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Più di 18mila studenti universitari della Francia hanno firmato un manifesto nel quale promettono: “Rifiuteremo di lavorare per aziende che inquinano”.

Il grido d’allarme contenuto nell’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc) è stato ascoltato da migliaia di studenti francesi. Dopo la pubblicazione del drammatico documento – secondo il quale la temperatura media globale potrebbe raggiungere i +1,5 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali, già nel 2030 – gli iscritti alle “Grandes écoles” (le più prestigiose università del paese europeo) hanno deciso di far sentire la propria voce.

“Dobbiamo mettere in discussione la nostra posizione privilegiata”

Più di 18mila universitari hanno firmato infatti un “Manifesto studentesco per un risveglio ecologico”, nel quale chiedono un cambiamento profondo della società nella quale vivono. E nel quale prendono posizione con estrema decisione rispetto al loro avvenire: “Dobbiamo mettere in discussione la nostra posizione privilegiata affinché il sistema possa cambiare”. Per questo, una volta terminati gli studi, nessuno di loro accetterà di lavorare per imprese che inquinano e che, dunque, mettono a rischio il futuro di intere generazioni.

“A che serve spostarsi in bicicletta se si lavora per un’impresa le cui attività contribuiscono ad accelerare i cambiamenti climatici o l’esaurimento delle risorse naturali?”, si chiedono gli studenti nel documento. Meglio allora “rivolgersi a datori di lavoro che si ritiene siano in linea con le nostre rivendicazioni”.

Una manifestazione di studenti universitari di fronte alla Sorbonne di Parigi © Bruno Vincent/Getty Image

Gli universitari della Francia: “Non vogliamo boicottare ma riflettere”

La strategia non è necessariamente volta “a boicottare le imprese o a creare una lista nera”, ha spiegato uno studente del Politecnico di Parigi al quotidiano online Novethic. “Ciò che vogliamo fare è spingere gli universitari a ripensare il loro rapporto con le imprese. Vogliamo far emergere una riflessione su questo tema”.

Quella di rifiutare posti di lavoro presso aziende non in linea con le esigenze di lotta ai cambiamenti climatici non rappresenta la sola iniziativa ecologista attuata dagli studenti in Francia. Nello scorso mese di aprile, infatti, gli iscritti alla prestigiosa facoltà Science Po di Parigi avevano chiesto al loro ateneo di chiudere un partenariato con il colosso del petrolio Total. Ciò poiché le sue attività sono “in chiara contraddizione con la missione della nostra scuola”.

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Sono 170 gli scienziati indipendenti che hanno chiesto alle istituzioni dell’Unione Europea di bloccare lo sviluppo della tecnologia 5G in attesa che si accertino i rischi per la salute per i cittadini europei. Con il sostegno dell’associazione AMICA, Associazione per le Malattie da Intossicazione Cronica e/o Ambientale.

I primi firmatari dell’appello sono stati Rainer Nyberg, EdD, proferrore emerito della Åbo Akademi in Finlandia, Lennart Hardell, docente al Dipartimento di Oncologia dellafacotà di medicina di Orebro in Svezia. Poi sono seguite le firme di altre decine e decine di scienziati. L’appello chiede alle istituzioni dell’Unione Europea di bloccare lo sviluppo della tecnologia 5G in attesa che si accertino i rischi per la salute per i cittadini europei. E lo fa con il pieno sostegno dell’associazione AMICA, l’Associazione per le Malattie da Intossicazione Cronica e/o Ambientale che da anni si batte su questo fronte.

La pericolosità dei campi elettromagnetici

«Serviranno molte nuove antenne con un’implementazione su larga scala che in pratica si tradurrà in un’installazione di antenne ogni 10-12 case nelle aree urbane, aumentando così in modo massiccio l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici  – dicono gli scienziati – Con “l’uso sempre più intensivo delle tecnologie senza fili” nessuno potrà evitare di essere esposto perché, a fronte dell’aumento di trasmettitori della tecnologia 5G (all’interno di abitazioni, negozi e negli ospedali) ci saranno, secondo le stime, “da 10 a 20 miliardi di connessioni” (frigoriferi, lavatrici, telecamere di sorveglianza, autovetture e autobus autoguidati, ecc.) che faranno parte del cosiddetto “Internet delle Cose”. Tutto questo potrà causare un aumento esponenziale della esposizione totale a lungo termine di tutti i cittadini europei ai campi elettromagnetici da radiofrequenza».

