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Il dott. Gaetano Baiunco è un cardiologo vegano ennese che oltre a spendersi con entusiasmo nella sua professione sviluppa passioni e idee veg. Ha fondato infatti un’azienda che si occupa di trasformazione di mandorle. E non solo: appena arriveranno tutte le autorizzazioni potrà produrre anche formaggi vegetali.

Dott. Baiunco, dove nasce il suo percorso personale vegano?

“Dalla constatazione che esiste un preponderante rapporto fra la tipologia di cibo che assumiamo, la sua quantità, la qualità e la galoppante incidenza di malattie degenerative che affliggono la popolazione. Anche dal fatto che nonostante i prodigiosi progressi della medicina, l’incidenza della mortalità è notevole nel Sud Italia. La gente nonostante sia trattata con decine di pillole al giorno se non cambia abitudini alimentari e soggetta a recidivanti eventi cardiovascolari e tumorali”.

Quindi la sua è una scelta prevalentemente salutistica e di prevenzione sanitaria, che certamente ha un substrato etico.

“Tutto il cibo proveniente dagli animali contiene una miriade di sostanze (ormoni grassi proteine etc..) intrinseche ad esso e spesso legate alla tipologia di allevamento intensivo e crudele. La quotidiana ingestione di questi alimenti comporta uno stimolo continuo verso il nostro organismo non fisiologico. Favorisce uno stato di acidosi metabolica quindi valori più bassi del ph del sangue. L’acidosi è l’anticamera delle malattie degenerative. Ma non basta evitare alimenti del genere; bisogna abolire il più possibile i grassi saturi e gli zuccheri semplici che nel quotidiano vengono proposti in varie preparazioni”.

Lei è un cardiologo e, facendo i dovuti distinguo, quanto beneficio trae il corpo di un vegano da chi consuma grassi anche se non in eccesso?

“Si, mi occupo di cardiologia clinica, tutti i giorni da decenni constato con mano quanto sia deleterio sul nostro corpo l’assunzione di grassi animali, anche in modica quantità, le arterie e gli organi bersaglio della malattia aterosclerotica, in maniera silenziosa o meglio priva di sintomi, degenerano e si posizionano in uno stato di malattia che facilmente viene documentata con la diagnostica strumentale a nostra disposizione. Inoltre i grassi e le proteine animali determinano un surplus di lavoro per il pancreas ed essi hanno portato, insieme alla spropositata ingestione di zuccheri, alla esplosione epidemica del diabete mellito. Il diabete rappresenta una ingravescente piaga dell’umanità”.

Al di là della sua professione lei ha avviato un’attività che riguarda la lavorazione e la trasformazione di mandorle e olio bio. Ci parli dell’idea, com’è nata e che riscontri ha avuto.

“La coscienza maturata nell’ultimo decennio ha fatto crescere la necessità di divulgare tali presupposti e cercare di togliere dagli occhi delle persone il tetro velo di ignoranza che le condanna ad una facile incidenza di malattie. La grande distribuzione del cibo e le mutate condizioni di socializzazione portano verso una erronea credenza di normalità delle pessime abitudini alimentari.Divulgare quanto siano sbagliate tali abitudini e cercare di cambiarle è il primum movens della mia attività di medico. La nostra terra da millenni ci ha offerto un habitat ideale per coltivare e produrre una miriade di alimenti ad alto potere salutistico. LA biodiversità, in Sicilia, è fra le più vaste al mondo. Diffondere un messaggio positivo alla gente e fornire, nel mio piccolo, prodotti che rappresentano una sorgente di salute incontrovertibile, è la motivazione verso la quale ho riposto le mie energie nella costituzione dell’azienda Casamandolio”.

Casa Mandolio, passione dal cuore della Sicilia

Altra idea quella di dare vita a un’azienda che possa produrre formaggi vegetali. Dove e quale sarà il suo progetto a proposito.

