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Se l’Olanda si posiziona costantemente tra i Paesi più felici del mondo potrebbe essere anche merito dei ritmi di lavoro. Ammazzarsi di fatica non premia: molto meglio, per stare bene, l’opzione del contratto part-time.

A rivelarlo, il settimanale britannico The Economist. Statistiche condotte nei diversi Stati europei suggeriscono, come riferito anche da un articolo dell’Independent, che la scelta di non superare le 36 ore di lavoro, comune al 26.8 per cento degli uomini olandesi e al 76.6 per cento delle donne, è un vero toccasana.

Peccato che l’Olanda sia un caso isolato: in Europa, in media, le cose vanno in modo ben diverso, con una media di lavoratori part-time pari al 8.7% degli uomini e al 32.2 % delle donne.

Ma quali i motivi di questa diversità, in particolare femminile? Il fatto che l’Olanda non si sia trovata direttamente alle prese con i due conflitti mondiali del ventesimo secolo. Le donne, insomma, non hanno avuto bisogno di entrare nel mondo del lavoro se non tardi e a un ritmo moderato. Ma a determinare l’assetto del Paese sono stati anche altri due fattori: da un lato, il ruolo dei valori cristiani, che ha spinto le mamme ad accudire i figli e a rimanere a lungo a casa; dall’altro, la tradizionale ricchezza, che ha reso non strettamente necessario il doppio stipendio in famiglia.

Anche quando il lavoro femminile è decollato, non è mai stato troppo pesante. La legge, del resto, ha esplicitato il diritto di mamme e papà olandesi di preferire il part-time nel 2000. La pratica è, quindi, diffusa e per nulla malvista. Anche se, va detto, secondo la CBS (principale agenzia statistica d’Olanda) costituisce un ostacolo agli avanzamenti di carriera. Pochissime donne, ad esempio, rientrano tra i top manager aziendali, e la ragione potrebbe essere proprio la minor quantità di tempo trascorsa al lavoro.

Ma se l’orario ridotto ha, nel complesso, portato più felicità in Olanda, a incidere nello stesso senso sarebbe anche lo sport. Nel Paese, infatti, il 53% degli adulti si allena almeno 4 volte a settimana. Un’abitudine che per la British Heart Foundationcitata dall’Independent, aiuta la salute e induce al sorriso. E che non è altrettanto diffusa tra gli italiani: nella stessa classifica, gli adulti del nostro Paese si assestano sulla terzultima posizione. Decisamente più lavoratori e più sedentari. E, stando alle statistiche, anche meno felici.

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I ricercatori di Yale e Oxford potrebbero aver dimostrato che l’esercizio fisico è più importante per la tua salute mentale di quanto non lo sia il tuo stato economico. Shutterstock


  • I ricercatori di Yale e Oxford potrebbero aver dimostrato che l’esercizio fisico è più importante per la tua salute mentale di quanto non lo sia il tuo stato economico.
  • Gli scienziati hanno scoperto che, mentre quelli che praticavano sport regolarmente tendevano a stare male per circa 35 giorni all’anno, i partecipanti non attivi si sentivano male in media per 18 giorni in più.
  • Il team ha anche notato che alcuni sport che comportano la socializzazione possono avere un effetto positivo sulla salute mentale più di altri.

È chiaro che l’esercizio fisico abbia benefici per la salute sia fisica che mentale – ma se potessimo effettivamente dimostrare che è più determinante per la tua salute mentale di quanto non lo sia la tua situazione economica? Secondo uno studio condotto da ricercatori di Yale e Oxford, potremmo averlo già fatto.

Nello studio, pubblicato su The Lancet, gli scienziati hanno raccolto dati sul comportamento fisico e sull’umore mentale di oltre 1,2 milioni di americani.

I partecipanti potevano scegliere tra 75 tipi di attività fisica: falciatura dell’erba, cura dei bambini e lavori domestici fino a sollevare pesi, andare in bicicletta e correre.

I partecipanti alla ricerca sono stati invitati a rispondere alla seguente domanda: “Quante volte ti sei sentito male psicologicamente negli ultimi 30 giorni, ad esempio, a causa di stress, depressione o problemi emotivi?

Ai partecipanti è stato anche chiesto del loro reddito e dell’attività fisica. Sono stati in grado di scegliere tra 75 tipi di attività fisica – dalla falciatura del prato, la cura dei bambini e i lavori di casa al sollevamento pesi, ciclismo e corsa.

