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Anche le Nazioni Unite esortano le persone a ridurre notevolmente il loro consumo di prodotti a base di carne e a indirizzarsi verso una dieta a base vegetale. Una delle principali ragioni è il consumo di acqua: se vuoi poter continuare a bere acqua, lascia stare la carne!

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L’appello è stato fatto di recente con la campagna #SolveDifferent, con la quale l’organizzazione internazionale ha utilizzato le sue varie piattaforme di social media per condividere infografiche sulla quantità di acqua necessaria per creare un hamburger di manzo unico. Il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, fa sapere che per produrre un hamburger con pancetta e formaggio sono necessari circa 3.140 litri d’acqua. E’ doveroso anche per l’ambiente e la sopravvivenza futura prendere maggiormente in considerazione il cibo vegetale.

Secondo le Nazioni Unite, un burger vegano consuma dal 75 al 95% di acqua in meno rispetto alla carne di manzo, inoltre causa l’87% di emissioni in meno e utilizza fino al 95% di terreno in meno. Non è la prima volta che si  chiede ai consumatori di ridurre o eliminare il consumo di prodotti a base di carne. Solo pochi mesi fa, ha indicato l’industria della carne come uno dei “problemi più urgenti” al mondo.

Fanno sapere in alcune note che la maggior parte degli allevamenti commerciali di carni bovine, suine e polli si basa sulle importazioni di proteine ​​vegetali per l’alimentazione animale, il che significa gli Stati importano terreni agricoli da altre parti del mondo. I mangimi fatti con la soia, uno dei più grandi prodotti di esportazione dal Sud America, stanno portando alla deforestazione e allo sfollamento di agricoltori e popolazioni indigene in tutto il mondo. Eppure, c’è ancora poca consapevolezza e malgrado gli sforzi il consumo di carne non sta diminuendo. Non è sostenibile: bisogna agire ora!

RV / A. Bosani – Marzo 19
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Rob e Amanda si sono conosciuti nel 2011 al Cosmopolitan Hotel di Las Vegas, l’albergo in cui entrambi lavoravano. Lui faceva il barista, lei la cameriera, riporta Liftable.

Si sono innamorati quasi subito, erano perfetti l’uno per l’altra. Ma nel 2012, qualche mese dopo essersi conosciuti, il loro rapporto è stato messo a dura prova. Rob era strano, perdeva peso e soffriva di forti dolori di stomaco. Nel giro di un anno aveva perso circa 30 kg.

Rob e Amanda si sono rivolti a diversi medici, ma nessuno era in grado di capire l’origine del problema. Poi un giorno un chirurgo ha deciso di vederci più chiaro – e il verdetto è stato terribile.
Nel 2012, a soli 43 anni, i medici hanno diagnosticato a Rob un cancro colorettale al quarto stadiogli rimanevano poche settimane di vita. Il cancro si era già diffuso in tutto il corpo, non c’era molto da fare, riporta il Daily Mail.

Quella stessa notte, Rob ha capito che non c’era tempo da perdere. Ha preso coraggio e ha chiesto la mano della fidanzata. La sua risposta è stata “Sì, lo voglio!” Allora Rob e Amanda sono convolati a nozze!

LA SVOLTA

Due giorni dopo, Rob ha iniziato la chemioterapia, ma il primo ciclo non ha sortito segni di miglioramento. Tuttavia, invece di continuare con la radioterapia e la chemio, lui e la moglie hanno deciso di provare una “cura alternativa”.

Entrambi hanno cambiato il proprio stile di vita, iniziando un regime alimentare Vegano. Amanda, 39, era già vegetariana. I medici li credevano pazzi, ma in sole tre settimane il tumore di Rob si è ridotto dell’80%, riporta il Daily Mail.

Nel dicembre 2014, il cancro è scomparso del tutto. Oggi Rob festeggia i suoi 5 anni senza cancroi medici sono increduli.In seguito alla miracolosa guarigione di Rob, la coppia ha deciso di mettere su famiglia. Probabilmente, a causa della radioterapia, per loro sarebbe stato molto difficile concepire figli in modo naturale. Allora sono ricorsi alla fecondazione in vitro.

Dopo un aborto spontaneo, Amanda ha scoperto di aspettare una coppia di gemelli. I bambini sono nati nel 2016 – finalmente Amanda e Rob hanno avuto il lieto fine che si meritavano.

Tuttavia, Rob ha dichiarato al Daily Mail di non voler assolutamente promuovere il veganesimo come cura per il cancro, ma non può negare di essere guarito proprio grazie a questo stile alimentare.

