ParadiseFruit.it

Il direttore del laboratorio Internazionale di Neurobiologia vegetale: «Gli alberi nutrono i semi come i genitori farebbero con un bimbo. E sono organismi pionieri: viaggiano e reagiscono al cambiamento del clima innalzandosi per cercare il fresco»

di Walter Veltroni


Sono rimasto affascinato dal pensiero del professor Stefano Mancuso, direttore del laboratorio Internazionale di Neurobiologia vegetale, leggendo due suoi libri pubblicati da Laterza: «L’incredibile viaggio delle piante» e «La nazione delle piante» che contiene una singolare ipotesi di Costituzione immaginata sui «valori» del mondo vegetale.

Come guardare, da uomini, alla vita delle piante?
«Esiste un problema generale di relazione con le piante. Noi siamo animali, tutto quello che abbiamo costruito, immaginato, visto, è costruito su come noi siamo fatti. Guardiamo l’universo solo dal nostro punto di vista».

L’antropocentrismo…
«L’antropocentrismo. Quello che diverge viene valutato come un handicap. Noi siamo lo standard, ciò che è diverso da noi è indice di incompiutezza, di incomprensibile diversità. Se altre forme di vita non sono “perfette” come noi, sono anomale. Le piante, poi: non hanno organi, non si muovono… Tanto che diciamo “in stato vegetativo” per dire quando siamo prossimi all’inorganico, alla fine. Se guardiamo alle piante da questo punto di vista, non le capiremo mai. Perché sono una forma di vita differente».

Gli uomini migrano, gli animali migrano, le piante sono lì. E apparentemente non migrano.
«Invece le piante sono gli organismi pionieri per eccellenza, sembra incredibile. Certo, se noi guardiamo alla vita della singola pianta, allora la singola pianta è stanziale, è radicata e non si sposta. Ma si muove, anche se non si sposta. Nel caso delle piante dobbiamo guardare in termini di comunità. Nel mondo vegetale non esiste il puro individuo, come concetto. Va visto il flusso delle generazioni. Le piante migrano in maniera che non ha eguali nel resto del mondo dei viventi. Pensi che, in conseguenza dei cambiamenti climatici, le piante hanno iniziato ad alzarsi, a migrare, a viaggiare, per sopravvivere».

Come viaggiano le piante?
«Viaggiano attraverso i semi. Usano sempre dei vettori. Approfittano di ciò che ha possibilità di movimento: l’acqua, l’aria, animali, uomini. Si muovono per chilometri e per anni, raggiungono continenti lontani e lì si adattano a vivere. La loro “intelligenza” ha inventato migliaia di modi di diffondere la vita».

Le piante reagiscono ai cambiamenti climatici?
«Un innalzamento della temperatura di mezzo grado impedisce, ad esempio nella zona del Sahel, la coltivazione. Ogni mezzo grado di temperatura in più, cento chilometri che prima erano coltivabili non lo sono più. Quindi le persone che vivevano lì, in quei cento chilometri, non possono sopravvivere, e per questo migrano. Le piante rispondono esattamente agli stessi stimoli e agli stessi input. Siccome fa più caldo, i luoghi originali di crescita di queste piante non sono più adatti alla loro sopravvivenza, le piante si spostano. Si spostano in altezza. Così negli ultimi trenta anni abbiamo avuto in Catalogna l’innalzamento del leccio e tante piante di altre specie hanno iniziato ad alzarsi di varie centinaia di metri».

Perché si alzano?
«Perché fa più fresco. Cercano di ritrovare il loro ambiente naturale alzandosi».

Una reazione umana…
«È una reazione biologica. Perché migriamo noi? Perché esiste la migrazione? Perché l’ambiente non è stabile. L’ambiente non è immutabile. È in continuo movimento e in continua evoluzione. E le specie, tutte le specie, dai batteri fino ad arrivare all’uomo, si muovono cercando sempre le zone dove le condizioni ambientali sono migliori. La scarsa conoscenza della biologia, di come funziona la vita, ci impedisce di comprendere che alcuni meccanismi base sono fondamentali alla sopravvivenza. La migrazione è fondamentale per permettere alle specie di sopravvivere. È chiaro che non si può pensare di impedire un meccanismo base. Come se io dicessi: da domani, siate cortesi, non respirate più».