“Non nascondo il fatto che in passato uno degli alimenti da me preferiti è stato il formaggio, quasi onnipresente nelle tavole. Viene usato per legare insaporire ed esagerare il quantitativo di calorie ed i grassi introdotti con l’alimentazione. Le mutate attitudini mi hanno spinto a sviluppare la tecnologia produttiva per realizzare un prodotto che sia salutare e gustoso e che facilmente possa sostituire i prodotti industriali che anche se blasonati sono un attentato metabolico. Il laboratorio aziendale nasce con questa mission. Nel centro della Sicilia ormai diventata la zona di massima produzione di mandorle, risulta indispensabile chiudere la filiera, ossia trasformare il prodotto grezzo. La mandorla è un alimento ricco di calcio oligoelementi ed antiossidanti”.

Lei lavora a questi progetti alimentari da anni e anni

“Nel 2014 ho depositato la procedura per realizzare un prodotto che contiene solo la mandorla e poco altro. Le mie recenti conoscenze e sperimentazioni sono rivolte anche ai prodotti fermentati ma che avranno sempre la mandorla come protagonista. Ritengo che i prodotti vegetali al momento proposti sono un mix di grassi saturi di bassa qualità. Secondo la mia opinione sono tutt’altro che salutari”.

Lei vive a Enna, quale è stata la risposta del territorio di fronte all’alimentazione e allo stilo di vita vegano?

“Basta una parola per rispondere a questa domanda: alieno: oppure: “Ma che dice… senza carne senza proteine animali”. Insomma, mi sembra di predicare e combattere contro i mulini a vento. Ma i risultati sulle analisi di laboratorio e sui miglioramenti delle condizioni di salute sono dalla mia parte.
Faccio parte di un team di aziende Biologiche di Barrafranca che gestisce tre laboratori di trasformazione alimentare di assoluta qualità, ciò in relazione: all’assenza di ogni contaminazione chimica; all’attenzione di preservare le qualità salutistiche dei prodotti. Inoltre nel nostro team abbiamo depositato oltre 10 ricette e metodologie di preparazione proprietarie”.

Quali sono le aziende?

“L’ Azienda Agricola Elonora Cigna, l’Azienda Tartufo Siciliano, l’Azienda Balsi, l’Azienda Seminiamo ed un frantoio Ferreri di nuova generazione che permette il trattamento delle olive lo stesso giorno della raccolta, a freddo e cosa più importante solo due fasi di lavorazione ossia senza il separatore finale ad alta velocità che rompe le micelle di olio. Quindi la qualità del prodotto sia oleario che relativo agli altri trasformati e assoluta”.

La Sicilia che potenzialità potrà sviluppare da qui a qualche anno a proposito di veganismo? Parliamo di cibo ma anche di eccellenze intellettuali.

“La nostra isola ha infinite possibilità di diventare leader nella produzione di cibo di origine vegetale di alta qualità. Il nostro clima è unico per tale missione, la nostra biodiversità primeggia nel mondo. Faccio un esempio: in California (leader del mercato mondiale della mandorla) si producono solo due tipologie di mandorla nate da modificazioni genetiche. Esse sono prive del guscio duro quindi facilmente attaccabili dai parassiti. Pertanto le colture sono trattate continuamente con insetticidi che penetrano il frutto. Le coltivazioni sono irrigue pertanto il contenuto di oli vegetali è inferiore al 30% (la nostra mandorla supera il 55%). Il frutto è carico di aflatossine che rappresentano uno dei veleni di contaminazione alimentare più pericoloso. Diffondere queste notizie a chi si alimenta giornalmente con prodotti che trova presso la GDO è il primo passo verso una coscienza alimentare preventiva”.

Anche chi si occupa di sanità deve aggiornarsi con i tempi.

“Quasi la totalità degli operatori sanitari non ha ricevuto nozioni relative alla preparazione del cibo, conosce la sua composizione ma ignora la tecnologia preparativa e la mole di additivi chimici e quant’altro viene impiegato per un prodotto di massa. Non conosce la cultura vegana e spesso la considera come una privazione. La politica e chi gestisce i flussi di finanziamenti verso l’agricoltura è innanzitutto vittima delle multinazionali. E non ha le competenze per orientare verso una corretta alimentazione madre di tutte le malattie metaboliche degenerative e che favorisce il diffondersi delle malattie tumorali”.

Per provare a mutare questo stato di cose bisognerà faticare.

“La strada è fortemente in salita, ma passo dopo passo si otterrà sicuramente un lento ma inesorabile risultato. Il tritatutto del malcostume alimentare, delle comode abitudini di approvvigionamento del cibo è difficile da contrastare.
Il concetto Vegano = Diverso è difficile da demolire. Fornire dati epidemiologici e valide alternative alimentari è la strada giusta”.

