La ricerca della felicità è qualcosa di antico come l’uomo. Da millenni ci interroghiamo su cosa sia, come si raggiunga e come si mantenga quella sensazione così effimera e meravigliosa che chiamiamo felicità.

Al giorno d’oggi c’è una tendenza diffusa a credere che il fine ultimo di questa ricerca sia il denaro.

Quante volte abbiamo sentito dire che il denaro rende felici? Per assurdo, però, questa idea nasce quasi sempre in coloro che non ne hanno tanto.

Perché in quanto esseri umani tendiamo sempre a desiderare ciò che non abbiamo e a vedere in ciò che non riusciamo a ottenere la soluzione a tutti i nostri problemi.

Che sia il partner giusto, un’automobile sportiva, una casa più grande, vestiti più costosi o, molto semplicemente, sempre più soldi.

Ma i soldi fanno davvero la felicità?

Il denaro di per sé è veramente in grado di regalarci quel mix di sensazioni meravigliose che ci fanno sorridere con il cuore?

Questa è una domanda che si pongono tantissime persone. Tra queste c’era anche una coppia statunitense che ha trovato una risposta certa viaggiando.

Si chiamano Corey ed Emily e dopo un lungo percorso personale sono ormai sicuri: non è la ricchezza materiale che porta felicità. È un tipo di ricchezza diverso, molto più complesso e astratto.

Corey ed Emily sono nati e cresciuti negli Stati Uniti, ma (come tanti altri) si sono presto sentiti traditi dal “sogno americano”: seguire il percorso tradizionale fatto di scuola, lavoro, famiglia e ferie forzate non li aveva resi per niente realizzati.

Così, un giorno hanno deciso di mettere in discussione tutta la loro vita.

La Vanlife di Corey ed Emily

“Il nostro esperimento nasce nel 2013”, raccontano sul loro blog. “Ci siamo chiesti: è possibile vivere una vita nomade e avventurosa, ma nel frattempo lavorare in remoto per guadagnarci da vivere?Quali opportunità e sfide nasceranno da questa scelta di vita? Cosa impareremo? E soprattutto, ne varrà la pena?”

Come tante altre persone in tutto il mondo, Corey ed Emily cercavano una vita che li soddisfacesse e li realizzasse, perché quella tradizionale non faceva altro che deprimerli.

Così, sono partiti.

“Alla fine abbiamo deciso di vagare alla ricerca di avventura, libertà e verità“, raccontano. “Abbiamo finanziato la nostra nuova vita lavorando in remoto dal computer. Ci sono stati tanti sali e scendi… meteo inclemente, crisi, ossa rotte, meraviglia, bellezza, coraggio, nuove prospettive e nuovi amici. Oggi siamo in viaggio no-stop da quattro anni“.

La coppia ha passato quattro anni on the road mantenendosi come sviluppatori web e guide di trekking. Lo ha fatto a bordo della loro casa mobile: un van Volkswagen Westfalia del 1987 che hanno ribattezzato “Boscha”.

Con questo mezzo, Corey, Emily e il loro cane Penny Rose hanno viaggiato per oltre 100.000 chilometri nel continente americano.

Hanno vissuto la vera Vanlife, fatta di pochi beni materiali ma tanto amore ed emozioni quotidiane.

Hanno scoperto luoghi straordinari, dormito sotto le stelle e apprezzato il potere infinito della natura, che sa come far sentire piccoli e insignificanti i problemi di tutti i giorni.

Cosa hanno imparato da questo lungo viaggio che è diventato la loro vita? Soprattutto due lezioni.

#1 La vita è qui e ora 

La prima è che “niente è impossibile e niente è garantito“. Per questo motivo, tutto va apprezzato al massimo in ogni secondo. Rinunciare ai propri sogni è una tragedia, perché nulla dura per sempre. Se desideri qualcosa, fai di tutto per ottenerla il prima possibile e goditela al massimo.

