiso terrestre, dove viveva libero, nudo, all’aria aperta, cibandosi solo di frutta (la parola paradiso non a caso deriva dal antico ebraico pardes che significa “frutteto”).

L’immagine archetipica è naturalmente ambientata in un luogo caldo tropicale, dove il clima e la disponibilità continua del cibo specifico consentono una vita libera e naturale. Ancora oggi d’altronde gli abitanti dei ricchi paesi industrializzati occidentali ambiscono passare le proprie vacanze in quelli che non a caso si chiamano paradisi tropicali. E’chiaro che questo impulso inconscio verso il caldo e i colori tropicali è ancestrale, iscritto nei nostri geni.

uomo-tropici

La suddivisione per fasce climatiche del globo terrestre

L’uomo è indiscutibilomente un animale tropicale. Le sue origini e la sua fisiologia forniscono indicazioni in tal senso inequivocabili. I resti fossili situano i primordi dell’umanità nella fascia tropicale (verosimilmente africana). Inoltre, l’uomo è un animale omeotermico, cioè che non conosce significative variazioni della temperatura corporea al cambiare di quella esterna, e la temperatura corporea si aggira mediamente intorno ai 37°, testimoniando che l’habitat specifico per il genere umano può essere solo quello caldo tropicale. Si aggiunga ancora che dei numerosi termorecettori (circa 280mila) presenti nella nostra pelle circa il 90% sono finalizzati per la percezione del freddo, in quanto quest’ultimo rappresenta uno delle fonti di stress maggiori per il nostro organismo (per esempio, abbassando il ph fisiologico, e quindi acidificando l’organismo).

Mentre, al riguardo si può osservare, nel grafico seguente, come la temperatura invernale nella fascia tropicale sia praticamente come quella estiva.

isoterme

Temperatura media nel mese di Gennaio.

Isoterme 2

Temperatura media nel mese di Luglio.

Anche il livello di umidità relativa è molto importante per i meccanismi omeostatici biologici, ed anche in questo caso possiamo osservare una importante tendenziale differenza nei valori di umidità secondo la latitudine; nei paesi extratropicali il tasso di condensazione dell’aria è generalmente più alto. Infatti, se un clima estremamente secco e arido (come quello desertico per intenderci) non è congeniale per l’uomo, tanto meno quello particolarmente umido che interferisce con molte nostre fondamentali funzioni neurofisiologiche (respirazione, termoregolazione, attività cognitiva, ecc.). Si capisce di qui l’importanza di vivere in un clima nello stesso tempo non secco e non umido, che è presente solo in alcune zone della fascia tropicale.

piante-zone-umide-aride

Nella cartina sono indicate in verde scuro le zone più umide, in giallo quelle più aride, in verde chiaro quelle intermedie.

Nella fascia tropicale quindi regna una estate perenne, così come nell’immagine del paradiso perduto, e vi regna una abbondanza di frutti tutto l’anno, consentendo alla nostra specie frugivora di poter soddisfare costantemente la sua richiesta di cibo specifico. Infatti nella fascia tropicale gli alberi da frutto fruttificano tutto l’anno (in media due-tre-quattro volte, a seconda della specie) con una produzione scalare, garantendo un rifornimento di frutta costante. La perdita di foglie, che avviene nei climi extratropicali, è dettato dall’abbassamento della temperatura, che costringe gli alberi ad aumentare la produzione di acido abscissico (ABA); ciò accade poichè la maggior parte degli alberi da frutto, idonei per l’uomo, sono originari della fascia tropicale e subtropicale, e si trovano nella fascia extratropicale solo perché portati dall’uomo. Si da il caso che gli alberi vadano anche loro, ovviamente, sotto stress per l’ambiente ostile alla loro fisiologia, collassando in autunno con la perdita dell’apparato fogliare. Si pensi al riguardo al fico, albero della fascia subtropicale, che continuerebbe a fruttificare tutto l’anno se la temperatura non scendesse mai sotto i 15°. Si può, per esempio, vedere nel leggendario giardino di Alcinoo presente nel mito greco, l’immagine archetipica del frutteto perenne dove gli alberi da frutto producevano frutti tutto l’anno.