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Prima tappa: domenica 5 agosto a Sabaudia. L’obbiettivo è sensibilizzare i cittadini contro l’abbandono dei rifiuti e l’utilizzo dei monouso

PARTE domenica 5 agosto dal Circeo la campagna estiva promossa dal ministero dell’Ambiente per sensibilizzare contro l’abbandono della plastica sulle spiagge e convincere i cittadini a rinunciare al monouso.

La prima tappa è a Sabaudia e il tour andrà avanti per tutta l’estate toccando numerose località turistiche balneari, da Trieste all’isola d’Elba, da Santa Maria di Castellabate a Noto, con un calendario serrato di appuntamenti dalle 19 alle 21.

• LA CAMPAGNA

Realizzata in collaborazione con il Comando Unità Forestali Ambientali e Agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri e la Guardia Costiera, la campagna rientra nella più ampia iniziativa di comunicazione “Io sono ambiente”, promossa dal ministero a tutela dei nostri mari, sempre più minacciati dall’inquinamento da plastica. Dei 300 milioni di tonnellate di materie plastiche che ogni anno vengono prodotti, almeno 8 milioni finiscono nell’oceano. Il ministero sta lavorando a una proposta di legge che potrebbe essere depositata in Parlamento, per l’esame delle Camere, entro la fine di agosto, ma l’obiettivo della campagna è quello di ricordare che ogni cittadino può fare la propria parte perché alla plastica si può rinunciare.

“Una volta compromessa la risorsa mare – afferma il ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare Sergio Costa – non sarà più possibile rinnovarla. Chiedo a ogni cittadino di essere al nostro fianco a tutela della natura e del pianeta terra. #iosonoambiente non è solo uno slogan, ma un modo di essere, a partire dal vivere plastic free. Iniziamo a modificare i nostri comportamenti proprio dalle vacanze al mare”.

• COSA POSSIAMO FARE

Non basta riciclare, bisogna imparare a ridurre l’utilizzo della plastica, ricorrendo al riuso e rinunciando ad alcuni oggetti, come cannucce usa e getta, bicchieri e stoviglie di plastica, pellicole per conservare il cibo.

Le buste possono essere riutilizzate e le fibre naturali vanno preferite a quelle sintetiche. Bisognerebbe evitare l’uso di dentrifici e scrub che possono contenere microplastiche e l’acquisto di cibi avvolti in imballaggi di plastica.

Ma si può ridurre anche l’acquisto di bottigliette in plastica, quando si è fuori casa: è possibile dotarsi – ricorda il ministero – di una borraccia riutilizzabile.

 

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L’attore, impegnato nella salvaguardia ambientale, ha investito nella start-up Beyond Meat, che produce alimenti “alternativi” alla carne.

Beyond meat, start-up che produce alimenti 100% vegetali che ricordano per sapore e consistenza la carne animale ma senza il suo impatto disastroso sull’ambiente, ha fin da subito attratto su di sé l’attenzione e il sostegno economico di grandi nomi. Dopo Bill Gates e i fondatori di Twitter, ora è la volta di Leonardo DiCaprio, celebre attore e regista statunitense da tempo impegnato nella causa ambientalista, che ha condiviso la notizia sul proprio profilo Twitter.

Come ricorderete non sono mancati gli investimenti cospicui per la salvaguardia ambientale da parte dell’attore, che lo scorso anno ha anche prodotto e interpretato “Before the flood”, documentario sul surriscaldamento globale e ha dato il suo contributo per rendere disponibile sulla piattaforma Netflix il documentario Cowspiracy, che denuncia le organizzazioni ambientaliste che non prendono posizione netta contro gli allevamenti intensivi.