#2 La felicità è una questione di ricchezza interiore

La seconda lezione che hanno imparato riguarda la felicità.

Dopo quattro anni passati a vivere on the road, la coppia è certa che la felicità si ottenga con la ricchezza, ma non quella materiale: quella strettamente personale, emotiva e spirituale.

Vivere in un van significa non avere molto ma al tempo stesso avere tutto ciò di cui si ha bisogno. È tutta una questione di prospettiva:

“Io possiedo una casa”, dice Emily. “È una casa bianca, e ha persino un piano superiore e una cucina completa. Si può dormire tranquillamente in quattro, nella mia casa. Però ha quattro ruote. La mia casa è un Volkswagen Vanagon. È stupenda, ma non nel senso di bellezza che va di moda oggi”.

Secondo la coppia, il problema che attanaglia molte persone infelici al giorno d’oggi riguarda proprio l’incapacità di accettare punti di vista alternativi.

Così come Emily vede in un veicolo con quattro ruote una casa, tutti dovrebbero cambiare prospettiva per scoprire la felicità. E il primo passo è cambiare prospettiva sul concetto di ricchezza:

“Siamo davvero ricchi quando lavoriamo non solo per i soldi, ma per uno scopo. Quando usciamo dalla nostra comfort zone per cercare l’avventura. Quando seguiamo le nostre passioni e accettiamo le nostre differenze. Quando facciamo del nostro benessere la priorità e realizziamo che le opinioni degli altri non sono una nostra responsabilità”.

La felicità è tutta una questione di ricchezza interiore, quella che ti riempe il cuore di emozioni intense e la mente di ricordi preziosi e indimenticabili.

Ognuno di noi deve puntare alla propria personale felicità. Per Corey ed Emily si tratta della Vanlife:

Viviamo in un van semplicemente perché è ciò che amiamo fare. Questa scelta di vita ci ha aiutati a trovare la vera ricchezza”.

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Ci hanno fatto credere che “il grande amore” capita solo una volta, in genere prima dei 30 anni. Non ci hanno invece detto che l’amore non risponde a nessun ordine e non arriva in un momento preciso.

Ci hanno fatto credere che ognuno di noi ha un’anima gemella e che la nostra vita ha senso solo se la incontriamo. Non ci hanno detto che siamo nati già completi, che non abbiamo bisogno di nessuno per perfezionarci.

Ci hanno fatto credere nella formula “due in uno”: due persone che pensano allo stesso modo e agiscono allo stesso modo fanno sempre funzionare le cose. Non ci hanno detto che questo, in realtà, si chiama “annullarsi” e che, solo avendo una personalità individuale, potremo avere una relazione sana. Ci hanno fatto credere che il matrimonio è obbligatorio e che i desideri al di fuori di esso devono essere repressi.

Ci hanno fatto credere che le persone belle e magre sono più amate. Ci hanno fatto credere che c’è un’unica formula per essere felici, la stessa per tutti, e che coloro che la evitano sono condannati a restare al margine della vita.

Non ci hanno raccontato che le formule di questo tipo sono sbagliate, che ci rendono persone frustrate e alienate e che a esse ci sono delle alternative.

Nessuno vi dirà nulla di tutto ciò, ognuno di voi lo dovrà scoprire da solo. Da quel momento in poi, quando sarete sufficientemente innamorati di voi, potrete essere felici ed innamorarvi di qualcun altro.

“Viviamo in un mondo in cui ci nascondiamo per fare l’amore, mentre la violenza e l’odio si diffondono alla luce del sole”. – John Lennon

Abbiamo dimenticato il nostro posto nel mondo. Abbiamo paura di non realizzare le aspettative, di non trovare l’amore della nostra vita, di non trionfare, di non raggiungere le mete, di non nascere, crescere e riprodurci.

In fin dei conti, ci siamo sottomessi a ciò che gli altri si aspettano da noi. Siamo arrivati a un punto nel quale non sappiamo né rispettarci né pensare a noi stessi. Non siamo in grado di mostrare la parte più meravigliosa che c’è dentro di noi.

