Le calorie applicate all’alimentazione sono un mito da sfatare con nessun fondamento scientifico. E’ incredibile come abbiamo sempre dato per scontata la questione delle calorie senza farci qualche domanda. In questo articolo spiego cos’è la caloria e perché non ha alcun senso applicarla al cibo e alla dieta, citando alcuni dottori che hanno già scoperto questa bufala.

COS’E’ LA CALORIA

Il potere calorico di una sostanza è la quantità di calore ottenuta dalla combustione completa di un grammo di quella sostanza, e si misura in calorie.

La grande caloria, o semplicemente caloria (kcal) è la quantità di calore necessario ad alzare di 1 grado centigrado ( da 14,5 °C a 15,5 °C) la temperatura di 1 chilogrammo di acqua.

Il potere calorico viene determinato con i calorimetri (combustibili gassosi) o con la bomba calorimetrica (solidi e liquidi).

QUANDO E’ STATA APPLICATA ALL’ALIMENTAZIONE

Il chimico statunitense Wilbur Olin Atwater fu il primo ad applicare il CONCETTO di caloria all’alimentazione. Come afferma wikipedia, nelle sue ricerche, Atwater applica il primo principio della termodinamica che prima di lui era stato già usato in studi sull’alimentazione e sul metabolismo degli animali, ma non era stato applicato all’uomo perché si riteneva che l’uomo fosse naturalmente diverso e che a lui non si applicassero le medesime leggi fisiche e chimiche valide nel mondo animale. Atwater determinò che una certa percentuale (inferiore al 10%) del cibo ingerito non viene digerita, e quindi non fornisce alcun apporto calorico. Nell’ambito del restante 90%, cioè del cibo digerito, proteine e carboidrati producono mediamente circa 4 kilocalorie per grammo, i grassi 9 kcal/gr. L’alcool è a 7 Kcal/gr.

 

L’UNIVERSITA’ DI HARVARD AMMETTE L’ERRORE DELLA CALORIA

Rachel Carmody, ricercatore dell’Università di Harvard, chiede che il sistema Atwater sia completamente da rivedere essendo ampiamente usato per determinare i valori calorici con un metodo vecchio di 140 anni riconosciuto non valido. Così spiega nel Daily Mail: “I valori calorici riportati sulle etichette degli alimenti non colgono i costi importanti della digestione che sono in genere inferiori per gli alimenti trasformati e superiore per gli oggetti non modificati. Quindi, anche se due alimenti potrebbero avere lo stesso numero di calorie su carta, queste calorie non sono necessariamente ugualmente disponibili per l’organismo. In alcuni casi, i valori calorici riportati potrebbero differire dall’effettiva raccolta di energia di ben il 50%”

L’UOMO NON E’ UNA STUFA

ll professor Paolo Manzelli, docente di chimica-fisica e direttore a Firenze del Laboratorio di ricerca e educazione innovativa afferma: «Il corpo dell’ uomo non è una macchina e la caloria non può essere applicata al vivente. Un errore consolidato nella società industriale, ma nel passaggio alla conoscenza l’equazione energia-lavoro meccanico è falsa. L’essere vivente non è uno scambiatore di calore come una stufa, perché il calore lo disperde. Ci si dovrebbe piuttosto soffermare sulla qualità degli alimenti…»

IL DIMAGRIMENTO NON E’ UNA QUESTIONE DI CALORIE

Come afferma la Dott.ssa Veronica Pacella: “Gli ultimi studi dimostrano che quando il corpo umano vede diminuire l’introito di cibo mette in moto dei meccanismi legati alla primordiale paura di morire di fame. Inizia quindi a diminuire i suoi consumi e a rallentare il metabolismo basale, attingendo spesso alla “massa magra” per ricavare energia (cioè i muscoli) e non a quella “grassa” come molti pensano. Il risultato è un dimagrimento temporaneo, perché appena si ricomincia a mangiare “normalmente”, l’organismo, che conserva ancora il segnale di “allarme”, tenta di immagazzinare tutto il cibo che gli è possibile in vista di una futura carestia e quindi si ritorna in sovrappeso.

Il sovrappeso ha diverse cause e può derivare da sedentarietà, da un metabolismo rallentato, da disfunzioni ormonali e da intolleranze alimentari. Sta allo specialista individuarne il motivo e rimettere in moto l’organismo affinché reagisca al meglio agli stimoli nutrizionali, che non corrispondono necessariamente alla quantità di cibo e che dovrebbero sfruttare l’azione che ogni alimento esercita nell’organismo.”

Insomma le calorie, ovvero la capacità di produrre calore del cibo non c’entra nulla.

IL CIBO NON BRUCIA COME LA LEGNA

La misura della caloria considera solo l’energia come un fatto fisso, una mela nell’etichetta ha scritte sempre le stesse calorie, ma non ha niente a che vedere con quello che accade nell’organismo. Il fruttosio della mela potrà essere convertito in glicogeno ed immagazzinato, oppure nutrirà la flora batterica, oppure se le riserve di glicogeno sono piene verrà convertito in grasso, ecc. Tutti processi biochimici diversi, che impiegano e producono diverse energie. La stessa legna invece svilupperà lo stesso calore in tutti i caminetti.

Un pomodoro ciliegino ed un cucchiaino di zucchero: entrambi hanno 20 calorie ma verranno trattati in maniera completamente diversa dal corpo. Inoltre il pomodoro è ricco di enzimi, vitamine e sali minerali, mentre lo zucchero non apporta enzimi, sali minerali e vitamine come quelli che ritroviamo nel pomodorino, ma ne richiede altrettanti per essere smaltito. L’organismo ha bisogno proprio di sostanze come vitamine, sali minerali e altre molecole per il suo metabolismo e queste sostanze esulano dai canonici carboidrati, proteine e grassi che tutti conosciamo e che ritroviamo nelle etichette a fianco ai valori calorici.