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Il dott. Gaetano Baiunco è un cardiologo vegano ennese che oltre a spendersi con entusiasmo nella sua professione sviluppa passioni e idee veg. Ha fondato infatti un’azienda che si occupa di trasformazione di mandorle. E non solo: appena arriveranno tutte le autorizzazioni potrà produrre anche formaggi vegetali.

Dott. Baiunco, dove nasce il suo percorso personale vegano?

“Dalla constatazione che esiste un preponderante rapporto fra la tipologia di cibo che assumiamo, la sua quantità, la qualità e la galoppante incidenza di malattie degenerative che affliggono la popolazione. Anche dal fatto che nonostante i prodigiosi progressi della medicina, l’incidenza della mortalità è notevole nel Sud Italia. La gente nonostante sia trattata con decine di pillole al giorno se non cambia abitudini alimentari e soggetta a recidivanti eventi cardiovascolari e tumorali”.

Quindi la sua è una scelta prevalentemente salutistica e di prevenzione sanitaria, che certamente ha un substrato etico.

“Tutto il cibo proveniente dagli animali contiene una miriade di sostanze (ormoni grassi proteine etc..) intrinseche ad esso e spesso legate alla tipologia di allevamento intensivo e crudele. La quotidiana ingestione di questi alimenti comporta uno stimolo continuo verso il nostro organismo non fisiologico. Favorisce uno stato di acidosi metabolica quindi valori più bassi del ph del sangue. L’acidosi è l’anticamera delle malattie degenerative. Ma non basta evitare alimenti del genere; bisogna abolire il più possibile i grassi saturi e gli zuccheri semplici che nel quotidiano vengono proposti in varie preparazioni”.

Lei è un cardiologo e, facendo i dovuti distinguo, quanto beneficio trae il corpo di un vegano da chi consuma grassi anche se non in eccesso?

“Si, mi occupo di cardiologia clinica, tutti i giorni da decenni constato con mano quanto sia deleterio sul nostro corpo l’assunzione di grassi animali, anche in modica quantità, le arterie e gli organi bersaglio della malattia aterosclerotica, in maniera silenziosa o meglio priva di sintomi, degenerano e si posizionano in uno stato di malattia che facilmente viene documentata con la diagnostica strumentale a nostra disposizione. Inoltre i grassi e le proteine animali determinano un surplus di lavoro per il pancreas ed essi hanno portato, insieme alla spropositata ingestione di zuccheri, alla esplosione epidemica del diabete mellito. Il diabete rappresenta una ingravescente piaga dell’umanità”.

Al di là della sua professione lei ha avviato un’attività che riguarda la lavorazione e la trasformazione di mandorle e olio bio. Ci parli dell’idea, com’è nata e che riscontri ha avuto.

“La coscienza maturata nell’ultimo decennio ha fatto crescere la necessità di divulgare tali presupposti e cercare di togliere dagli occhi delle persone il tetro velo di ignoranza che le condanna ad una facile incidenza di malattie. La grande distribuzione del cibo e le mutate condizioni di socializzazione portano verso una erronea credenza di normalità delle pessime abitudini alimentari.Divulgare quanto siano sbagliate tali abitudini e cercare di cambiarle è il primum movens della mia attività di medico. La nostra terra da millenni ci ha offerto un habitat ideale per coltivare e produrre una miriade di alimenti ad alto potere salutistico. LA biodiversità, in Sicilia, è fra le più vaste al mondo. Diffondere un messaggio positivo alla gente e fornire, nel mio piccolo, prodotti che rappresentano una sorgente di salute incontrovertibile, è la motivazione verso la quale ho riposto le mie energie nella costituzione dell’azienda Casamandolio”.

Casa Mandolio, passione dal cuore della Sicilia

Altra idea quella di dare vita a un’azienda che possa produrre formaggi vegetali. Dove e quale sarà il suo progetto a proposito.

“Non nascondo il fatto che in passato uno degli alimenti da me preferiti è stato il formaggio, quasi onnipresente nelle tavole. Viene usato per legare insaporire ed esagerare il quantitativo di calorie ed i grassi introdotti con l’alimentazione. Le mutate attitudini mi hanno spinto a sviluppare la tecnologia produttiva per realizzare un prodotto che sia salutare e gustoso e che facilmente possa sostituire i prodotti industriali che anche se blasonati sono un attentato metabolico. Il laboratorio aziendale nasce con questa mission. Nel centro della Sicilia ormai diventata la zona di massima produzione di mandorle, risulta indispensabile chiudere la filiera, ossia trasformare il prodotto grezzo. La mandorla è un alimento ricco di calcio oligoelementi ed antiossidanti”.