Ora l’attore pare aver preso una posizione più netta contro il consumo di carne e gli allevamenti intensivi, che sappiamo essere un disastro a livello ambientale: basti pensare che, da soli, questi ultimi sono responsabili dell’emissione del 51% di tutti i gas serra prodotti dall’uomo, oltre che del consumo di enormi quantità di acqua e terreno – spesso sottratto alle foreste, “polmoni verdi” del pianeta – per fare spazio alle colture destinate a foraggiare gli animali. “L’allevamento del bestiame dà un importante contributo alle emissioni di carbonio”- ha infatti dichiarato l’attore.

Il passaggio dalla carne animale alle carni vegetali sviluppato da Beyond Meat è una delle misure più potenti che si possa adottare per ridurre l’impatto sul clima. La capacità dell’azienda di creare carni appetitose e salubri direttamente dalle piante avrà un ruolo molto importante per aiutare i consumatori a ridurre il proprio il proprio contributo al cambiamento climatico”

Certo, la mossa di DiCaprio non è vantaggiosa solo per l’ambiente, ma anche dal punto di vista strettamente economico: il settore degli alimenti “alternativi” alla carne e derivati è infatti in continua espansione, tanto che pare che sarà valutato globalmente oltre 5,2 miliardi di dollari entro il 2020. Considerando che l’industria della carne vale circa 1 trilione di dollari, c’è un’incredibile possibilità per le aziende e gli investitori “alternativi” di contribuire a creare un futuro diverso per la nostra alimentazione.

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HOMO TROPICUS Per comprendere appieno perché la frutta sia l’alimento specifico della specie umana è necessario capire anche qual è il suo habitat specifico, dato che l’alimentazione specifica è un elemento, seppur centrale, dello stesso habitat specifico.

E’ evidente per chiunque che l’uomo civilizzato, a differenza degli altri esseri viventi e dell’uomo allo stato di natura, indossa vestiti, vive in case (o comunque in luoghi chiusi) ed ha bisogno di riscaldarsi durante l’inverno; già solo questi dati di fatto costituiscono la prova provata che l’uomo non è idoneo per vivere nei clima extratropicali (il fatto che anche molti popoli tropicali si vestano ed abbiano abitazioni è solo un portato culturale di lunga data ma non una necessità di natura). L’immagine archetipica dell’età dell’oro dell’umanità, in tutte le tradizioni e racconti storico-mitologici del pianeta, è rappresentata dalla vita che l’uomo conduceva nel paradiso terrestre, dove viveva libero, nudo, all’aria aperta, cibandosi solo di frutta (la parola paradiso non a caso deriva dal antico ebraico pardes che significa “frutteto”).

L’immagine archetipica è naturalmente ambientata in un luogo caldo tropicale, dove il clima e la disponibilità continua del cibo specifico consentono una vita libera e naturale. Ancora oggi d’altronde gli abitanti dei ricchi paesi industrializzati occidentali ambiscono passare le proprie vacanze in quelli che non a caso si chiamano paradisi tropicali. E’chiaro che questo impulso inconscio verso il caldo e i colori tropicali è ancestrale, iscritto nei nostri geni.

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La suddivisione per fasce climatiche del globo terrestre

L’uomo è indiscutibilomente un animale tropicale. Le sue origini e la sua fisiologia forniscono indicazioni in tal senso inequivocabili. I resti fossili situano i primordi dell’umanità nella fascia tropicale (verosimilmente africana). Inoltre, l’uomo è un animale omeotermico, cioè che non conosce significative variazioni della temperatura corporea al cambiare di quella esterna, e la temperatura corporea si aggira mediamente intorno ai 37°, testimoniando che l’habitat specifico per il genere umano può essere solo quello caldo tropicale. Si aggiunga ancora che dei numerosi termorecettori (circa 280mila) presenti nella nostra pelle circa il 90% sono finalizzati per la percezione del freddo, in quanto quest’ultimo rappresenta uno delle fonti di stress maggiori per il nostro organismo (per esempio, abbassando il ph fisiologico, e quindi acidificando l’organismo).

Mentre, al riguardo si può osservare, nel grafico seguente, come la temperatura invernale nella fascia tropicale sia praticamente come quella estiva.

isoterme

Temperatura media nel mese di Gennaio.