Non potete vivere senza di voi

Imparate a dire “mi amo” prima di dire “ti amo”: il vostro amore si fortificherà.

Ricordatevi che senza di voi non potete fare niente. Non potete vivere, respirare, sorridere, innamorarvi, … Questo ragionamento, apparentemente così ovvio e semplice, nasconde una premessa fondamentale che dovrebbe sempre guidare la vostra vita: prendetevi cura di voi stessi e, se necessario, aiutate gli altri affinché si prendano cura di loro.

Offrendo totalmente la nostra vita e il nostro coraggio agli altri e alla loro felicità, otteniamo poco o niente. Ciò non significa che dobbiamo infischiarcene degli altri, ma che dobbiamo raggiungere un equilibrio e non dimenticarci dell’importanza di focalizzarci sulla nostra crescita personale.

Le radici del nostro albero

“Se l’amore fosse un albero, le radici sarebbero il tuo amor proprio. Quanto più ami te stesso, più frutti per gli altri darà il tuo albero e più a lungo durerà.”

Walter Riso

Far sì che la cura di noi stessi si rifletta sugli altri non è facile, ma ne vale la pena.Quando si parla d’amore, c’è sempre qualcosa da guadagnare; a questo scopo, dobbiamo prenderci cura delle nostre radici innaffiando il nostro albero: solo così potrà diventare grande e forte.

Quando il vostro “io” interiore viene trascurato, tutto ciò che sta attorno a voi ne risente. Non potete permettere a voi stessi di dare tutto agli altri e rimanere vuoti dentro, poiché, così facendo, si creerà in voi un sentimento di tristezza insopportabile.

Perciò, innamoratevi prima di tutto di voi stessi, prendetevi cura di voi. Amate la vita per poter amare in maniera piena e senza dipendenze. Dovete coltivare la vostra felicità, per poi essere capaci di condividerla con gli altri. Se date affetto al vostro albero e lo innaffiate tutti i giorni, i suoi frutti cresceranno sani e colmi di energia positiva.

Immagine principale per gentile concessione di AJCass

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written by Gianluca Gotto


Fin da bambini siamo portati a credere che i soldi facciano la felicità. Riversiamo il nostro desiderio di sentirci bene sugli oggetti, come se fossero effettivamente l’origine del benessere.

Cresciamo convinti che le cose ci rendano felici e di conseguenza diventiamo ossessionati dal denaro. Perché senza denaro, non possiamo acquistare tutti quegli oggetti che vediamo dappertutto: in televisione, sui social network, sui giornali, indosso alle persone famose e sorridenti.

Fin dalla tenera età, ci convinciamo che il denaro sia il bene più prezioso.

Non solo iniziamo a giudicare gli altri in base a questo parametro (più ne hai, più vali), ma facciamo dei soldi la nostra ossessione.

Per molti, l’equazione “+ denaro = + cose = + felicità” è una verità intoccabile.

Il problema è che tutti noi, prima o poi, ci ritroviamo in un punto della nostra vita nel quale il denaro non conta assolutamente niente.

E quando ci arriviamo, ci rendiamo conto che c’è un bene molto più prezioso.

La morte e l’importanza del tempo

Non esiste niente di più democratico della morte.

In quel momento, il tuo conto in banca e gli oggetti che hai accumulato non valgono assolutamente niente. Ognuno di noi prende percorsi di vita differenti, ma arrivati a quel punto siamo tutti uguali.

E con una certezza quasi assoluta, posso dire che qualsiasi persona in procinto di morire pensi che il bene più importante non sia il denaro, ma il tempo. Se potesse, darebbe via tutto ciò che possiede per avere più tempo.

I soldi si possono accumulare e perdere. Si può essere ogni giorno più ricchi o più poveri. Gli oggetti si acquistano, si rompono e si buttano per acquistarne altri.