Giovanni Finocchiaro

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Uno studio dell’autorevole “Lancet” dice che per impedire il collasso del pianeta dovremmo cambiare radicalmente dieta e sistemi di produzione alimentari, riducendo drasticamente i consumi di carne.

Salvare il pianeta si può. Cambiando drasticamente le nostre abitudini alimentari e i sistemi di produzione. Il consumo globale di frutta, verdura, noci e legumi dovrà raddoppiare, mentre il consumo di prodotti alimentari come la carne rossa e lo zucchero dovrà essere ridotto di oltre il 50 per cento. Ad affermarlo è uno dei più corposi studi scientifici mai realizzati e pubblicato oggi dalla commissione Eat-Lancet su cibo, pianeta e salute. La commissione, che riunisce 37 esperti provenienti da 16 paesi con competenze in materia di salute, nutrizione e sostenibilità ambientale, ha pubblicato la “Planetary Health Diet”, ovvero una dieta che, se applicata, porterebbe a ridurre le emissioni di gas serra a livelli compatibili con l’accordo di Parigi e a migliorare la salute dei 10 miliardi di persone che popoleranno il pianeta nel 2050.

Il rapporto per la prima volta fornisce i target scientifici da perseguire per giungere ad un sistema di produzione alimentare sostenibile e ad una dieta sana all’interno dei confini del nostro pianeta. In questo senso lo studio fornisce quello che dovrebbe essere il regime alimentare giornaliero: il 35 per cento delle calorie (basato su un’assunzione di 2.500 kcal al giorno), dovrebbe provenire da cereali e tuberi, con 500 grammi di frutta e verdura al giorno; per quanto riguarda le fonti proteiche, queste dovrebbero essere principalmente vegetali, con la riscoperta dei legumi, ma con la possibilità di includere 100 grammi di carne rossa o di maiale la settimana (una porzione) e circa 200 grammi di pollame. Lo stesso dicasi per il pesce (200 grammi la settimana), mentre per i prodotti caseari il limite sarebbe di un bicchiere di latte al giorno.

“Questo rapporto non fa altro che confermare ciò che avevamo già indicato con l’Oms. Questa commissione ha rianalizzato i dati disponibili sul rapporto tra dieta e salute e conferma che una dieta a base di carboidrati, legumi, grassi insaturi è associata ad una minore mortalità, causata da malattie cardiovascolari e tumori”, afferma il dottor Francesco Branca, direttore del dipartimento della nutrizione per la salute e lo sviluppo dell’Oms. “Anzi si conferma che, se questa dieta venisse adottata a livello globale, si potrebbero salvare oltre 10 milioni di vite l’anno”. Una dieta equilibrata, molto simile a quella dei nostri nonni e genitori e praticata oggi in paesi come India, Indonesia o Centro America. “La novità di questo rapporto è indubbiamente il legame tra questo schema alimentare e l’impatto sull’ambiente. Le attuali tendenze di consumo non sono sostenibili. Bisogna cambiarle”, continua Branca. “Solo con un cambiamento dei nostri stili di vita potremmo affrontare il cambiamento climatico e le sfide ad esso legate”.

Le critiche, anche da parte del mondo scientifico, non mancano. Il professore di scienze e tecnologie alimentari Frédéric Leroy e il sociologo Martin Cohen in una lettera pubblicata sull’European food agency news, si chiedono se stia per partire una campagna globale contro la carne a favore di una dieta principalmente vegetariana. Nella lunga lettera si mostra come dietro a questa sorta di “movimento” si nascondano enormi interessi finanziari, che includono multinazionali del settore alimentare, enti di ricerca e famosi miliardari, concludendo che l’effetto della campagna Eat-Lancet “sembra non tanto promuovere il benessere degli animali quanto aprirsi ai nuovi e lucrosi mercati dell’industria agroalimentare” e “alimentare la fame dei governi per nuove tasse”. I due scienziati sono convinti che l’allevamento animale debba sì essere ottimizzato, ma che debba far parte della soluzione “per rendere i nostri ambienti e sistemi alimentari più sostenibili e le nostre popolazioni più sane”.