Lei lavora a questi progetti alimentari da anni e anni

“Nel 2014 ho depositato la procedura per realizzare un prodotto che contiene solo la mandorla e poco altro. Le mie recenti conoscenze e sperimentazioni sono rivolte anche ai prodotti fermentati ma che avranno sempre la mandorla come protagonista. Ritengo che i prodotti vegetali al momento proposti sono un mix di grassi saturi di bassa qualità. Secondo la mia opinione sono tutt’altro che salutari”.

Lei vive a Enna, quale è stata la risposta del territorio di fronte all’alimentazione e allo stilo di vita vegano?

“Basta una parola per rispondere a questa domanda: alieno: oppure: “Ma che dice… senza carne senza proteine animali”. Insomma, mi sembra di predicare e combattere contro i mulini a vento. Ma i risultati sulle analisi di laboratorio e sui miglioramenti delle condizioni di salute sono dalla mia parte.
Faccio parte di un team di aziende Biologiche di Barrafranca che gestisce tre laboratori di trasformazione alimentare di assoluta qualità, ciò in relazione: all’assenza di ogni contaminazione chimica; all’attenzione di preservare le qualità salutistiche dei prodotti. Inoltre nel nostro team abbiamo depositato oltre 10 ricette e metodologie di preparazione proprietarie”.

Quali sono le aziende?

“L’ Azienda Agricola Elonora Cigna, l’Azienda Tartufo Siciliano, l’Azienda Balsi, l’Azienda Seminiamo ed un frantoio Ferreri di nuova generazione che permette il trattamento delle olive lo stesso giorno della raccolta, a freddo e cosa più importante solo due fasi di lavorazione ossia senza il separatore finale ad alta velocità che rompe le micelle di olio. Quindi la qualità del prodotto sia oleario che relativo agli altri trasformati e assoluta”.

La Sicilia che potenzialità potrà sviluppare da qui a qualche anno a proposito di veganismo? Parliamo di cibo ma anche di eccellenze intellettuali.

“La nostra isola ha infinite possibilità di diventare leader nella produzione di cibo di origine vegetale di alta qualità. Il nostro clima è unico per tale missione, la nostra biodiversità primeggia nel mondo. Faccio un esempio: in California (leader del mercato mondiale della mandorla) si producono solo due tipologie di mandorla nate da modificazioni genetiche. Esse sono prive del guscio duro quindi facilmente attaccabili dai parassiti. Pertanto le colture sono trattate continuamente con insetticidi che penetrano il frutto. Le coltivazioni sono irrigue pertanto il contenuto di oli vegetali è inferiore al 30% (la nostra mandorla supera il 55%). Il frutto è carico di aflatossine che rappresentano uno dei veleni di contaminazione alimentare più pericoloso. Diffondere queste notizie a chi si alimenta giornalmente con prodotti che trova presso la GDO è il primo passo verso una coscienza alimentare preventiva”.

Anche chi si occupa di sanità deve aggiornarsi con i tempi.

“Quasi la totalità degli operatori sanitari non ha ricevuto nozioni relative alla preparazione del cibo, conosce la sua composizione ma ignora la tecnologia preparativa e la mole di additivi chimici e quant’altro viene impiegato per un prodotto di massa. Non conosce la cultura vegana e spesso la considera come una privazione. La politica e chi gestisce i flussi di finanziamenti verso l’agricoltura è innanzitutto vittima delle multinazionali. E non ha le competenze per orientare verso una corretta alimentazione madre di tutte le malattie metaboliche degenerative e che favorisce il diffondersi delle malattie tumorali”.

Per provare a mutare questo stato di cose bisognerà faticare.

“La strada è fortemente in salita, ma passo dopo passo si otterrà sicuramente un lento ma inesorabile risultato. Il tritatutto del malcostume alimentare, delle comode abitudini di approvvigionamento del cibo è difficile da contrastare.
Il concetto Vegano = Diverso è difficile da demolire. Fornire dati epidemiologici e valide alternative alimentari è la strada giusta”.