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Temperatura media nel mese di Luglio.

Anche il livello di umidità relativa è molto importante per i meccanismi omeostatici biologici, ed anche in questo caso possiamo osservare una importante tendenziale differenza nei valori di umidità secondo la latitudine; nei paesi extratropicali il tasso di condensazione dell’aria è generalmente più alto. Infatti, se un clima estremamente secco e arido (come quello desertico per intenderci) non è congeniale per l’uomo, tanto meno quello particolarmente umido che interferisce con molte nostre fondamentali funzioni neurofisiologiche (respirazione, termoregolazione, attività cognitiva, ecc.). Si capisce di qui l’importanza di vivere in un clima nello stesso tempo non secco e non umido, che è presente solo in alcune zone della fascia tropicale.

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Nella cartina sono indicate in verde scuro le zone più umide, in giallo quelle più aride, in verde chiaro quelle intermedie.

Nella fascia tropicale quindi regna una estate perenne, così come nell’immagine del paradiso perduto, e vi regna una abbondanza di frutti tutto l’anno, consentendo alla nostra specie frugivora di poter soddisfare costantemente la sua richiesta di cibo specifico. Infatti nella fascia tropicale gli alberi da frutto fruttificano tutto l’anno (in media due-tre-quattro volte, a seconda della specie) con una produzione scalare, garantendo un rifornimento di frutta costante. La perdita di foglie, che avviene nei climi extratropicali, è dettato dall’abbassamento della temperatura, che costringe gli alberi ad aumentare la produzione di acido abscissico (ABA); ciò accade poichè la maggior parte degli alberi da frutto, idonei per l’uomo, sono originari della fascia tropicale e subtropicale, e si trovano nella fascia extratropicale solo perché portati dall’uomo. Si da il caso che gli alberi vadano anche loro, ovviamente, sotto stress per l’ambiente ostile alla loro fisiologia, collassando in autunno con la perdita dell’apparato fogliare. Si pensi al riguardo al fico, albero della fascia subtropicale, che continuerebbe a fruttificare tutto l’anno se la temperatura non scendesse mai sotto i 15°. Si può, per esempio, vedere nel leggendario giardino di Alcinoo presente nel mito greco, l’immagine archetipica del frutteto perenne dove gli alberi da frutto producevano frutti tutto l’anno.

 

E’ ampiamente dimostrato come l’allungamento dell’età media della vita umana nei paesi industrializzati, riscontrabile a partire dalla prima metà del Novecento (con l’abbassamento della mortalità per malattie infettive che falcidiavano la popolazione), sia stato principalmente dovuto al notevolissimo incremento del consumo di frutta nei paesi extratropicali. Infatti, in questi ultimi di inverno non si poteva trovare praticamente frutta (tranne gli agrumi che sono non a caso tossici per l’uomo), ma con i trasporti veloci moderni e la refrigerazione si è aumentata la disponibilità del cibo specifico per tutto l’anno.

Vendita-frutta-verdura

Tra gli altri elementi che emergono dall’analisi dell’importanza di vivere nel proprio ambiente specifico naturale, possiamo segnalare quello della esposizione solare; così importante per numerosi e fondamentali meccanismi fisiologici (sintesi della vitamina D, regolazione dei ritmi circadiani, alcalinizzazione del sangue, ecc.). Il benessere psicofisico prodotto dall’esposizione ad una quantità superiore di luce tutto l’anno mostra l’importanza di vivere nel proprio habitat specifico; al riguardo, si può notare come nemmeno in estate nei paesi dell’Europa mediterranea (compresa Sicilia o Andalusia), ci si nutre della quantità di luce che un abitante delle Hawaii ha a disposizione nei mesi invernali (e si consideri che le Hawaii non sono nemmeno un paese equatoriale):

HAWAAI (20° parallelo) – 6000 MED/annuali (14 MED/diurne invernali)

SPAGNA (40° parallelo) – 2500/ MED annuali (12 MED/diurne estive)

Il MED è l’unità di misura della radiazione solare assorbita.