 

E’ ampiamente dimostrato come l’allungamento dell’età media della vita umana nei paesi industrializzati, riscontrabile a partire dalla prima metà del Novecento (con l’abbassamento della mortalità per malattie infettive che falcidiavano la popolazione), sia stato principalmente dovuto al notevolissimo incremento del consumo di frutta nei paesi extratropicali. Infatti, in questi ultimi di inverno non si poteva trovare praticamente frutta (tranne gli agrumi che sono non a caso tossici per l’uomo), ma con i trasporti veloci moderni e la refrigerazione si è aumentata la disponibilità del cibo specifico per tutto l’anno.

Vendita-frutta-verdura

Tra gli altri elementi che emergono dall’analisi dell’importanza di vivere nel proprio ambiente specifico naturale, possiamo segnalare quello della esposizione solare; così importante per numerosi e fondamentali meccanismi fisiologici (sintesi della vitamina D, regolazione dei ritmi circadiani, alcalinizzazione del sangue, ecc.). Il benessere psicofisico prodotto dall’esposizione ad una quantità superiore di luce tutto l’anno mostra l’importanza di vivere nel proprio habitat specifico; al riguardo, si può notare come nemmeno in estate nei paesi dell’Europa mediterranea (compresa Sicilia o Andalusia), ci si nutre della quantità di luce che un abitante delle Hawaii ha a disposizione nei mesi invernali (e si consideri che le Hawaii non sono nemmeno un paese equatoriale):

HAWAAI (20° parallelo) – 6000 MED/annuali (14 MED/diurne invernali)

SPAGNA (40° parallelo) – 2500/ MED annuali (12 MED/diurne estive)

Il MED è l’unità di misura della radiazione solare assorbita.

Luce-Terra

La differente quantità di luce solare alle diverse latitudini.

Sentimento comune è che primavera ed estate sono le stagioni più belle, simboli di grazia per la luce ed il calore che ci donano. Non a caso molte patologie e problematiche psicofisiche trovano sollievo durante queste stagioni. Molti riti antichi celebravano l’arrivo della primavera per i doni della terra che portava con se. La stessa festa del Natale (da nascita) celebrava in tutte le culture la rinascita del Dio Sole (non a caso la parola dio significa luce), durante il solstizio invernale.

L’attrazione benefica esercitata dalla luce e dal calore trova conferma nel fatto che numerose patologie aumentano la loro incidenza in funzione della latitudine, cioè per il solo fatto che si vive più lontani dall’equatore.

I grafici qui sotto si riferiscono, a titolo d’esempio, ad una patologia tumorale e ad una neurodegenerativa, ma lo stesso discorso si potrebbe fare per numerose altre patologie come: tumore alla prostata ed al colon, melanoma, osteoporosi, carie, ictus, ecc.

Diffusione del tumore al seno secondo la latitudine.

Diffusione del tumore al seno secondo la latitudine.

Diffusione mondiale della sclerosi multipla secondo la latitudine.

Diffusione mondiale della sclerosi multipla secondo la latitudine.

Gli stessi fenomeni depressivi si accentuano nei paesi extratropicali (soprattutto nei paesi nordici) soprattutto dopo la fine dell’estate; sono diffusi soprattutto i fenomeni di Seasonal Affective Disorder (SAD), cioè sindrome affettiva stagionale.

Diffusione della depressione secondo la latitudine.

Diffusione della depressione secondo la latitudine.

Il freddo, la poca luce, la vita al chiuso e la difficoltà di trovare il proprio cibo specifico sono fonte di grande stress psicofisico (basti vedere l’alto consumo di alcol e droghe varie). Inoltre storicamente i popoli extratropicali, in virtù di un alimentazione fortemente aspecifica (prevalentemente carnea) si sono dimostrati tra i più aggressivi e violenti: americani, inglesi, tedeschi, olandesi, spagnoli, portoghesi, francesi, italiani, russi, cinesi, giapponesi, ma anche unni, mongoli, vandali, goti, arabi, assiri ecc. La storia delle conquiste coloniali o delle guerre mondiali, solo per citare gli esempi più vistosi, parla da sola.