Si può sempre trovare un modo per aumentare il proprio denaro o i propri beni, ma non c’è nessun modo per aumentare il proprio tempo a disposizione.

Sembra scontato, vero?

Eppure non lo è. Pensaci: fin da piccoli siamo stimolati a inseguire tante cose, ma non il tempo.

Ci viene detto di studiare per ottenere un bel lavoro, che ci permetta di comprare una casa grande e un’automobile potente.

Quando diventiamo adulti, quell’istinto è ancora dentro di noi, più forte che mai.

Infatti non scegliamo il lavoro che più ci piace e gratifica, ma quello che paga meglio.

Il falso mito che vuole la ricchezza materiale uguale alla felicità ci contagia da piccoli e ci spinge, da grandi, a non dire mai di no di fronte all’opportunità di fare soldi.

Anche quando non ne avremmo alcun bisogno. Anche a scapito delle nostre relazioni, delle nostre passioni e della nostra salute.

Più lavoriamo e più siamo euforici, perché non pensiamo ad altro che al denaro che guadagneremo. Ma in realtà si tratta di un’illusione.

Forse la più grande illusione dei nostri tempi.

Mentre insegui il denaro, il tempo passa inesorabile

Lavori, lavori e lavori, inseguendo una ricchezza che non sarà mai sufficiente.

Perché se quando hai zero ti sembra fantastica la prospettiva di avere 100, quando finalmente hai 100 pensi che sarebbe grandioso avere 1.000. E quando arrivi a 1.000 ti chiedi: “Perché non arrivare a un milione?”

Nel frattempo, il tempo passa. Inesorabile.

Le giornate filano via senza lasciare traccia. Sono tutte maledettamente uguali, perché si basano su attività ripetitive: ogni giorno ti rechi in ufficio e ripeti sempre le stesse azioni.

Giorno dopo giorno, decennio dopo decennio.

Ci sono persone molto fortunate, che amano profondamente il proprio lavoro.

In loro ho sempre visto una felicità rarissima: quella di occupare il tempo e guadagnarsi da vivere facendo ciò che effettivamente gli piace.

La stragrande maggioranza degli esseri umani, però, non ama il proprio lavoro.

Il paradosso di preferire il denaro al tempo

Tanti si svegliano ogni mattina con il malumore e si presentano in ufficio nervosi. Quando capiscono di essere insoddisfatti, hanno una sola possibilità per tirare avanti: anestetizzare la mente.

Rendere la mente impermeabile a quei pensieri pericolosi (uno su tutti: “non è che sto buttando la mia vita?”) è l’unico modo per continuare ad inseguire il guadagno materiale.

Ed è quello che tutte le istituzioni ci inculcano fin da piccoli: fatica, rinuncia, soffri, porta la croce, e (forse) un domani verrai ricompensato.

Ma il denaro che ricevi in cambio non è in grado di comprare il tempo perso a essere infelice e insoddisfatto.

Uno dei più grandi paradossi dei nostri tempi risiede nel desiderio che milioni di persone fanno sul posto di lavoro:

“Spero che oggi il tempo passi in fretta”

Non è forse un pensiero assurdo? Come si può sperare che l’unico bene impossibile da recuperare o acquistare finisca velocemente?

Sembra pura follia, eppure, quando si è accecati dall’idea di guadagnare soldi, anche questo ragionamento appare sensato.

Purtroppo non lo è. L’idea che la felicità sia legata al denaro, si basa su un’altra grande illusione.

Non invidi i soldi dei miliardari, ma il loro tempo

Tutti invidiano i miliardari, ma per il motivo sbagliato.

Crediamo di ammirare le loro vite per i soldi che hanno in banca.

In realtà non è così: ciò che invidiamo è il tempo che hanno a disposizione.

Sai perché vorresti essere il milionario di turno su Instagram? Perché possiede il tempo di fare ciò che vuole.