Luce-Terra

La differente quantità di luce solare alle diverse latitudini.

Sentimento comune è che primavera ed estate sono le stagioni più belle, simboli di grazia per la luce ed il calore che ci donano. Non a caso molte patologie e problematiche psicofisiche trovano sollievo durante queste stagioni. Molti riti antichi celebravano l’arrivo della primavera per i doni della terra che portava con se. La stessa festa del Natale (da nascita) celebrava in tutte le culture la rinascita del Dio Sole (non a caso la parola dio significa luce), durante il solstizio invernale.

L’attrazione benefica esercitata dalla luce e dal calore trova conferma nel fatto che numerose patologie aumentano la loro incidenza in funzione della latitudine, cioè per il solo fatto che si vive più lontani dall’equatore.

I grafici qui sotto si riferiscono, a titolo d’esempio, ad una patologia tumorale e ad una neurodegenerativa, ma lo stesso discorso si potrebbe fare per numerose altre patologie come: tumore alla prostata ed al colon, melanoma, osteoporosi, carie, ictus, ecc.

Diffusione del tumore al seno secondo la latitudine.

Diffusione del tumore al seno secondo la latitudine.

Diffusione mondiale della sclerosi multipla secondo la latitudine.

Diffusione mondiale della sclerosi multipla secondo la latitudine.

Gli stessi fenomeni depressivi si accentuano nei paesi extratropicali (soprattutto nei paesi nordici) soprattutto dopo la fine dell’estate; sono diffusi soprattutto i fenomeni di Seasonal Affective Disorder (SAD), cioè sindrome affettiva stagionale.

Diffusione della depressione secondo la latitudine.

Diffusione della depressione secondo la latitudine.

Il freddo, la poca luce, la vita al chiuso e la difficoltà di trovare il proprio cibo specifico sono fonte di grande stress psicofisico (basti vedere l’alto consumo di alcol e droghe varie). Inoltre storicamente i popoli extratropicali, in virtù di un alimentazione fortemente aspecifica (prevalentemente carnea) si sono dimostrati tra i più aggressivi e violenti: americani, inglesi, tedeschi, olandesi, spagnoli, portoghesi, francesi, italiani, russi, cinesi, giapponesi, ma anche unni, mongoli, vandali, goti, arabi, assiri ecc. La storia delle conquiste coloniali o delle guerre mondiali, solo per citare gli esempi più vistosi, parla da sola.

Mappa delle prime civiltà.

Mappa delle prime civiltà.

La civiltà nasce fuori dai tropici, poiché l’uomo ha dovuto crearsi un habitat artificiale ed inventarsi un alimentazione aspecifica per poter vivere dove non potrebbe e dovrebbe vivere, impegnandosi in una operazione su vasta scala di trasformazione (e distruzione) del pianeta per riuscire a vivere fuori dal suo ambiente originario, e questo con tutte le conseguenze che stiamo pagando a livello globale ormai da diversi millenni, in termini biologici, economici, ecologici e sociali.

Si tenga presente infatti che la maggior parte del cibo aspecifico consumato oggigiorno è di origine extratropicale, cioè un cibo che non sarebbe naturalmente presente nel proprio habitat tropicale. Infatti, la maggior parte sia degli animali da allevamento (pecore, capre, maiali, cavalli, ecc; così come quelli domestici: cane e gatto) e dei vegetali addomesticati e coltivati (frumento, orzo, avena, segale, noce, castagne, soia, ecc.) sono prevalentemente di origine extratropicale, la loro eventuale presenza al di là del loro areale di origine è dovuta solo per l’intervento umano. Qui sotto mostriamo i grafici del frumento, il cereale principe della dieta occidentale, a seguire l’orzo, invece, il cereale principe delle prime civiltà mesopotamiche; infine mostriamo l’areale di diffusione del noce e del castagno, i cui semi oleosi sono stati abbondantemente consumati sia nell’antichità che in epoca moderna.

In verde l’aree coltivate a frumento attualmente, in rosso il suo areale originario.

In verde l’aree coltivate a frumento attualmente, in rosso il suo areale originario.