Giovanni Finocchiaro

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“Ci ho pensato per cinque minuti o giù di lì, e ho deciso di candidarmi come Presidente“: un annuncio che è arrivato questa settimana sul profilo Instagram di Moby – cantante e musicista americano, vegano da più di 30 anni – e che ha lasciato a bocca aperta i fan. Nessun programma elettorale, nessuna campagna acchiappa-voti e, in realtà, nessuna vera intenzione di essere eletto alle prossime elezioni del 2020: la mossa del cantante ha tutta l’aria di essere una provocazione (nemmeno tanto nascosta, a dire il vero), un espediente per portare alla luce questioni di cui, finora, si è parlato poco o niente e che invece risultano di fondamentale importanza per gli Stati Uniti e non solo.

“Per esempio – scrive Moby – perché sovvenzioniamo industrie che fanno ammalare la gente (tabaccoallevamentoproduzione di petrolio, ecc.)? Perché facciamo ammalare la gente e poi spendiamo miliardi di dollari per curarla?”. Queste sono solo alcune degli argomenti sui quali il cantante punterà i riflettori, consapevole però di non avere le carte in regola per diventare l’uomo più potente del mondo (“Sono totalmente incompetente a riguardo, ma ciò non ha fermato Trump o George W. Bush”, scrive) né di volerlo diventare davvero (“non farò una campagna elettorale o non raccoglierò soldi, perché non credo assolutamente che dovrei diventare presidente” continua).

Moby, insomma, ha usato il suo annuncio sui social per incoraggiare i fan a votare per un candidato che non sia lui stesso, ma che sia comunque più adatto a ricoprire quel ruolo rispetto a Trump. “Di sicuro – conclude l’artista – concorrerò per le elezioni solo finché non dovrò mettere in piedi una campagna elettorale e finché nessuno voterà per me. Il vostro voto è importante, quindi per favore non sprecatelo con celebrità o candidati di terze parti”.

Le reazioni dei fan

Come hanno reagito i 350 mila follower del cantante a questa notizia? I commenti al post, oltre che decisamente entusiasti (“con un Presidente come te, il mondo sarebbe un posto migliore”, scrivono in molti), risultano talvolta anche divertenti: “Se ti mando 25 dollari, mi fai avere un adesivo da attaccare sull’auto?” scrive un utente; “grande notizia, ho già le magliette pronte. Le farò indossare anche al mio gatto…” chiosa un altro; “se diventassi Presidente, però, chi terrebbe il dj set alla tua festa di insediamento?”. Quest’ultimo commento, in particolare, fa riferimento al “no” categorico che Moby rispose all’agenzia di reclutamento artisti che lo avrebbe voluto ingaggiare per la festa di insediamento di Donald Trump.

Moby: gli attacchi a Trump e l’impegno animalista

Il cantante non ha mai nascosto la sua avversione nei confronti del nuovo presidente e delle sue idee politiche, sulle quali continua tuttora a polemizzare sulla sua pagina Instagram. Trump, infatti, ha più volte negato pubblicamente l’esistenza del riscaldamento globale sostenendo che si tratti di un “complotto” ordito ai danni dell’economia americana e nessun punto del suo programma politico tocca il tema della salvaguardia dell’ambiente o il sostegno alla biodiversità. Il presidente è, inoltre, un accanito sostenitore della caccia che egli ritiene essere “un passatempo non molto diverso dal golf “.

Insomma, visioni nettamente in contrasto con quelle dell’artista, che è invece impegnato da anni sul fronte ambientalista e animalista (come racconta anche il documentario su Netflix a lui dedicato): di recente, per esempio, Moby ha messo in vendita la sua villa di New York, ricavando denaro da destinare in parte agli animali “da allevamento”.
Allo stesso modo, tempo fa ha aperto un ristorante senza scopo di lucroLittle Pine, i cui ricavati vengono devoluti interamente alla causa animalista. Ma non basta, perché il cantante promuove da sempre una visione diversa del mondo anche attraverso la sua musica: “A simple love“, per esempio, è una lettera d’amore agli animali e agli animalisti, ma anche il singolo “Don’t leave me” è dedicato agli animali e alla loro sofferenza.

Lo scorso giugno, poi, ha tenuto il suo primo discorso in assoluto su TEDx – un programma talk che si occupa di diffondere idee innovative a livello internazionale – dal titolo “Perché sono Vegano“, nel quale ha parlato della sua scelta dal punto di vista etico e ambientale.

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Uno studio dell’autorevole “Lancet” dice che per impedire il collasso del pianeta dovremmo cambiare radicalmente dieta e sistemi di produzione alimentari, riducendo drasticamente i consumi di carne.