Gran parte delle persone sono costrette a lavorare almeno cinque giorni su sette, spesso otto ore al giorno. È un’attività logorante, che priva di energie e non permette di fare ciò che si desidera.

Ciò che differenzia davvero i miliardari non sono le auto di lusso e le ville con la piscina.

Il loro bene più prezioso non è il denaro, ma il tempo che hanno a disposizione per fare ciò che vogliono.

Il denaro, di per sé, non rende felici.

Se lo crediamo è perché in fondo siamo convinti che avere tanti soldi significhi avere più tempo da dedicare a noi stessi, ai nostri cari e alle nostre passioni.

La felicità è nelle emozioni, non nelle cose

Pensa ai momenti più belli della tua vita. Scommetto che nessuno di questi è strettamente legato a un oggetto o al denaro.

È una domanda che ho posto più volte nel corso della mia vita e dei miei viaggi, a persone da tutte le parti del mondo.

Ho ricevuto risposte di ogni tipo, ma in nessun caso mi è stato detto “quando ho comprato l’ultimo iPhone” oppure “quando ho ricevuto lo stipendio“.

Mi è stato risposto “quando mi sono laureato“, oppure “quando ho fatto il cammino di Santiago” o ancora “quando sono diventata madre“.

Una ragazza mi ha parlato con gli occhi pieni di gioia di quando ha ricevuto la prima proposta di lavoro dopo essersi licenziata per diventare una freelance.

Anche in questo caso, non è stato il denaro che avrebbe ricevuto a renderla felice, ma la soddisfazione personale di aver realizzato un sogno.

Uno dei motivi per cui ho aperto Mangia Vivi Viaggia è condividere il vero senso della felicità. Che non sta nelle cose, ma nelle esperienze, nelle sensazioni, nei rapporti con gli altri.

Niente di tutto ciò deve per forza avere a che fare con il denaro. Se crediamo che i soldi facciano la felicità è solo perché ci illudiamo che ci siano in grado di comprare quelle emozioni.

La felicità, molto spesso, è gratis.

La felicità non è cara

In certi casi il denaro aiuta a essere felici. È inutile negarlo.

Ad esempio, se hai sempre desiderato visitare il campo base dell’Everest in Nepal, sai benissimo che devi avere da parte almeno qualche migliaio di euro per arrivarci.

La vera domanda è un’altra: è davvero necessario essere ricchi per essere felici?

La risposta è una sola: no. Non devi avere molto per vivere bene.

Riempi la tua vita di emozioni e sarai felice

Moltissime esperienze meravigliose sono gratuite (o quasi). Ci fanno sentire vivi, pieni di gioia, realizzati. Ci rendono felici, insomma, pur non essendo oggetti costosi.

Pensa a quando ti sei innamorato per la prima volta. Oppure a quando hai raggiunto un importante traguardo personale o semplicemente hai fatto ridere un’altra persona.

Quanto eri felice in quei momenti?

Si può essere davvero felici anche senza avere niente. C’è chi vive di sole emozioni ed esperienze.

E se ti sembra di non esserne in grado, magari perché sei stato corrotto da anni di educazione improntata al consumo e all’importanza del denaro, puoi anche costruirti la tua felicità spendendo poco.

D’altronde, quanto costa un viaggio nel sud-est asiatico con lo zaino in spalla?

Poco, eppure ti permette di visitare luoghi meravigliosi e conoscere persone da tutto il mondo. Ci sono centinaia di viaggiatori che indicano in quell’avventura low cost il momento più bello della loro vita.

Quando viaggi ti capita di fermarti e sorridere, senza alcun motivo. Ti viene da pensare che la vita sia bellissima.

Devi essere milionario per provare queste sensazioni?

No. Ti bastano pochi soldi, se non addirittura nessuno.

La felicità è nel tempo, non nel denaro

Ciò che ti serve davvero è il tempo.

Il tempo di viaggiare, esplorare, conoscerti, innamorarti, sentirti pieno di vita.