Il mondo vegetale sviluppa un senso di comunità?
«Sì. Il principe russo Kropotkin, famoso soprattutto per le sue tesi sull’anarchismo, era anche un grandissimo biologo. Scrisse un libro bellissimo, anche per confutare lo stravolgimento del pensiero di Darwin, nelle teorie del darwinismo sociale che poi degenerarono nell’orrore dell’eugenetica. Tesi che, ci tengo a precisare, non avevano nulla a che fare con il pensiero di Darwin. Darwin sosteneva che, nella sfida per la sopravvivenza, a prevalere fosse il più adatto, non il più forte o il più aggressivo. Il darwinismo sociale, al contrario, riduce tutta la vita a una spietata competizione, in cui il più forte vince. Da questa errata concezione dell’evoluzione sono nati molti orrori della storia. Kropotkin era un biologo molto più fine di questi pseudo seguaci di Darwin. Lui disse: “No, guardate che la vita è una cosa diversa, la vita è soprattutto condivisione”. Usava questo termine meraviglioso “mutuo appoggio”. È bellissimo».

Qual è il mutuo appoggio tra le piante?
«Immagini un bosco, un bosco originale, non piantato dall’uomo. Quel bosco è come se fosse un organismo unico. Cioè non costituito da tanti individui ma da una rete di piante che sono connesse le une con le altre. Possono essere direttamente connesse, attraverso le radici, a centinaia, letteralmente centinaia, di piante vicine. Qual è il mutuo appoggio? Il mutuo appoggio sta nel fatto che attraverso queste radici le piante si scambiano informazioni sullo stato dell’ambiente, e si scambiano nutrienti, acqua. Immagini un semino che cade in una foresta, un luogo buio. Il seme, prima di poter arrivare ad un’altezza tale da poter fare la fotosintesi, deve attendere molti anni. Come fa questo seme a vivere? È l’infanzia dell’albero. Lei non ci crederà ma in quel momento sono gli alberi adulti che lo alimentano, attraverso le connessioni radicali. Si chiamano cure parentali. E se consideriamo le cure parentali come un indice di complessità della specie come definire allora la straordinaria capacità “genitoriale” delle piante?».

Altri casi di «mutuo appoggio»?
«Le piante sanno soccorrere quelle, tra loro, che sono più deboli. Sembra poesia, ma è realtà. Una mia collega, si chiama Suzanne Simard, ha fatto uno straordinario esperimento… Cosa fa Suzanne? Va in un meraviglioso bosco di abeti del Canada, prende un abete adulto di venti metri e, facendosi aiutare da alcuni suoi studenti, lo isola completamente dall’atmosfera, mettendolo all’interno di un enorme pallone trasparente. All’interno di questo pallone fa entrare anidride carbonica marcata. Di modo che se ne potesse seguire il destino. Una settimana dopo, lo zucchero, l’energia che queste piante avevano prodotto, lo si trovava sparso in una grande zona della foresta. Dove l’aveva diffusa? Soprattutto, ecco il “mutuo appoggio”, negli individui giovani e deboli».

Esiste la cattiveria tra le piante? Come tra gli animali, tra gli uomini…
«La cattiveria è una categoria animale. Gli animali per nutrirsi sono obbligati a uccidere altri esseri viventi. Da questa necessità di uccidere proviene originariamente la nostra sete di potenza, sopraffazione. Il dominio sugli altri è in un certo qual modo connaturato nell’essere animale. Le piante invece hanno sviluppato un modo di sopravvivenza differente. Prendendo tutto ciò di cui hanno bisogno dalla luce del sole, non hanno necessità di sopraffare per vivere. Mentre gli animali hanno, come spinta primordiale, quella di dover sopraffare altri esseri viventi per sopravvivere, le piante hanno al contrario la necessità di unirsi agli altri per esistere. Per questo hanno sviluppato il “mutuo appoggio” non soltanto con le altre piante, ma anche con tutti gli altri esseri viventi. Le piante hanno mutui appoggi con i batteri, con i funghi, con gli insetti, con gli animali superiori, anche con noi, ovviamente».

Le piante carnivore e quelle velenose sono le pecore nere?
«Che cos’è una pianta carnivora? È una pianta che si è trovata a crescere in un luogo in cui mancava qualcosa di fondamentale per la vita. Molto spesso l’azoto. Nelle paludi, per esempio, il ciclo dell’azoto non si può concludere e le piante si trovano senza un elemento fondamentale per la vita. E allora scelgono la soluzione semplice: prenderlo da altri esseri viventi. È il paradosso: quando cerchiamo la cattiveria delle piante la rintracciamo nell’ unico caso di comportamento “animale”».