Coloro che si mantengono più attivi tendono ad essere più felici in generale

Gli scienziati hanno scoperto che, mentre quelli che praticavano sport regolarmente tendevano a stare male per circa 35 giorni all’anno, i partecipanti non attivi si sentivano male in media per 18 giorni in più. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che le persone fisicamente attive si sentono bene tanto quanto quelle che non praticano sport, ma che guadagnano circa $ 25.000 in più di loro all’anno.

In sostanza, dovresti guadagnare molto di più affinché i soldi ti diano lo stesso effetto di potenziamento della felicità che ha lo sport. Ciò non significa, tuttavia, che più fai sport, più sei felice.

Troppo esercizio fisico può essere dannoso per la tua salute mentale

L’allenamento è chiaramente un bene per te, ma quand’è che diventa troppo?

“La relazione tra durata dell’esercizio fisico e carico mentale è a forma di U“, ha detto l’autore dello studio Adam Chekroud della Yale University in un’intervista a Die Welt. Lo studio ha rilevato che l’attività fisica contribuisce a migliorare il benessere mentale solo quando è limitata ad un determinato periodo di tempo.

Secondo lo studio, sono ideali da tre a cinque sessioni di allenamento della durata di 30-60 minuti a settimana. Ma andare oltre questa quantità può avere l’effetto opposto: infatti, la salute mentale di quei partecipanti che si sono allenati per più di tre ore al giorno ne ha risentito di più rispetto a quelli che non erano particolarmente attivi fisicamente.

Gli sport che comportano la socializzazione possono avere un effetto più positivo sulla salute mentale di altri. 

Gli scienziati hanno anche notato che alcuni sport che comportano la socializzazione – vale a dire gli sport di squadra – possono avere un effetto più positivo sulla salute mentale di altri. Nonostante il fatto che né il ciclismo, né l’aerobica e il fitness siano considerati tecnicamente come sport di squadra, anche queste attività possono avere un considerevole effetto positivo sulla salute mentale.

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Le coppie felici pubblicano raramente sui social notizie della loro relazione. Perché? Non hanno bisogno di dimostrare nulla.


Oggi dipendiamo tutti dai social: pubblichiamo informazioni private, traguardi, obiettivi, lutti.Sul lungo termine, potrebbe essere un problema.Facebook.

Era nato come un modo per ritrovare i vecchi amici di scuola. Oggi, invece, è diventato un diario, in cui ci sono tutte le informazioni su di noi.

Nome, cognome, numero di telefono, amici, frasi, pensieri, accaduti.

Ma chi è in coppia ed è felice, tende ad evitare di postare foto, video e accadimenti importanti nella coppia.

Quali sono i motivi dietro a questa decisione?

Analizziamoli insieme.

Non devono dimostrare nulla

Questo è uno dei punti essenziali, fondamentali. Perché non vale solo per le coppie, ma anche per ogni soggetto. Se abbiamo una dipendenza da social, pubblichiamo fin troppo su di noi.

Vogliamo in qualche modo dimostrare qualcosa agli altri. Ad esempio, vogliamo che gli altri si accorgano della nostra felicità. E non è sempre un bene. A volte dimentichiamo che sono cose nostre, private. E tali dovrebbero rimanere.

Preferiscono la privacy

La privacy è uno dei punti fermi della coppia. In generale, le coppie più felici puntano sulla privacy maggiormente.

Conservano i propri ricordi – foto e video – sul loro album fotografico. Non ne tengono uno sui social e sono abbastanza contrari.

Si fidano l’uno dell’altra

Anche la fiducia è un fattore che rientra nell’equazione. Quando uno dei due vuole dimostrare qualcosa – magari all’ex – tende a caricare molte foto sui social.

La fiducia fa andare avanti una coppia. Il riserbo è importante, perché tante persone potrebbero avere da ridire sulle singole scelte.

Viaggi, avvenimenti importanti, anniversari. Sono fatti privati, che sarebbe meglio non festeggiare con sconosciuti sui social, ma in coppia.

Sono gelosi dei propri ricordi

Condividere un ricordo con gli altri non è per tutti. Fateci caso: quando siamo felici, durante un dato momento, non ci viene in mente di scattare una foto o fare un video.