Dello stesso parere l’European dairy association che, con le parole del segretario generale Alexander Anton, conferma come latte e derivati offrano “una miscela unica di macro e micronutrienti, ricchi di calcio e vitamine essenziali. Le proteine del latte sono state riconosciute scientificamente e nella legislazione dell’Ue come la proteina più preziosa per il consumo umano”.

“La carne fornisce una nutrizione senza pari ed è una parte importante di una dieta equilibrata”, sottoliena Jean-Luc Meriaux segretario generale della Uecbv (l’industria europea della carne). Una dieta equilibrata che includa carne rossa assicura, senza bisogno di integratori, un apporto naturale adeguato di sostanze nutritive essenziali tra cui ferro, zinco e vitamine del gruppo B”.

A guardare bene lo studio non evoca un vegetarianesimo universale. Piuttosto “richiama all’importanza di un riequilibrio dei consumi animali. Lo scopo di questo rapporto è proprio di aprire un dibattito pubblico su questioni fondamentali”, conclude Branca. “E anzi riconosce l’importanza dei prodotti di origine animale, sopratutto in certe fasi della vita, sottolineando come ci siano ancora parti del mondo dove questi consumi siano ancora insufficienti”.

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Inaugurato al quartiere Isola il prima hub anti-spreco, che permetterà di recuperare circa 60 tonnellate di cibo all’anno.

Come ridurre lo spreco di cibo e recuperare gli alimenti da destinare a chi ne ha più bisogno? Un modo può essere quello di affidarsi a reti locali di quartiere, che facciano in modo che il cibo in eccedenza venga redistribuito in maniera adeguata.

Con questo scopo, vede finalmente la luce il primo hub di quartiere di Milano. Siamo al Municipio 9, quartiere Isola, e qui, in uno spazio pubblico non utilizzato di 72 metri quadri, verranno stoccati e poi distribuiti gli alimenti recuperati da enti del terzo settore, organizzazioni beneficiarie e organizzazioni no profit.

L’hub sarà il centro di raccolta delle eccedenze alimentari provenienti dalle aziende che hanno aderito al progetto: 4 mense aziendali e 15 supermercati (2 Coop Lombardia, 1 Il Gigante, 4 Carrefour, 5 Lidl e 3 Simply). In questo modo il cibo in eccedenza sarà intercettato prima che diventi rifiuto e sarà destinato a persone e famiglie in difficoltà: gli incaricati di 14 Onlus, infatti, potranno ritirarle e distribuirle a chi ne ha bisogno.

Il progetto è figlio del protocollo di intesa definito “ZeroSprechi” che nel 2016 il Comune di Milano, Assolombarda e Politecnico di Milano hanno siglato proprio con l’obiettivo di ridurre lo spreco di cibo e innovare le modalità di recupero degli alimenti da destinare agli indigenti, progettando e sperimentando un modello di recupero e ridistribuzione delle eccedenze alimentari basato su reti locali di quartiere.

Secondo le stime, grazie al nuovo hub si potranno recuperare circa 60 tonnellate all’anno di cibo, l’equivalente di 220mila pasti all’anno. Il valore commerciale delle donazioni si aggirerebbe sui 380mila euro, con un risparmio sullo smaltimento dell’umido di 5.400 euro, mentre ben 237 saranno le tonnellate di Co2 in meno per produzione e smaltimento e 96 milioni i litri di acqua risparmiata.

Quanto alle aziende che aderiscono all’iniziativa, per loro è prevista una riduzione del 20% della parte variabile della Tari e la detrazione dell’Iva. Infine, riceveranno il bollino ZeroSprechi, a testimoniare che si tratta di aziende virtuose nella lotta allo spreco alimentare.

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Beyoncé e Jay-Z scelgono la strada della dieta vegana e incoraggiano i loro fan a fare altrettanto. Non si tratta, però, di un capriccio da star mondiali, ma di un appello motivato da ragioni molto valide, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente.