Il tempo è il bene più prezioso che abbiamo e dovremmo dargli tutta la nostra priorità.

Dovremmo scegliere un lavoro che ci tenga occupati il minor tempo possibile, oppure un lavoro che ci piaccia profondamente.

Un’esistenza vissuta a pieno non è quella di chi passa quarant’anni dentro quattro mura a digitare cifre di fronte a uno schermo. Quando vai in pensione e sei privo di forze, non saprai che fartene di tutti i soldi accumulati.

Quello che ho capito incontrando sulla mia strada molti folli e sognatori, gli stessi che racconto su Mangia Vivi Viaggia, è che il vero scopo della vita non può mai essere il semplice arricchimento monetario.

Ciò che ci farà sorridere, da anziani, è guardarci indietro senza rimpianti ma con il cuore pieno di ricordi meravigliosi.

Non si può comprare la consapevolezza di aver dato un senso al nostro percorso su questa terra.

Imparare ad essere come il tempo

È vero: cercare di avere più tempo libero non è facile. Ma vale la pena provarci, perché il tempo scorre inesorabile.

Al tempo non importa niente del denaro, delle responsabilità, di ciò che gli altri ritengono giusto.

E a volte anche noi dovremmo essere come il tempo: smettere di pensare agli obblighi, alle responsabilità e a “ciò che è giusto”. A volte, semplicemente, dovremmo scorrere inarrestabili verso la nostra felicità.

Feature image IG @thenomad

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La definizione scientifica di “Vita” è esattamente “ciò che si nutre”. Cioè la “Vita” riguarda ciò che attua continuamente una dinamica nutrizionale, vale a dire esattamente “unità strutturali specifiche che entrano e altre unità strutturali specifiche che escono” (ad esempio, noi mangiamo solo alcune volte al giorno, ma ogni nostra singola cellula si nutre in continuazione, proprio 24 ore su 24, “bruciando” in continuazione il Cibo che abbiamo ingerito, anche solo per mantenere continuativamente la nostra temperatura corporea).

Infatti, anche la definizione etimologica di “Vita” riguarda sempre proprio la Nutrizione, avendo esattamente la stessa radice etimologica delle parole “Vitto”, o “Vivanda”, o “Viveri”, che significano sempre la stessa identica cosa: “Cibo”.

È difficile formare una struttura macroscopica organica che non sia vivente, in quanto essa tende ad essere degradata velocemente nelle sue componenti strutturali più piccole, sia per motivi interni che esterni ad essa. È anche per questo motivo che la natura ci ha messo oltre 4 miliardi di anni per riuscire (solo circa 60 milioni di anni fa) a costruire una struttura organica macroscopica che non sia Viva, ma che, allo stesso tempo, si conservi intatta almeno per un certo tempo; questa struttura è quindi non solo, proprio biochimicamente, evolutissima, ma addirittura l’unica struttura organica macroscopica sull’intero pianeta che non è assolutamente viva: il Frutto.

Il Frutto nasce, infatti, proprio come difesa della pianta, che, addirittura fin dall’inizio della fase primordiale pluricellulare in poi (dopo, cioè, la fase unicellulare in cui il ciclo H si chiudeva proprio con un “microfrutto” primitivo, già privo di vita, in quanto oligomolecolare), ha sempre dovuto combattere per non farsi mangiare parti vitali di se stessa, esattamente dalla componente animale più vicina.

Per far ciò, la pianta ha dovuto “inventare” una struttura organica “esterna” ad essa, esclusivamente a scopo nutrizionale, appunto il Frutto, e poi, per rendere chiarissimo all’animale che è solo ed esclusivamente quello che deve mangiare, ed assolutamente non altro (qualsiasi altra cosa, come foglia, fusto o radice, danneggerebbe enormemente o ucciderebbe la pianta stessa), lo ha Colorato (per attrarre visivamente l’animale), lo ha Profumato (per attrarre olfattivamente l’animale), lo ha reso Dolce e Gustoso (per innescare anche l’attrazione gustativa dell’animale), ecc.