C’è un elemento sistemico nelle piante?
«Noi animali siamo individui. La parola viene dal latino: in dividuus, non divisibile. Se taglio in due un uomo o un cane, muore. La pianta no. La pianta non è un individuo, la pianta è una rete. La pianta non è un individuo, è una colonia. Una pianta è una rete in sé e per sé, un bosco è una rete di reti. La topografia di Internet è identica alla topografia di una rete vegetale. Perché? Perché nasce esattamente per lo stesso motivo. Internet nasce per sopravvivere: era una rete militare che doveva essere in grado di sopravvivere ad un attacco che colpisse il comando centrale. Quindi diffusero i centri nevralgici. Le piante sono tutte diffuse, sono vere e proprie reti perché devono resistere alla predazione».

Facciamo un esempio di intelligenza delle piante: Cernobyl.
«Dopo l’esplosione alcune foreste diventarono completamente rosse e morirono. Quei trenta chilometri della zona di esclusione erano persi, morti. Oggi, invece, quell’area conosce la più alta biodiversità del nord Europa. In quella zona sono tornati lupi, alci, linci, orsi e soprattutto un’incredibile quantità di piante. Le foto di Prypjat prese dai droni oggi mostrano la città completamente sommersa dagli alberi. A Cernobyl le piante non solo crescono. Hanno assorbito la maggior parte degli elementi radioattivi che sono stati prodotti dall’esplosione, dalla fusione del nucleo e li hanno stoccati all’interno del corpo della pianta stessa. Le piante puliscono l’ambiente all’interno del quale vivono e depositano i veleni all’interno del proprio corpo, come in un garage blindato. Il che da una parte ha reso vivibile di nuovo il contesto — è per questo che sono potuti tornare gli animali — dall’altra parte è anche un problema perché, se ci fosse un incendio, si libererebbero quelle scorie e avremmo di nuovo un effetto Cernobyl».

La tripartizione darwiniana: pietre, animali, piante, non la convince?
«Poco: il vero punto di demarcazione sta tra vita e non vita. Tra pietre e il resto. Ma la vita di tutti gli esseri viventi va vista come un solo unico evento. E questo ci permette di capire come mai siamo tutti connessi, come mai la vita sia un fenomeno sistemico, perché pensare di poterci astrarre dal destino comune sia un’illusione. La scienza è una grande risorsa: la vita media delle persone, grazie agli enormi progressi della medicina, sta aumentando in maniera inimmaginabile solo pochi decenni fa. È vero, è giusto. Ma i problemi della nostra sopravvivenza non riguardano, di nuovo, i singoli individui, ma la comunità dei viventi. Se non cambiamo immediatamente rotta, nel dissennato consumo delle risorse ambientali, sarà difficile arrivare al prossimo secolo».

L’immagine di quell’orso smarrito su un pezzo di ghiaccio alla deriva ci racconta del Global Warming meglio di tanti discorsi…
«Commozione nel vedere questi esseri viventi che stanno scomparendo. E immedesimazione perché, in un certo senso, ci stanno soltanto precedendo sulla stessa strada che noi abbiamo imboccato. Inconsapevoli ed egoisti. Questa generazione sta dissipando i beni primari dell’umanità. Fino al 1970 la terra ha consumato solo le risorse che riusciva a rigenerare. Il giorno in cui iniziava il deficit ambientale era infatti il 31 dicembre. Oggi la stessa quantità è consumata il primo di agosto. La violenza dei fenomeni naturali, i milioni di migranti ambientali, lo scioglimento dei ghiacciai… L’uomo che si è auto definito “sapiens” finge di ignorare ciò che egli stesso vive. Le previsioni, giudicate catastrofistiche, del rapporto del club di Roma nel 1972, si sono realizzate. Perché la situazione dovrebbe cambiare? Non cambierà. Se non facciamo una rivoluzione radicale del nostro modo di porci rispetto all’ambiente. Non abbiamo tempo. È oggi. Domani è troppo tardi».

Sembra che l’uomo non voglia accettare l’idea della finitezza delle risorse naturali.
«Le risorse su questo pianeta sono limitate, non infinite. Il pianeta è una piccola sfera, non è tutto l’universo. È come un’isola in mezzo al mare. Quando finisci il cibo sull’isola devi aspettare che ti arrivi da fuori. Ma non arriverà nulla, proprio nulla, da fuori. Noi sappiamo quando finiranno le risorse, lo sappiamo esattamente, ormai da decenni. Quando finirà il fosforo, quando finirà il cobalto, quando finirà il litio. E tutte queste risorse finiranno prima del petrolio. Noi siamo fissati con questa storia del petrolio che si esaurirà ma, prima ancora, saranno gli elementi che oggi costituiscono la benzina della modernità a finire. Cosa accadrà quando non ci saranno più risorse per far funzionare Internet?».