In verde l’aree coltivate a orzo attualmente, in rosso il suo areale originario.

In verde l’aree coltivate a orzo attualmente, in rosso il suo areale originario.

 

La diffusione del castagno.

La diffusione del castagno.

La diffusione del Noce.

La diffusione del Noce.

Come conseguenza, della mancanza di cibo specifico fuori dalla fascia tropicale, abbiamo dovuto trasformare il mondo, che è divenuto un immenso spazio fisico destinato ad allevare e coltivare, cioè per produrre un cibo che non esiste in natura per noi. Questa mutazione alimentare ormai riguarda tutto il globo, per via della colonizzazione planetaria ad opera delle civiltà extratropicali. La produzione di cibo aspecifico però non è senza conseguenze, anzi sono di proporzioni senza precedenti. Basti considerare che agricoltura ed allevamento occupano circa il 90% del territorio disponibile per l’uomo (cioè, antropizzabile): circa 4,7 miliardi di ettari di superficie su poco più di 5,2 miliardi di ettari disponibili.

Terreno-Antropizzabile

Il grafico mostra come il terreno occupabile dall’uomo sia per circa il 90% occupato da agricoltura e allevamento.

Inoltre, la zootecnia e l’agrotecnia sono enormemente energivore, cioè comportano un consumo spaventoso di risorse: acqua, petrolio, minerali, ecc.

impronta-ecologica

Rapporto sul consumo di risorse tra la frutta ed il resto della produzione alimentare.

 

Consumo di acqua per i vari alimenti-

Consumo di acqua per i vari alimenti.

Si può osservare, dai grafici qui sopra, l’abissale differenza dell’impatto ambientale invece tra la frutta e la produzione del resto del cibo aspecifico (già von Humboldt più di due secoli fa affermava che la stessa quantità di terreno che potrebbe produrre 15 kg di grano o la massimo 45 kg di patate, potrebbe produrre ben più di 1800 kg di banane !).

Come dicevamo, quindi, ciò comporta la distruzione dell’intero ecosistema che non si produrrebbe se consumassimo il nostro cibo elettivo: la frutta.

E, magari ai Tropici.

Fabrizio Dresda


A Expo 2015 le multinazionali nutrono loro stesse, non il Pianeta. Sabato 2 maggio Vandana Shiva ha preso parte ad Expo 2015 per lanciare un messaggio che va in direzione contraria rispetto agli intenti delle multinazionali alimentari e degli Ogm presenti al grande appuntamento internazionale. L’abbiamo intervistata in esclusiva.

La scienziata ed ecologista indiana, che nel 1991 ha fondato l’associazione Navdanya, ha presentato il manifesto Terra Viva a Cascina Triulza, l’unico padiglione di Expo che non è stato costruito da zero per la manifestazione, ma che come struttura era già presente in loco. Si presenta come il Padiglione della Società Civile, dove associazioni e organizzazioni internazionali e nazionali possono presentare il proprio punto di vista sulla sostenibilità.

Di fronte ad una manifestazione come Expo 2015 non possiamo ignorare i temi dell’avanzata del cemento e del predominio delle multinazionali del cibo e degli Ogm. Ad Expo sono presenti realtà altamente discutibili dal punto di vista della sostenibilità e del rispetto del Pianeta, come McDonald’s e Coca Cola, diventate – nostro malgrado – sponsor ufficiali di un evento che ha come slogan “Nutrire il Pianeta”.
Entrambe le multinazionali sono in crisi negli Stati Uniti, dove secondo i dati ufficiali delle stesse aziende le vendite di bibite gassate e di piatti da fast food sono in calo. Ecco che allora le due maggiori multinazionali alimentari cercano di guadagnare terreno altrove, nel vecchio continente, proprio a partire dall’Italia e dalla luccicante vetrina dell’Expo. Siamo noi consumatori, con le nostre scelte di acquisto, e di “non acquisto”, a determinare il successo delle aziende e dei loro prodotti. Se non vogliamo che determinate aziende abbiano così tanto potere nelle proprie mani, perché continuiamo ad acquistare i loro prodotti a cuor leggero?
Ogm e prodotti industriali non sono la soluzione alla fame nel mondo. Ecco allora che a Expo 2015 Vandana Shiva vuole proporre una soluzione differente, basata sull’agricoltura naturale e locale, sul lavoro dei coltivatori rurali, nel pieno rispetto della terra e del Pianeta.