Salvare il pianeta si può. Cambiando drasticamente le nostre abitudini alimentari e i sistemi di produzione. Il consumo globale di frutta, verdura, noci e legumi dovrà raddoppiare, mentre il consumo di prodotti alimentari come la carne rossa e lo zucchero dovrà essere ridotto di oltre il 50 per cento. Ad affermarlo è uno dei più corposi studi scientifici mai realizzati e pubblicato oggi dalla commissione Eat-Lancet su cibo, pianeta e salute. La commissione, che riunisce 37 esperti provenienti da 16 paesi con competenze in materia di salute, nutrizione e sostenibilità ambientale, ha pubblicato la “Planetary Health Diet”, ovvero una dieta che, se applicata, porterebbe a ridurre le emissioni di gas serra a livelli compatibili con l’accordo di Parigi e a migliorare la salute dei 10 miliardi di persone che popoleranno il pianeta nel 2050.

Il rapporto per la prima volta fornisce i target scientifici da perseguire per giungere ad un sistema di produzione alimentare sostenibile e ad una dieta sana all’interno dei confini del nostro pianeta. In questo senso lo studio fornisce quello che dovrebbe essere il regime alimentare giornaliero: il 35 per cento delle calorie (basato su un’assunzione di 2.500 kcal al giorno), dovrebbe provenire da cereali e tuberi, con 500 grammi di frutta e verdura al giorno; per quanto riguarda le fonti proteiche, queste dovrebbero essere principalmente vegetali, con la riscoperta dei legumi, ma con la possibilità di includere 100 grammi di carne rossa o di maiale la settimana (una porzione) e circa 200 grammi di pollame. Lo stesso dicasi per il pesce (200 grammi la settimana), mentre per i prodotti caseari il limite sarebbe di un bicchiere di latte al giorno.

“Questo rapporto non fa altro che confermare ciò che avevamo già indicato con l’Oms. Questa commissione ha rianalizzato i dati disponibili sul rapporto tra dieta e salute e conferma che una dieta a base di carboidrati, legumi, grassi insaturi è associata ad una minore mortalità, causata da malattie cardiovascolari e tumori”, afferma il dottor Francesco Branca, direttore del dipartimento della nutrizione per la salute e lo sviluppo dell’Oms. “Anzi si conferma che, se questa dieta venisse adottata a livello globale, si potrebbero salvare oltre 10 milioni di vite l’anno”. Una dieta equilibrata, molto simile a quella dei nostri nonni e genitori e praticata oggi in paesi come India, Indonesia o Centro America. “La novità di questo rapporto è indubbiamente il legame tra questo schema alimentare e l’impatto sull’ambiente. Le attuali tendenze di consumo non sono sostenibili. Bisogna cambiarle”, continua Branca. “Solo con un cambiamento dei nostri stili di vita potremmo affrontare il cambiamento climatico e le sfide ad esso legate”.

Le critiche, anche da parte del mondo scientifico, non mancano. Il professore di scienze e tecnologie alimentari Frédéric Leroy e il sociologo Martin Cohen in una lettera pubblicata sull’European food agency news, si chiedono se stia per partire una campagna globale contro la carne a favore di una dieta principalmente vegetariana. Nella lunga lettera si mostra come dietro a questa sorta di “movimento” si nascondano enormi interessi finanziari, che includono multinazionali del settore alimentare, enti di ricerca e famosi miliardari, concludendo che l’effetto della campagna Eat-Lancet “sembra non tanto promuovere il benessere degli animali quanto aprirsi ai nuovi e lucrosi mercati dell’industria agroalimentare” e “alimentare la fame dei governi per nuove tasse”. I due scienziati sono convinti che l’allevamento animale debba sì essere ottimizzato, ma che debba far parte della soluzione “per rendere i nostri ambienti e sistemi alimentari più sostenibili e le nostre popolazioni più sane”.

Dello stesso parere l’European dairy association che, con le parole del segretario generale Alexander Anton, conferma come latte e derivati offrano “una miscela unica di macro e micronutrienti, ricchi di calcio e vitamine essenziali. Le proteine del latte sono state riconosciute scientificamente e nella legislazione dell’Ue come la proteina più preziosa per il consumo umano”.

“La carne fornisce una nutrizione senza pari ed è una parte importante di una dieta equilibrata”, sottoliena Jean-Luc Meriaux segretario generale della Uecbv (l’industria europea della carne). Una dieta equilibrata che includa carne rossa assicura, senza bisogno di integratori, un apporto naturale adeguato di sostanze nutritive essenziali tra cui ferro, zinco e vitamine del gruppo B”.