Finiamo con un apologo sull’interconnessione del nostro destino. La storia magnifica dei bombi…
«È una storiella scritta da Darwin. Diceva: perché ci sia tanto bestiame ci deve essere tanto trifoglio e perché ci sia tanto trifoglio ci devono essere tanti bombi che portano in giro il polline. E perché ci siano tanti bombi bisogna che ci siano pochi topi. Perché i topi mangiano le larve dei bombi. E perché ci siano pochi topi bisogna che ci siano tanti gatti. Quindi, diceva, per avere tante mucche, per produrre carne, bisogna che ci siano tanti gatti. Perché? Perché il gatto ammazza il topo, il topo che non mangia il bombo che impollina il trifoglio che fa vivere le mucche. La rete della vita. Siamo tutti legati da una comunità di destino».

Fonte

Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale di fama mondiale, spiega ne “La Nazione delle Piante” perché non possiamo fare a meno della vegetazione: “Dobbiamo mettere piante ovunque: nei muri, sui tetti, nelle facciate. La deforestazione dovrebbe essere un crimine contro l’umanità”


Sono gli abitanti della nazione più potente e popolosa sulla Terra. Da essa dipendono tutte le altre. Almeno una volta abbiamo giocato con loro, li abbiamo guardati o toccati (dappertutto) senza chiedere mai il permesso. Alcuni di questi cittadini sono tra gli esseri viventi più vecchi al mondo, ma non li rispettiamo. Gli tagliamo i capelli, le braccia e addirittura gli togliamo la vita, solo per la nostra comodità. Superano i 300 miliardi ma non ci tolgono spazio, anzi. Se ce ne fossero di più salveremmo il pianeta dalle conseguenze del cambiamento climatico. Perché senza di loro la Terra sarebbe una sterile palla di roccia. Sono le piante, gli esseri viventi più intelligenti al mondo, ma l’uomo non sembra capirlo. Per questo Stefano Mancuso,neurobiologo vegetale di fama mondiale, spiega ne La Nazione delle Piante, perché non possiamo farne a meno. «Ogni giorno decine di specie vegetali si estinguono e nessuno dice nulla. È incredibile, la nostra vita dipende da loro e non se ne parla mai».

Mancuso, perché ignoriamo le piante?

Per una questione culturale. Come animali capiamo solo ciò che ci è simile. Mentre le piante hanno seguito un’evoluzione così divergente rispetto alla nostra specie che per noi sono incomprensibili. E invece potrebbero insegnarci tanto perché rappresentano l’85% della vita sulla Terra mentre gli animali solo un misero 0,3%. Questo ci fa capire che le decisioni prese dalle piante forse sono state molto più sagge e fruttuose rispetto a quelle prese dagli uomini. Ma il nostro problema con le piante nasce nel nostro cervello.

Siamo stupidi?

No, o meglio non tutti. L’uomo da sempre ha una specie di mal funzionamento cognitivo studiato dalla neurologia. Si chiama Plant Blindness, cecità alle piante, ed è legata alla bassa capacità di calcolo del nostro cervello. Non riusciamo a processare tanti dati e invece le informazioni che ci arrivano attraverso i nostri sensi sono in numero incredibile. Soltanto attraverso i nostri occhi entrano un miliardo e mezzo di byte al secondo. E invece noi possiamo processarne qualche centinaio. Perciò filtriamo via tutto quello che pensiamo non sia rilevante per noi.

Perché?

Perché all’inizio della storia dell’umanità ci siamo evoluti in un ambiente con tanta vegetazione. Questo verde era dappertutto e sovraccaricava i nostri sensi. Per questo abbiamo imparato a isolarlo e a focalizzarci sull’arrivo di altri animali o esseri umani. Al tempo concentrarsi su di loro e non sulle piante era vitale per la nostra sopravvivenza. Questo meccanismo che ci ha aiutato agli inizi della nostra evoluzione oggi è un vero e proprio svantaggio perché ci impedisce di capire qual è il vero motore invece della vita sulla Terra.

Le piante.

Senza di loro non ci sarebbe la vita. Nel libro cito una foto scattata 51 anni fa, il 24 dicembre 1968 quando l’uomo per la prima volta riuscì a orbitare intorno alla Luna e a vedere la faccia nascosta del nostro satellite. L’astronauta William Anders scattò una foto, chiamata poi “L’alba della terra” dove per la prima volta nella storia dell’umanità vediamo quella meraviglia del nostro pianeta: un pallino blu, bianco e soprattutto verde.

Ecco, concentriamoci sul terzo colore, il verde, perché è così importante per la nostra sopravvivenza?