Quindi, quando la Pianta, circa 60 milioni di anni fa, ha “inventato” il Frutto, ha creato la prima e unica struttura macroscopica organica non vivente, e lo ha fatto, dunque, solo ed esclusivamente a scopo nutrizionale animale, proprio per non farsi come minimo danneggiare, uccidendo altre sue parti, viventi, appunto. In altre parole, il Frutto non è vita, né tanto meno un Essere Vivente, ma solo ed esclusivamente una Struttura Nutrizionale.

E, mangiando un Frutto, non solo non si danneggia, né tanto meno si uccide nessuno (è stato creato dalla Pianta proprio per questo), ma addirittura si consente alla Pianta la sua riproduzione (disseminazione zoocora), gettando poi il seme (epizoa, tipica dei primati, compreso l’Uomo), o defecandolo (endozoa, tipica degli uccelli). A conferma di tutto ciò, è la fisiologia stessa del Frutto. Il Frutto è l’ingrossamento dell’ovario di un fiore.

Quando inizia questo ingrossamento il Frutto è verde (Frutto acerbo), proprio perché sulla sua struttura esterna ci sono i Cloroplasti, che gli servono per letteralmente costruire tutte le sostanze nutrizionali, proprio accumulando le quali, il Frutto trae il suo stesso ingrossamento; quando l’ingrossamento è terminato (Frutto maturo), i Cloroplasti si trasformano in Cromoplasti (da “Cromo”=Colore) ed il Frutto si colora.

Allo stesso tempo dal Picciolo di collegamento con la Pianta non passa più Linfa, il metabolismo parziale precedente (comunque non vitale, in quanto solo di entrata e non di uscita) del Frutto cessa del tutto, e si trasforma tecnicamente in stasibolismo (cioè non vitale, vale a dire senza unità strutturali specifiche in entrata o in uscita dal Frutto; il termine “stasibolismo” deriva proprio dal fatto che non c’è più assolutamente vita, il Frutto non ha più nessun cambiamento strutturale, da cui è assolutamente impossibile usare più nemmeno la parola vitale “metabolismo” in quanto deriva da “metabole” che vuol dire invece proprio esattamente “cambiamento”), rimanendo, dunque, solo la biochimica antidegradativa (esclusiva dello stasibolismo), cioè quella biochimica minima assoluta che gli consente di non degradare organicamente le sue strutture per un certo tempo (proprio in
attesa di essere mangiato).

Dunque, per definizione stessa di “Vita”, cioè “unità strutturali specifiche che entrano ed unità strutturali specifiche che escono”, il Frutto non è mai Vivo, né in fase di maturazione in corso, in quanto non ci sono “unità strutturali specifiche che escono”, né tanto meno in fase di maturazione completata, in quanto addirittura non ci sono più né “unità strutturali specifiche che entrano” (dal Picciolo non entra più Linfa), né “unità strutturali specifiche che escono” (cioè non vengono appunto mai utilizzate per vivere, proprio perché servono solo ed esclusivamente a far vivere chi ne mangia).

In sintesi biologica, quindi, mentre la “Vita” è “ciò che si Nutre”, il Frutto è, diversamente, “ciò che nutre”. Ma per capire tutto ciò bastava anche una minima logica, visto che il Frutto non solo non si Nutre, ma palesemente nemmeno si Riproduce, e quindi nemmeno fa figli, tutte caratteristiche che, invece, sono sempre potenzialmente presenti in assolutamente tutti gli esseri “Viventi”.

Conclusione, quando si sente chiedere “ma anche con la Frutta non si uccide?” si può subito rispondere: “Assolutamente no, in quanto il Frutto non è un Essere Vivente, ma una struttura nutrizionale”. E si può anche aggiungere: “non solo non si uccide nessuno, ma addirittura si salva la Vita della Pianta(Embrione), in quanto si consente la sua Riproduzione”.