A guardare bene lo studio non evoca un vegetarianesimo universale. Piuttosto “richiama all’importanza di un riequilibrio dei consumi animali. Lo scopo di questo rapporto è proprio di aprire un dibattito pubblico su questioni fondamentali”, conclude Branca. “E anzi riconosce l’importanza dei prodotti di origine animale, sopratutto in certe fasi della vita, sottolineando come ci siano ancora parti del mondo dove questi consumi siano ancora insufficienti”.

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Si tratta di alimenti che forniscono solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine, ma utilizzano l’83% dei terreni e producono il 60% delle emissioni di gas serra. La soluzione? Una dieta Vegana, sostengono i ricercatori di Oxford.

di MARIA LUISA PRETE


POSSIAMO salvare la Terra anche, e soprattutto, cambiando le nostre abitudini alimentari. Basta ridurre drasticamente o evitare il consumo di carne e latticini. Lo rivela uno degli studi più completi realizzati finora e pubblicato su Science. La nuova ricerca, condotta da Joseph Poore e Thomas Nemecek dell’Università di Oxford, mostra che senza il consumo di manzo e prodotti lattiero-caseari, l’uso di terreni agricoli nel mondo potrebbe essere ridotto di oltre il 75%, ridando respiro alle aree soffocate dalla produzione intensiva e restituendo spazio alle specie selvatiche in via d’estinzione.

Il grafico mostra l’impatto ambientale di 9 prodotti animali e 6 vegetali da un campione di circa 9.000 aziende agricole in tutto il mondo. (Credit: Joseph Poore)

I ricercatori hanno preso in considerazione un database enorme, coinvolgendo 38.700 aziende agricole di 119 paesi impegnate nella produzione di 40 dei principali alimenti che ogni giorno troviamo sulle nostre tavole. Analizzando tutti i dati e considerando l’intera filiera, si è giunti alla conclusione che dal produttore al consumatore l’impatto ambientale di alcuni alimenti è spropositato. Tra dispendio energetico, emissione di gas terra, imballaggi, trasporti e inquinamento, la soluzione non lascia adito a dubbi: bisogna evitare quelli più dannosi. La nuova analisi, in particolare, mostra che carne e latticini forniscono solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine, ma utilizzano ben l’83% dei terreni agricoli e producono circa il 60% delle emissioni di gas serra in agricoltura.

In uno dei grafici che mette a confronto l’impatto ambientale di 9 prodotti animali e 6 vegetali, le differenze saltano subito agli occhi: la produzione di carne e formaggi inquina di più di quella di piselli o tofu. Le variabili in gioco sono tante, ma secondo i dati della ricerca dipende tutto dalla zona e dal produttore: quelli meno attenti, per un etto di proteine possono emettere un equivalente di 105 chilogrammi di anidride carbonica e utilizzare 370 metri quadrati di terreno, rispettivamente 12 e 50 volte di più dei produttori più green. Questi ultimi a loro volta utilizzano 36 volte più terreno e producono 6 volte più emissioni di un’azienda che coltiva piselli.

Gli alimenti “incriminati” sono prodotti e trasformati da milioni di agricoltori e intermediari con costi ambientali sostanziosi. Così, secondo i ricercatori, “possiamo fare qualcosa per l’ambiente più adottando una dieta vegana che riducendo i voli o acquistando auto elettriche“: le emissioni si ridurrebbero del 73%. “La produzione alimentare crea enormi oneri ambientali che non sono conseguenza necessaria dei nostri bisogni, ma possono essere ridotti in modo significativo modificando il modo in cui produciamo e ciò che consumiamo“, ha affermato Joseph Poore.

Già nel 2017 un altro studio, pubblicato su Nature Ecology & Evolution aveva suggerito che poteva bastare una bistecca a settimana, 200 grammi di manzo a testa, per adottare un modello di allevamento sostenibile negli Stati Uniti. La stima è stata raggiunta calcolando come trasformare gli allevamenti di manzo attuali in chiave sostenibile e valutando cosa significherebbe questo in termini di impatto ambientale e nutrizionale, a partire negli Usa. Quello dei ricercatori di Oxford è l’ultimo studio, il più vasto, che conferma analisi e riflessioni provenienti da più parti e che convergono su un unico punto: le sorti del Pianeta si decidono anche a tavola.

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