No, l’unica cosa che ci viene in mente è di vivere il momento. La vita è una e va vissuta intensamente. Mettiamo giù i cellulari.

Ricordiamoci che è importante trascorrere dei momenti con il nostro partner, perché ogni attimo è speciale e non torna più.

C’è chi è geloso di ogni singolo ricordo, dunque perché dobbiamo sentirci in dovere di condividerlo con gli altri? Sono nostri, personali.

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“Siamo vicini al più veloce, profondo e dirompente cambiamento della storia”, dicono da RethinkX in un nuovo approfondito report di 80 pagine in cui il team di esperti analizza il presente e il futuro dell’industria della carne e dell’allevamento.

Secondo gli analisti, esperti nell’analisi di impatto di nuove tecnologie, “la società dovrà prepararsi a cambiamenti drammatici in un’industria che non ne ha visti su questa scala in migliaia di anni”. Entro il 2030 l’allevamento bovino potrebbe infatti completamente collassare e andare verso la sparizione nel decennio successivo, seguito a ruota dalle altre forme di allevamento. Quella in atto è la più profonda evoluzione dell’industria agricola e del cibo di sempre, guidata dalla tecnologia e da nuovi modelli di business: dopo la domesticazione di piante e animali, avvenuta 10mila anni fa, adesso stiamo iniziando a domesticare per la produzione di cibo direttamente i microorganismi, rendendo così obsoleta la presenza degli animali da allevare e uccidere.

A molti potrà sembrare una profezia esagerata, ma i dati e le previsioni del report hanno basi solide, fondate su quanto sta accadendo a livello mondiale nel settore e su simili evoluzioni che in passato hanno reso obsoleti prodotti e tecnologie con grande rapidità. A far collassare un sistema che oggi nel mondo alleva un miliardo di animali (quello bovino, il totale di animali allevati nel mondo è invece di circa 80 miliardi) sarà una sempre più rapida sostituzione degli ingredienti animali con equivalenti moderni, dal minore impatto ambientale e che presto costeranno anche meno.

Come accadrà davvero tutto questo secondo gli analisti di RethinkX? Non è che da un giorno all’altro mangeremo bistecche vegetali o di origine cellulare, ma prodotto dopo prodotto, sottoprodotto dopo sottoprodotto, ciò che ora viene dalla mucca sarà rimpiazzato con cibi provenienti da quella che viene chiamata “fermentazione di precisione”. Questo non dipenderà da accettazione o scelta da parte del consumatore in molti casi, perché avrà prevalentemente un modello business-to-business. Nel report si citano esempi simili già accaduti: l’insulina o la riboflavina di origine sintetica, che in pochissimi anni hanno sostituito completamente gli equivalenti di origine animale, così come del caglio sintetico, che ha quasi completamente soppiantato l’uso di caglio animale nella produzione di formaggi.

Allo stesso modo si prevede accadrà con il collagene, sia nella produzione di pelle che in cosmetica o alimentazione. Ma anche direttamente con le proteine. Per esempio quelle del latte, che in un litro sono solo il 3% circa del prodotto. Quando tra pochi anni il processo per produrle con fermentazione avrà un costo più accessibile, inizieranno a essere sostituite prima nei prodotti sportivi, poi nei latti per l’infanzia (dove potranno ottenere anche migliore tolleranza da parte dei neonati) e in seguito in tutti i preparati da forno. Questi comparti, in cui il latte non è direttamente bevuto o mangiato sotto forma di formaggio, rappresentano un terzo del mercato. Sparito quello, è facile immaginare il collasso di un settore che già oggi è in grave crisi e lavora con margini di profitto molto sottili, sostenuto in gran parte da varie forme di sussidi.

“Non si tratta di una singola rottura, ma di tante rotture in parallelo, ognuna che si sovrappone e rafforza e accelera le altre”, fa notare Tony Seba, tra gli autori del report. Come il trattore ha sostituito l’aratro e i buoi necessari per trainarlo, oggi la tecnologia si sta preparando a sostituire direttamente la presenza delle mucche per la produzione di latte, carne e pelle.