Perché quel verde ci rende unici rispetto a tutto il resto degli altri oggetti astronomici che conosciamo. Senza le piante non ci sarebbe l’acqua perché la temperatura della Terra sarebbe così elevata da farla evaporare. E poi è grazie alla traspirazione delle piante nella foresta amazzonica se si formano le nuvole, le perturbazioni e tutto i componenti del ciclo dell’acqua che a sua volta garantisce in tutto il mondo la pioggia, e quindi la vita, ciò che beviamo e mangiamo. Senza la vegetazione la Terra sarebbe come Marte.

Facciamo tante campagne per salvare i panda e i koala, ma paradossalmente se sparissero domani, l’uomo vivrebbe comunque. Mentre chi taglia gli alberi sta paralizzando la possibilità delle future generazioni di sopravvivere.

Potrebbe essere una soluzione per combattere le conseguenze negative del cambiamento climatico piantare più alberi? Magari anche nella nostra pianura padana.

È l’unica soluzione, ma non soltanto nella pianura padana, Dovremmo metterle dappertutto. E soprattutto in un luogo in cui non ci sono mai: nelle città. Le aree urbane rappresentano soltanto il 2 per cento delle terre emerse e producono oltre il 70% della CO2. Mi sembra così lampante allora la soluzione per invertire questo andamento del riscaldamento globale. Perché le piante sono migliaia di volte più efficienti nel assorbire CO2 inquinanti quanto più sono vicini alla sorgente che le produce.

Quindi dobbiamo rendere un po’ tutta l’Italia come l’Umbria.

Sì, ma ancora di più. Immagino una cosa rivoluzionaria. Le nostre città dovrebbero assomigliare ad Angkor (in Cambogia, ndr). Dobbiamo piantare vegetazione nei i tetti e sulle facciate di tutte le case. E non soltanto nei luoghi canonici come i parchi, i viali i giardini e le aiuole. Non esiste una giustificazione valida per cui non sia tutto coperto piante: tecnicamente ed economicamente non costerebbe nulla e i vantaggi che ne avremmo in termini ambientali, estetici di salute e psichici sarebbero incommensurabili.

C’è un tipo di piante che secondo lei dovremmo piantare di più?

Qualunque pianta va bene, basta che siano alberi alberi e alberi. La presenza delle piante è fondamentale per il nostro benessere. Non riusciamo neanche lontanamente a comprendere ciò che le piante fanno per noi. Quanto sono intelligenti.

Ce lo spieghi ora

Prima di tutto hanno un’organizzazione molto diversa dalla nostra. Noi siamo organizzati in modo gerarchico verticale, mentre le piante in modo orizzontale diffuso e decentralizzato, come internet. Basterebbe questo a renderle il simbolo stesso della modernità. Sono molto più resistenti di noi e si basano sulla comunità con tutti gli esseri viventi. La cosa più straordinaria è che le piante non possono spostarsi da un luogo in cui sono nate. Possono sopravvivere solo se hanno un ecosistema completo e per questo tutta la loro evoluzione è basata sul mutuo appoggio, la simbiosi e la comunità, piuttosto che sulla competizione o sulla predazione come invece sono i rapporti animali.

A proposito di logiche predatorie, l’umanità per evolversi ha dovuto abbattere gli alberi, distruggere le foreste.

La deforestazione è la cosa più imperdonabile. Talmente grave che dovrebbe essere trattato come un crimine contro l’umanità. Facciamo tante campagne per salvare i panda e i koala, ma paradossalmente, senza voler male a questi due meravigliosi animali, se sparissero domani, l’uomo vivrebbe comunque. Mentre chi taglia gli alberi sta paralizzando la possibilità delle future generazioni di sopravvivere. Greta e i suoi coetanei hanno ragione a protestare.

La scorsa settimana Luca Mercalli ci ha detto che ormai manca pochissimo prima che l’umanità raggiunga il punto di non ritorno. Lei che ne pensa? 

Non sono un catastrofista. Però stiamo correndo un pericolo molto serio. Il problema è che utilizziamo il nostro cervello come un bambino usa un martello: cioè per spaccare tutto. Ma poi il bambino quando cresce capisce che con quello stesso martello si può costruire qualcosa di meraviglioso. Ecco, sono fiducioso: rapidamente capiremo che le nostre azioni non sono compatibili con la nostra sopravvivenza.