Non possiamo lasciare che il problema della “fame nel mondo” venga gestito dalle maggiori multinazionali del cibo e degli Ogm. Le loro risposte alla questione non hanno fini benefici, favorevoli alle popolazioni più povere, ma puntano solamente all’arricchimento delle stesse aziende. Ecco perché secondo le parole di Vandana Shiva, a Expo 2015 le multinazionali nutrono loro stesse, non il Pianeta.

Le previsioni per il futuro del Pianeta purtroppo non sono rosee. Secondo i dati del manifesto Terra Viva, entro il 2030 la terra fertile verrà erosa ad una velocità tra le 10 e le 40 volte superiore alla sua capacità di rigenerazione.

Si tratta di questioni legate al cambiamento dell’uso dei suoli avvenuto negli ultimi due secoli. Dai terreni agricoli ecco i suoli destinati all’urbanizzazione e all’industrializzazione. Il cambiamento ci ha portato a produrre ingenti emissioni di anidride carbonica, alla scomparsa di gran parte delle praterie, delle savane e delle foreste tropicale.

Di questo passo entro il 2030, secondo Terra Viva, assisteremo ad una continua espansione del cemento e ci troveremo di fronte ad una crescita dell’area urbana pari a 1,2 chilometri quadrati, una superficie equivalente a quella del Sudafrica.

Il consumo di suolo non ha soltanto conseguenze ambientali, ma anche un forte impatto sociale. Secondo il manifesto Terra Viva, infatti, il 40% dei conflitti tra gli Stati negli ultimi 60 anni è nato dagli scontri per il controllo delle risorse naturali e della terra.

“C’è bisogno di un nuovo patto che riconosca che noi siamo il suolo: veniamo dal suolo, siamo sostenuti dal suolo. Prendersi cura della terra è il lavoro più importante che gli agricoltori possano fare. Il messaggio che lanciamo dall’importante vetrina di Expo è forte e chiaro: la nuova democrazia è la democrazia della Terra” – ha spiegato Vandana Shiva.

La scienziata ed ecologista indiana pochi giorni prima della presentazione del manifesto Terra Viva ha ricordato una questione molto importante sul suo blog:

“Si sono accordate tra loro per brevettare i nostri semi, per influenzare la ricerca scientifica, per negare ai cittadini il diritto di essere informati, attraverso leggi sull’etichettatura degli Ogm. Le multinazionali che hanno distrutto i nostri terreni e la nostra salute ora saranno tutte ad Expo“.

Ad Expo la voce di Vandana Shiva va controcorrente. La scienziata ed ecologista indiana nei mesi scorsi ha accettato di essere tra gli ambassador di Expo 2015, probabilmente proprio per rappresentare una voce fuori dal coro e con l’obiettivo di ricevere ascolto in un contesto internazionale. “Expo non sia occasione di spreco e corruzione”aveva chiesto sin dall’inizio.

Con la speranza che sempre più persone possano rendersi conto di quanto la difesa del Pianeta e dell’agricoltura naturale sia più importante degli interessi delle multinazionali, impegnate sempre più nell’aumentare i propri profitti e non nella difesa dei diritti dei cittadini, a partire dal diritto al cibo.

Ogni cittadino ha il diritto e il dovere di pensare a come nutrire il Pianeta senza distruggere l’ambiente e a come nutrire se stesso senza rovinare la propria salute. Per dare questo contributo non è necessario essere ad Expo. Si può essere ovunque. E’ infatti giunto il momento che il dovere di rivedere il paradigma del cibo venga preso sul serio ovunque e da chiunque” – ci ha spiegato Vandana Shiva.

Ascoltate le parole di Vandana Shiva ai microfoni di GreenMe (VIDEO) nella nostra intervista in esclusiva.

Marta Albè
Fonte foto: libertino.is

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