Alcune delle previsioni di RethinkX sono davvero significative. Per esempio si stima che nel 2030 sarà già dimezzato il numero di bovini negli Stati Uniti (ma i dati sono esportabili similarmente anche per Europa e altre zone del mondo), ridotto del 90% nel 2035. Sempre nel 2030 il collasso dei mercati sarà del 90% per i latticini, del 70% per la carne macinata/burger e del 30% per bistecche e tagli di manzo. Quello di altri prodotti come pelle e collagene si ridurrà invece del 90%.

Tutto questo avrà due profondi impatti. Il primo, quello positivo, sull’ambiente: i nuovi cibi saranno fino a 100 volte più efficienti in termini di uso dei terreni, riducendo tra le 10 e le 25 volte la necessità di coltivazioni e di 10 volte l’uso di acqua. Questo porterà anche a un calo stimato del 45% nelle emissioni di gas serra da parte dell’industria alimentare.

L’altro impatto, quello a cui invece è bene prepararsi, è ovviamente sull’economia. Si parla negli Stati Uniti di 600 milioni di posti di lavoro che potrebbero sparire, con una cifra simile che si aprirà però nelle nuove industrie che andranno a sostituire allevamenti e macelli. E qui lo scoglio è quello del saper rinnovare le risorse lavorative, preparandosi per tempo a una rivoluzione agricola che forse non sarà così vicina, ma appare proprio inevitabile.

Non sappiamo infatti se tutte queste previsioni si avvereranno con la rapidità annunciata, ma di fatto le nuove proteine e tecnologie di fermentazione cellulare potrebbero creare un futuro in cui non ci saranno più miliardi di animali chiusi negli allevamenti. Un mondo con meno inquinamento e più spazio da ridare alle foreste. Quello che sognano animalisti e ambientalisti. Ma il passaggio, soprattutto se la società non sarà pronta, potrebbe essere traumatico per molti e fonte di accesi scontri, come lo è stato per tutte le grandi innovazioni tecnologiche che hanno modificato sostanzialmente interi settori.

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Ogni anno nel mondo 11 milioni di persone muoiono per cause più o meno direttamente associate alla dieta. Società scientifiche e autorità sanitarie da anni ripetono che anche i medici devono fare la loro parte, ovvero spiegare ai pazienti l’importanza di una sana e corretta alimentazione. Eppure, se questi ultimi non lo fanno, o non sono sufficientemente efficaci, la colpa non è solo della loro mancanza di tempo o di volontà: è anche perché non sono formati a farlo e non dispongono  degli strumenti culturali adeguati per trasmettere le informazioni ai pazienti in modo utile e comprensibile. Per questo, se si vuole davvero che le persone si ammalino di meno a causa di ciò che mangiano, bisogna cambiare tutto.

Questa è la drastica conclusione a cui giunge una metanalisi molto interessante pubblicata su Lancet Planetary Health, nella quale i ricercatori della Griffith University australiana hanno preso in esame 24 studi condotti tra il 2012 e il 2018 e provenienti da tutto il mondo, cercando di capire che cosa si faccia nell’ambito della formazione dei medici in alimentazione. A tale scopo hanno valutato ricerche che avevano verificato le conoscenze di studenti e specializzandi, i curricula dei diversi corsi, la qualità di alcuni programmi integrativi specifici e in generale la percezione e le convinzioni dei medici di domani in materia di cibo.

Pur essendo spesso studi di scarsa qualità, e da considerare quindi con una certa cautela, il quadro che ne è emerso è omogeneo e abbastanza desolante. Praticamente nessuna università prevede come obbligatoria una formazione specifica strutturata e approfondita. Al massimo propone qualche corso complementare o qualche iniziativa sporadica, non di rado affidata a docenti di materie mediche e non a specialisti di nutrizione. Però tutti i giovani o quasi pensano che sarebbe necessaria, e che quanto viene loro offerto (quando ciò accade) sia di qualità e quantità del tutto insufficienti e insoddisfacenti.

Per questo gli autori chiedono con forza che l’insegnamento degli aspetti fondamentali della nutrizione diventi obbligatorio, e che venga proposto anche con sistemi innovativi sia dal punto di vista tecnico (per esempio con corsi online e con aggiornamenti continui anch’essi obbligatori) sia dal punto di vista culturale. Sarebbe necessario stabilire collaborazioni con dietologi e nutrizionisti affidando loro la gestione di queste materie, proponendo laboratori di cucina salutare e utilizzando  strumenti didattici non necessariamente convenzionali.