Fonte

L’ecologa Suzanne Simard ha trascorso più di 30 anni a studiare le foreste canadesi facendo una incredibile scoperta: gli alberi “parlano fra di loro”, attraverso una vera e propria rete
di comunicazione sotterranea che si estende anche su lunghe distanze.
Una foresta è molto più di quel che si vede, afferma Suzanne Simard, ecologa che ha studiato per una vita le foreste canadesi. Sotto la superficie c’è un altro mondo, fatto di infinite vie biologiche attraverso cui gli alberi si connettono fra di loro e comunicano, comportandosi come parti di un unico grande organismo.
Venticinque anni fa, i primi esperimenti della Simard si concentrarono su tre specie: la betulla da carta, l’abete di Douglas e il cedro rosso del Pacifico. Usando degli isotopi di carbonio radioattivo per tracciare lo spostamento del carbonio tra le varie piante, rilevò come la betulla e l’abete comunicassero attivamente fra di loro, mentre il cedro si teneva in disparte.
In estate, la betulla inviava più carbonio all’abete di quanto questo ne inviasse alla betulla, soprattutto quando l’abete si trovava all’ombra. Ma in altri periodi dell’anno era invece l’abete a inviare più carbonio alla betulla, quando questa non aveva le foglie. Quindi, le due specie si aiutavano l’una con l’altra, ribaltando l’idea che le piante di una foresta siano in competizione, dimostrando come invece collaborino fra loro.
Come comunicavano la betulla e l’abete? La loro interazione avveniva non solo sul piano del carbonio, ma anche dell’azoto, del fosforo, dell’acqua, dei segnali di difesa, dei composti allelochimici e degli ormoni. Già altri scienziati avevano capito come dietro questa comunicazione potesse esserci la “micorriza”, l’associazione simbiotica tra un fungo e le radici di una pianta.
Quando vediamo i funghi, vediamo solo la punta dell’iceberg. Sotto di essi si diramano i filamenti fungini che formano il micelio, il quale infetta e colonizza le radici di tutte le piante e degli alberi.Quando le cellule fungine interagiscono con quelle radicali (delle radici) si verifica uno scambio di carbonio e nutrienti. La rete è così densa che possono esserci centinaia di chilometri di micelio sotto pochi passi. In pratica, il micelio connette diversi individui nella foresta, non solo della stessa specie ma anche di specie diverse, come appunto l’abete e la betulla: funziona più o meno come la rete Internet.
Costruendo la mappa di una parte della foresta canadese, Simard ha individuato in che modo i vari abeti di Douglas fossero connessi fra di loro, tramite i collegamenti fungini. Ha anche individuato come ci siano degli “alberi hub” o “alberi madre” che rappresentano i nodi principali della rete di comunicazione: questi alberi sono quelli che nutrono le piante più giovani, che crescono nel sottobosco.
Di fatto, un albero madre può essere connesso a centinaia di altri alberi. Ogni albero madre invia il proprio carbonio in eccesso, attraverso la rete micorrizica, alle piante più giovani che si trovano nel sottobosco, arrivando anche a limitare l’estensione delle proprie radici per fare loro più spazio. Grazie a ciò i giovani alberi hanno quattro volte più possibilità di sopravvivere.
Inoltre, quando gli alberi madre vengono feriti o muoiono, inviano dei messaggi di “saggezza” alle successive generazioni di plantule che stanno crescendo tutte intorno. Infatti, tracciando lo spostamento del carbonio e di altri segnali – che viaggiano da un albero madre ferito, dal suo tronco fino alla rete micorrizica, e da lì raggiunge le plantule vicine – si è scoperto che la pianta morente dà indicazioni utili che istruiscono le giovani piante su come affrontare meglio in futuro lo stesso tipo di stress.
La conclusione è che le foreste non sono semplicemente un insieme di alberi, sono sistemi complessi con centinaia di “alberi hub” e reti che si sovrappongono fra di loro, mettendo in comunicazione le varie specie vegetali, aprendo la strada all’adattamento e al feedback: tutto questo rende la foresta resiliente.
Tuttavia, la foresta è anche vulnerabile, non solo ai disturbi di origine naturale, come i coleotteri della corteccia che attaccano gli alberi più vecchi, ma anche al disboscamento a fini commerciali. Possiamo prelevare uno o due “alberi hub”, ma c’è un limite perché gli “alberi hub” sono come dei perni in un aeroplano. Possiamo prenderne uno o due, e l’aeroplano continuerà a volare, ma se ne prendiamo troppi, o se prendiamo quello che tiene le ali al suo posto, l’intero sistema crolla.