Come riporta l’Independent, la coppia più amata dello ‘showbiz’ ha deciso di scrivere la prefazione al nuovo libro di Marco Borges, il personal trainer di Beyoncé, nonché esperto di nutrizionismo. La popstar e il cantante e produttore hanno deciso anche di lanciare un appello ai fan: quello di seguire il loro esempio e di aderire al cosiddetto Veganuary, ovvero l’approccio ad una dieta vegana da effettuare in questo mese di gennaio. Da tempo, d’altronde, gli scienziati di tutto il mondo sono concordi nel ritenere il consumo di carne una vera e propria piaga per l’ambiente, senza contare il lato economico e le impressionanti risorse (acqua in primis) necessarie per l’allevamento e la macellazione.

«Abbiamo sempre pensato ad una dieta per la nostra salute: alcune funzionano, altre no. Non avevamo mai, però, pensato alla verità per la nostra salute, e da quel momento per noi è diventata una missione condividere la verità e un giusto stile di vita con più persone possibili»

– hanno scritto Beyoncé e Jay-Z, ormai vegani da tempo –

«Non potete neanche immaginare il grande impatto positivo che potrete dare al mondo diventando vegani: dobbiamo farlo tutti, per la salute nostra e del nostro pianeta. Se tutti diventassero vegani, sarebbe possibile risolvere immediatamente e per sempre il problema dell’effetto serra. Possiamo affrontare questa sfida insieme, diffondendo la verità e fare di questa missione un movimento».

 

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La Monsanto ha brevettato la sterilità. Ci vendono un seme che cresce fa il frutto e poi muore.
E noi dobbiamo ricomprarlo. In natura invece quel seme avremmo potuto ripiantarlo infinite volte e avremmo sempre avuto il frutto.

Questo porterà alla più grave perdita per l’umanità: la perdita della sovranità alimentare.

Ascoltate le parole di Erri De Luca intervistato a Indovina Chi Viene A Cena, Rai3

La Monsanto ha brevettato la sterilità. Ci vendono un seme che cresce fa il frutto e poi muore. E noi dobbiamo ricomprarlo. In natura invece quel seme avremmo potuto ripiantarlo infinite volte e avremmo sempre avuto il frutto. Questo porterà alla più grave perdita per l'umanità: la perdita della sovranità alimentare.Ascoltate le parole di Erri De Luca intervistato a Indovina Chi Viene A Cena, Rai3

Опубліковано Mirko Busto Четвер, 20 жовтня 2016 р.

 

Può l’agricoltura entrare a scuola? Certo che sì, e lo dimostrano alcuni studiosi italiani che recentemente hanno vinto il concorso di idee AWR International Ideas Competition con “Nursery Fields Forever”, una proposta che fonde l’agricoltura urbana con l’istruzione materna.
Loro sono Edoardo Capuzzo Dolcetta, Gabriele Capobianco, Davide Troiani e Jonathan Lazar e hanno in testa un’unica idea: se solo si vuole, i bambini si possono avvicinare alla natura eccome, mettendo al bando quel costante contatto digitale con cui li bombardiamo.

E non solo: scopo del team che opera a Roma è quello di far intendere che la “agricoltura prescolare” serve a far capire ai bambini da dove proviene il loro cibo e come coltivarlo. Secondo il progetto, infatti, si potrà insegnare ai bambini come coltivare e raccogliere il proprio cibo, come interagire con gli animali, conoscere le energie rinnovabili dalle turbine eoliche e dai pannelli solari che saranno installati in loco.

In parte fattoria e in parte scuola, la “Nursery Fields Forever” segue per l’apprendimento tre tipi di approccio: imparare dalla natura, imparare dalla tecnica e imparare dalla pratica. “Pensiamo che i bambini dovrebbero stare a contatto con la natura – spiega Edoardo Capuzzo Dolcetta – così abbiamo progettato questa strana scuola: niente aule, ma spazi aperti dove le verdure crescono e gli animali possono stare liberi. Si tratta di una miscelazione delle due cose, la scuola e la natura”.

La scuola è stata progettata come un gruppo di edifici a due spioventi che si affacciano su una grande varietà di orti e recinti per il bestiame. Alla base di questa struttura, dunque, c’è l’obiettivo di avvicinare i bambini all’ambiente rurale facendoli interagire quotidianamente con l’elemento natura. Un’idea che in un certo senso in Italia ha alcuni proseliti e che potrebbe aiutare i bambini a migliorare le loro abilità sociali attraverso il lavoro di squadra, incoraggiare la loro autostima e promuovere stili di vita sani.

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