Per fare tutto questo ci vogliono molti fondi, ma i ricercatori pensano che la questione non sia prorogabile, e che ogni paese debba comunque trovare risorse, attribuendo uno status di priorità rispetto ad altre spese, viste le dimensioni delle patologie associate alla dieta.

Agnese Codignola  – giornalista scientifica

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Con il termine ‘vampiri energetici’ ci si riferisce a tutti quegli individui che, per sentirsi potenti e riempire i loro vuoti interiori, si nutrono della forza vitale altrui. Si tratta di persone comuni (amici, conoscenti, colleghi di lavoro, partner) con gravi patologie della personalità che si muovono nel mondo sottraendo alle loro prede energie e dignità.
Le vittime prescelte sono persone semplici, con animo buono, predisposte all’accoglienza e all’accudimento, dunque quelle che hanno maggiori energie cui poter attingere. Ma le vittime non sono necessariamente persone fragili o remissive. Molto spesso il vampiro attacca personalità forti, ottimiste, positive, con un bagaglio di virtù ed energie da intaccare.
Il vampirismo energetico è strettamente correlato al meccanismo della manipolazione mentale: il vampiro utilizza spesso la strategia della manipolazione per sottomettere a livello psicologico la sua vittima.

Ma un vampiro, per esercitare la sua azione, non fa tutto da solo ma ha bisogno della partecipazione della sua vittima in una sorta di gioco a due. La Dott.ssa Robin Stern utilizza al riguardo l’espressione ‘il tango della manipolazione’ in quanto nella manipolazione come nel tango, si è in due a ballare.
Molti si chiederanno: ma come è possibile accondiscendere alle dinamiche di un vampiro e accettare il suo gioco? Accade e molto spesso. Nonostante le percezioni e le sensazioni negative che si hanno frequentandoli, spesso le vittime si accaniscono in una bramosia di approvazione o partecipazione emotiva che non potrà mai avere luogo. A volte bastano pochi gesti di finta empatia (sorrisi, frasi dolci, piccole attenzioni) per nutrire le vittime della falsa speranza di non avere a che fare con un vero e proprio ‘mostro’.

Ricordiamo che la mente umana fatica a riconoscere quel che non le appare familiare. Poiché i vampiri si muovono secondo schemi relazionali ambigui e ignoti generano confusione e incomprensione da parte delle loro vittime che spesso ricorrono all’accondiscendenza come unica possibilità di relazione con questi individui.
Ci si sottomette molto spesso ai vampiri per essere accettati, amati, per paura della solitudine. La mancanza di autostima e di amore sano di se generano in chi subisce un pericoloso meccanismo di accettazione passiva delle dinamiche imposte dal vampiro relazionale, esercitato in funzione del bisogno di accettazione dell’altro. La vittima preferisce subire piuttosto che sopportare l’idea di essere lasciata in balia di uno tsunami emotivo (paura del rifiuto, della solitudine, di non essere amati) che pensa di essere incapace di sopportare.
Molto spesso il desiderio di totale ‘fusione’ con l’altro spinge le vittime a fare e accettare qualsiasi cosa per proteggere quella ‘sensazione’ di vicinanza con un’altra persona, anche se significa annullarsi come persone.

Il vampiro pertanto può esercitare liberamente il suo gioco in quanto ha campo libero. La vittima ignora i segnali d’allarme e si alimenta della falsa speranza che il mostro non sia un mostro ma solo una persona che va aiutata e accettata così com’è. I vampiri spesso vengono idealizzati dalle loro vittime ed è proprio quest’idea che allontana dalla realtà e fa ignorare prove schiaccianti di un evidente meccanismo vittima-carnefice. Sono molte le vittime di vampiri energetici che, a proposito del loro legame con tali personaggi, ne parlano come una sorta di ‘incantesimo’ da cui non riescono a liberarsi. In realtà non esiste nessun incantesimo in quanto nessuna persona può esercitare un potere di annientamento così forte su di noi se non glielo permettiamo e sappiamo difenderci. Diciamo piuttosto che spesso le vittime scelgono di accettare determinate condizioni alla luce delle dinamiche e delle paure sopra elencate.
Fondamentale dunque lavorare sulla propria autostima recuperando amore e rispetto di se e della propria dignità e valore personale. Se non si riesce a farlo da soli può essere prezioso farsi aiutare iniziando un percorso di psicoterapia personale e/o di gruppo. Solo quando possediamo tali strumenti siamo in grado di andare oltre la paura di vedere quella che è la realtà nuda e cruda.
Ricordiamo che la paura annebbia la mente e getta in confusione. La confusione della vittima rende sempre più forte il potere che il vampiro esercita su di lei fino ad arrivare al punto più estremo, il totale annientamento psicologico.