Piantare alberi fa bene alla salute. In un report tutti motivi per cui dovrebbe essere incluso nei finanziamenti pubblici

C’è un modo semplice ed economico per migliorare la salute delle persone: piantare alberi. Oltre ad essere belli e a rendere più gradevoli i nostri centri abitati, ci regalano infatti della preziosa aria pulita. Un report ci spiega perché la piantumazione di alberi dovrebbe essere inclusa nei finanziamenti per la salute pubblica.

Gli alberi abbelliscono le nostre città ma hanno anche il compito fondamentale di fornirci aria fresca e pulita che, come sappiamo, è qualcosa di cui abbiamo estremamente bisogno visti i picchi di inquinamento raggiunti negli ultimi anni soprattutto nei grandi centri abitati.

C’è chi ritiene per questo che dovremmo pensare agli alberi come ad una vera e propria infrastruttura di salute pubblica in grado di aiutare il benessere fisico e mentale dei cittadini. L’organizzazione americana Nature Conservancy si chiede perché piantare alberi non sia stato ancora incluso nei finanziamenti per la salute pubblica e ha prodotto un documento in cui spiega, dati alla mano, i motivi per cui questo dovrebbe essere fatto al più presto.

Nel paper si parla del piantare alberi come di una delle strategie più trascurate per migliorare la salute pubblica nelle nostre città. I benefici del verde nelle nostre città (e non solo), sono ben spiegati in questa infografica opera della stessa organizzazione americana.

benefici alberi

Tra l’altro c’è da considerare che, ogni anno, tra i 3 e i 4 milioni di persone in tutto il mondo muoiono a causa dell’inquinamento atmosferico (asma, malattie cardiache, ictus, ecc. dovuti proprio all’aria tossica che si respira ogni giorno). D’estate, poi, migliaia di morti sono conseguenza delle ondate di caldo torrido che si verificano nelle aree urbane. Gli studi hanno dimostrato che gli alberi sono una soluzione economica per vincere entrambe queste sfide.

Per elaborare il documento “Funding Trees For Health” sono stati presi come esempio gli Stati Uniti dato che in questa nazione meno di un terzo del bilancio dei vari municipi viene speso per mantenere e piantare alberi. Di conseguenza, le città del Nord America perdono ben quattro milioni di alberi all’anno.

Nel rapporto si descrive il problema, le sue cause, le criticità e le soluzioni per combatterlo. Si stima che con 8 dollari a persona all’anno, in media, si potrebbe prevenire la perdita di alberi e sarebbe anche possibile aumentare l’uso dei benefici che questi “polmoni verdi” ci assicurano. Il documento sostiene poi che, al momento, le città stanno spendendo meno nella cura o nella piantumazione di nuovi alberi rispetto ai decenni precedenti.

La mancanza o la presenza di alberi è spesso legata al reddito medio del quartiere dove si trovano e questo concretamente significa che vi è un’enorme disuguaglianza rispetto alle salute delle persone. Negli Stati Uniti, la differenza nelle aspettative di vita tra quartieri vicini può arrivare a variare addirittura di un decennio. I ricercatori sostengono infatti che gli abitanti dei quartieri dove si trovano meno alberi hanno maggiori problemi di salute rispetto a coloro che abitano in zone più verdi.

Che cosa fare?

Il documento propone una serie di suggerimenti che possono essere utilizzati da istituzioni ma anche da privati cittadini per favorire la piantumazione:

  • Attuare politiche che incoraggino i privati cittadini a piantare alberi
  • Collegare il finanziamento di alberi e parchi a obiettivi sanitari
  • Facilitare la collaborazione di agenzie di salute pubblica e agenzie ambientali
  • Educare la popolazione sui benefici della salute pubblica del piantare alberi così come sull’impatto economico delle zone verdi

Fonte

Felix Finkbeiner, ha 21 anni, e da quando ne ha 9 ha iniziato quella che è la sua passione più grande, salvare il pianeta piantando alberi, e riforestando la terra.

Inizia tutto in 4 elementare, quando la maestra assegna a tutti il compito di fare una ricerca sul cambiamento climatico, Felix passa tutto il weekend a fare ricerche e resta particolarmente scosso, fino a che si imbatte nel progetto di riforestazione globale dell’ambientalista e vincitrice del premio Nobel per la Pace Wangari Muta Maathai, che aveva contribuito a piantare 30 milioni di alberi in Kenya in 30 anni

A soli 9 anni Felix parla alla sua classe, poi al preside e alla sua scuola,

“Dobbiamo piantare anche noi 30 milioni di alberi in ogni paese del mondo”

dopo poche settimane la scuola decise di assecondare il progetto del ragazzo, e piantare il primo albero, da li altri istituti coinvolti nel progetto decisero di entrare a farne parte, creando un progetto cittadino di cui molte scuole diventano sostenitrici