Mappa delle prime civiltà.

Mappa delle prime civiltà.

La civiltà nasce fuori dai tropici, poiché l’uomo ha dovuto crearsi un habitat artificiale ed inventarsi un alimentazione aspecifica per poter vivere dove non potrebbe e dovrebbe vivere, impegnandosi in una operazione su vasta scala di trasformazione (e distruzione) del pianeta per riuscire a vivere fuori dal suo ambiente originario, e questo con tutte le conseguenze che stiamo pagando a livello globale ormai da diversi millenni, in termini biologici, economici, ecologici e sociali.

Si tenga presente infatti che la maggior parte del cibo aspecifico consumato oggigiorno è di origine extratropicale, cioè un cibo che non sarebbe naturalmente presente nel proprio habitat tropicale. Infatti, la maggior parte sia degli animali da allevamento (pecore, capre, maiali, cavalli, ecc; così come quelli domestici: cane e gatto) e dei vegetali addomesticati e coltivati (frumento, orzo, avena, segale, noce, castagne, soia, ecc.) sono prevalentemente di origine extratropicale, la loro eventuale presenza al di là del loro areale di origine è dovuta solo per l’intervento umano. Qui sotto mostriamo i grafici del frumento, il cereale principe della dieta occidentale, a seguire l’orzo, invece, il cereale principe delle prime civiltà mesopotamiche; infine mostriamo l’areale di diffusione del noce e del castagno, i cui semi oleosi sono stati abbondantemente consumati sia nell’antichità che in epoca moderna.

In verde l’aree coltivate a frumento attualmente, in rosso il suo areale originario.

In verde l’aree coltivate a frumento attualmente, in rosso il suo areale originario.

In verde l’aree coltivate a orzo attualmente, in rosso il suo areale originario.

In verde l’aree coltivate a orzo attualmente, in rosso il suo areale originario.

 

La diffusione del castagno.

La diffusione del castagno.

La diffusione del Noce.

La diffusione del Noce.

Come conseguenza, della mancanza di cibo specifico fuori dalla fascia tropicale, abbiamo dovuto trasformare il mondo, che è divenuto un immenso spazio fisico destinato ad allevare e coltivare, cioè per produrre un cibo che non esiste in natura per noi. Questa mutazione alimentare ormai riguarda tutto il globo, per via della colonizzazione planetaria ad opera delle civiltà extratropicali. La produzione di cibo aspecifico però non è senza conseguenze, anzi sono di proporzioni senza precedenti. Basti considerare che agricoltura ed allevamento occupano circa il 90% del territorio disponibile per l’uomo (cioè, antropizzabile): circa 4,7 miliardi di ettari di superficie su poco più di 5,2 miliardi di ettari disponibili.

Terreno-Antropizzabile

Il grafico mostra come il terreno occupabile dall’uomo sia per circa il 90% occupato da agricoltura e allevamento.

Inoltre, la zootecnia e l’agrotecnia sono enormemente energivore, cioè comportano un consumo spaventoso di risorse: acqua, petrolio, minerali, ecc.

impronta-ecologica

Rapporto sul consumo di risorse tra la frutta ed il resto della produzione alimentare.

 

Consumo di acqua per i vari alimenti-

Consumo di acqua per i vari alimenti.

Si può osservare, dai grafici qui sopra, l’abissale differenza dell’impatto ambientale invece tra la frutta e la produzione del resto del cibo aspecifico (già von Humboldt più di due secoli fa affermava che la stessa quantità di terreno che potrebbe produrre 15 kg di grano o la massimo 45 kg di patate, potrebbe produrre ben più di 1800 kg di banane !).

Come dicevamo, quindi, ciò comporta la distruzione dell’intero ecosistema che non si produrrebbe se consumassimo il nostro cibo elettivo: la frutta.

E, magari ai Tropici.

Fabrizio Dresda