Tipologie di vampiro energetico:

Illuminato
Questo vampiro fa credere alla vittima, che lui è capace di compiere “miracoli” grazie alla sua “illuminazione”. La vittima, ignara di tutto come se ipnotizzata, non esiterà a donare la propria ricchezza o quello che possiede per la causa.

Moralista
Succhia le loro vittime, sottoponendoli a rigidi controlli morali, imponendo severe critiche e restrizioni. Le vittime vivono nella paura con l’idea di essere l’oggetto della sua ira.

Altruista
Si presenta come Guru, maestro e salvatore di anime. Rassicura le sue vittime sul fatto che non dovranno pagare nulla per il servizio di “salvezza”, ma col passare del tempo, le donazioni “volontarie” si trasformeranno in obblighi. Mentre il vampiro diventa sempre più ricco, le loro vittime diverranno sempre più povere.

Controllore
Uno dei peggiori tipi di vampiro, camuffato con le sembianze della bontà. Attraverso questa maschera, approfitterà fino all’ultima goccia di sangue delle loro vittime. Quasi sempre sembra offrirsi a perseguire solo l’interesse delle vittime, che in seguito farà sentire loro terribilmente in colpa, quando cominceranno a liberarsi dal controllo soffocante del vampiro.

Colui che rinfaccia e riscuote
Riscuote e rinfaccia tutto, soprattutto ciò che non gli appartiene. Gli piace presentarsi come il creatore del mondo e crede di avere diritto a tutto, naturalmente senza mai dare nulla.

Pettegolo
Ama condividere pettegolezzi, soprattutto parlare alle spalle degli altri. Attraverso commenti impietosi ed infondati, riesce sempre a creare un clima favorevole per succhiare le loro vittime.

Irascibile
Sceglie come vittime, coloro che condividono il suo cattivo umore. La loro principale fonte di energia è quello di rendere una persona irascibile come lui.

Contestatore
Ogni parola o gesto di questo vampiro contiene una contestazione espressa o implicita. Si oppone a tutto: esige, reclama, rivendica e protesta senza tregua. Ma siccome le sue proteste e richieste non hanno nessuna base, raramente riesce a difendere o giustificare la sua causa.

Adulatore
Massaggia l’ego della sua vittima, coprendolo con falsi elogi.

Derelitto
Fa di tutto per suscitare pietà e simpatia alle sue vittime. Si presenta come una povera vittima della vita e del mondo.

Funesto
Annuncia ogni sorta di disgrazia. Attraverso sinistre profezie e drammatiche previsioni, tende a creare paura e panico alle loro vittime, fino a privarle di qualsiasi speranza per il presente e per il futuro.

Appiccicoso
Investe sulla sensualità e sessualità della vittima. Segue sempre il gioco della seduzione.

Chiacchierone
Parla senza sosta, ed obbliga le sue vittime ad ascoltarlo per ore ed ore, mantenendo loro sempre alta l’attenzione, mentre si alimenta della linfa vitale degli ascoltatori.

Ipocondriaco
Ogni giorno è una nuova malattia, è il suo modo di richiamare l’attenzione delle vittime, risvegliando in loro preoccupazione, compassione e cura.

Autoritario
Utilizza tutte le prerogative del potere di sottomettere la propria vittima, facendola sentire inferiore di fronte alla propria onnipresenza.

Invidioso
Le loro vittime sono creature indifese, perché il vampiro, non si sa per quale motivo, percepisce le sue vittime come indegne di possedere qualsiasi talento, bene che desidera solo per se stesso. Si tratta di un esemplare capace delle più orribili crudeltà alle sue vittime.

Approfittatore
Si presenta come una persona premurosa che vuole “aiutarti”, ma in realtà sta rubando tutte le tue idee. Prima di rendertene conto, avrà già studiato i dettagli e vedrai le tue idee rubate.