“Era il 2007, e dopo solo un anno ne avevamo piantati 50 mila. Nel 2011 abbiamo sfondato quota 1 milione, rimanendo solo in Germania“

Così Felix fonda l’associazione Plant for the Planet una Ong per tutelare e rafforzare le foreste della terra, e che un albero alla volta, in più di 10 anni ha riforestato la terra piantando 15 miliardi di alberi e punta e piantarne un trilione nei prossimi anni.

dalle donazioni private, agli eventi pubblici, il coinvolgimento di grandi imprese e multinazionali, autorità politiche l’associazione inizia a farsi conoscere e Feliz si ritrova, a poco più che 10 anni a parlare del suo progetto di fronte al Parlamento Europeo e a prendere parte al Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente.

Felix Finkbeiner alle Nazioni Unite

poi le Plant-for-the-Planet Academies eventi organizzati in molte parti del mondo per con 67 mila persone che hanno partecipato per studiare e trovare soluzioni al cambiamenti climatico.

Intanto Felix porta avanti sia i suoi studi, che la vita da attivista, fondatore di un movimento globale per la riforestazione del pianeta, ha preso una laurea in Relazioni internazionali a Londra, Felix sta continuando i suoi studi in Svizzera, con un Phd a Zurigo in Ecologia e scienze ambientali

Mentre in veste di fondatore di Plant for the Planet ha appena preso al 9° forum internazionale su alimentazione e nutrizione organizzato il 27 e 28 novembre dal Barilla Center for Food & Nutrition

Felix ha raccontato che un albero è in grado di assorbire tra i 10 e i 20 kg di Co2 all’anno, dato l’elevato livello di inquinamento prodotto dall’uomo a livello globale il progetto non poteva rimanere chiuso nei confini tedeschi, doveva diventare un progetto mondiale,

e così è stato, e un progetto nato a scuola dall’impegno di un bambino di 9 anni, si è trasformato in un movimento globale, ma siamo solo all’inizio

quest’anno Felix ha lanciato la sfida più grande, è la “Trillion tree campaign” partita quest’anno, che punta a piantare un trilione di alberi nei prossimi 30 anni per riforestare il pianeta.

Un numero che ha dietro una precisa logica, corrisponde alla quantità massima di alberi che possono essere piantati ancora sulla Terra facendo riferimento al lavoro pubblicato su Nature dal Dr. Tom Crowther dell’Università di Yale.

“Se noi piantiamo questi alberi, non risolviamo certo di colpo la crisi climatica. Ma possiamo contribuire all’eliminazione di un quarto delle emissioni inquinanti prodotte dall’uomo.”

Piantare nuovi alberi servirà anche a combattere la desertificazione, a rendere l’agricoltura più efficace grazie all’agroforestazione. Inoltre, questi regolano il ciclo dell’acqua e rendono il suolo più produttivo, proteggendo anche la nostra biodiversità”

Spiega Felix che intanto entro la fine dell’anno, lancerà una piattaforma web in cui tutte le organizzazioni che combattono la deforestazione del mondo, potranno condividere dati, ricerche e mostrare il proprio lavoro, i propri obiettivi ed unirsi per combattere contro la desertificazione del nostro pianeta.

Insomma, si parla spesso di giovani un pò spenti e senza tante idee, Felix Finkbeiner dimostra come ci sono ancora tanti casi di millennials pieni di voglia di fare, e che portano avanti progetti che possono veramente salvare il mondo.

ParadiseFruit.it

Fonti : Businessinsider.com

La Monsanto ha brevettato la sterilità. Ci vendono un seme che cresce fa il frutto e poi muore.
E noi dobbiamo ricomprarlo. In natura invece quel seme avremmo potuto ripiantarlo infinite volte e avremmo sempre avuto il frutto.

Questo porterà alla più grave perdita per l’umanità: la perdita della sovranità alimentare.

Ascoltate le parole di Erri De Luca intervistato a Indovina Chi Viene A Cena, Rai3

La Monsanto ha brevettato la sterilità. Ci vendono un seme che cresce fa il frutto e poi muore. E noi dobbiamo ricomprarlo. In natura invece quel seme avremmo potuto ripiantarlo infinite volte e avremmo sempre avuto il frutto. Questo porterà alla più grave perdita per l'umanità: la perdita della sovranità alimentare.Ascoltate le parole di Erri De Luca intervistato a Indovina Chi Viene A Cena, Rai3

Опубліковано Mirko Busto Четвер, 20 жовтня 2016 р.