CONCLUSIONE

  1. Noi non siamo dei forni o stufe con cui è stato stabilito il potere calorico (termico) di carboidrati, proteine e grassi;
  2. L’uomo produce energia chimica dal cibo e non energia termica;
  3. Impieghiamo energia per metabolizzare un alimento dato che usiamo energia per masticarlo, digerirlo, assimilarlo e liberarci dalle tossine fornite dal tale alimento, tutti fattori esclusi dal conteggio delle calorie;
  4. L’attuale sistema di calcolo delle calorie si basa su tabelle vecchie di almeno 140 anni (1870);
  5. Il valore nutrizionale scritto sulle etichette di un alimento con più di un ingrediente vengono calcolati semplicemente sommando aritmeticamente le calorie dei vari ingredienti non considerando l’energia che si spenderà per digerire l’alimento;
  6. Chi ha stabilito quale quantità di energia il corpo umano usa delle calorie ingerite (Wilbur Olin Atwater) ha stimato l’energia dai resti trovati nelle feci;
  7. Uno stesso cibo può essere metabolizzato in modi diversi producendo ed impiegando energie diverse, quindi è assurdo il concetto fisso di caloria;
  8. I carboidrati, proteine e grassi non sono tutti uguali, quelli di alcuni cibi sono più biodisponibili di altri e la loro biochimica dipende dagli alimenti che si sono mangiati in precedenza, da quelli che li accompagnano, dall’orario della giornata;
  9. La nostra condizione ormonale, il nostro umore, le condizioni dell’intestino, dello stomaco, del fegato, del pancreas, lo stato mentale, l’attività fisica, l’ambiente in cui viviamo sono tutti fattori che determinano come metabolizziamo, quanto energia usiamo, quanta ne accumuliamo, quanta ne produciamo

Mangiare a sazietà cibi sani, freschi, prodotti con metodi naturali. Evitare sale, zucchero e farine, in transizione vanno bene quelli integrali. Niente finto cibo industriale. Niente stress. Attività fisica. Attività ludiche (ballo, canto, gioco). Questa è la mia ricetta della longevità.

Fonte


di Carlo Sirtori – tratto dal libro: “La Mela il frutto dal volto umano“.
(Oncologo di fama internazionale candidato nel 1982 al nobel per la medicina).


Un discorso a sè merita il contenuto di proteine (0,3% del peso) nelle mele. E va subito detto che le mele contengono i due aminoacidi essenziali, Treonina e Lisina.

Un tempo si riteneva che 8 fossero gli aminoacidi essenziali, cioè 8 quelli che dovevano esser necessariamente introdotti con i cibi pena la cattiva costruzione dell’organismo, la sua labilità, la sua facilità ad ammalare.

La mela il frutto dal volto umano - Carlo SirtoriMa le ultime ricerche dimostrano che sono solo due gli aminoacidi essenziali e precisamente quelli sopra citati.

Questi dati sconvolgono le basi teoriche dell’alimentazione e annullano i vecchi principi.

Un altro fatto importante è che agli aminoacidi si dà oggi meno importanza che un tempo, perchè in realtà la parte aminica (si parla di amino-acidi perchè c’è una parte aminica e una acida) non è utile, anzi sarebbe bene eliminarla.

Del resto l’organismo vi provvede trasformando il gruppo aminico in ammoniaca, che dà poi luogo alla formazione di urea che viene eliminata attraverso i reni.

Ai malati di reni incapaci di eliminare l’urea si danno sempre meno aminoacidi e ultimamente si danno solo i chetoacidi, che sono degli aminoacidi privati del gruppo aminico.

Mele, Potassio, Muscoli e Cuore

Le mele contengono una grande quantità di potassio: 2 gr per Kg di mele ed è questo un dato molto importante per in grande valore nutrizionale del potassio.

Infatti il potassio è indispensabile alla salute, anzi alla vita, è la vitamina dei muscoli. Se il potassio diminuisce, la contrazione del muscolo cardiaco avviene a stento, a fatica, a rilento.

Lo si vede anche sull’elettrocardiogramma dove il tratto QT, che corrisponde appunto alle contrazioni del muscolo cardiaco, appare prolungato. Alcuni casi di collasso, di caduta, di perdita di coscienza possono dipendere da scarso apporto alimentare di potassio. Ma forse il dato più convincente sull’importanza del potassio ci è offerto dai pace-makers: questi apparecchi vengono applicati quando il cuore non è in grado di autoregolarsi. Ebbene, nei portatori di pace-makers la carenza di potassio determina addirittura l’arresto del cuore.

Altri dato convincente è che per la cura dell’infarto cardiaco furono proposte tre sostanze: zucchero, insulina e potassio. La mancanza di potassio dunque può ingenerare gravi danni.

La più grande parte del potassio è racchiusa nelle cellule. Le cellule hanno la facoltà di concentrare il potassio. Il potassio intracellulare permette alle cellule nervose e a tutti i tessuti dell’organismo, muscoli, ghiandole, cuore ecc., di raggiungere la loro funzione ottimale.

Esperienze fatte sui topi hanno rivelato che la insufficienza di potassio arresta la crescita. Infatti l’assimilazione del potassio condiziona l’assimilazione delle proteine indispensabili alla crescita; quando il potassio manca, il metabolismo delle proteine si arresta, perciò compaiono anche stanchezza cronica e debolezza muscolare.

Un uomo che pesa 60 Kg ha nel suo corpo 150 gr di potassio. Il fabbisogno di potassio nell’uomo si aggira sui 3-4 gr al giorno. Ultimo dato importante è che il potassio è anche un protettivo contro gli stress emotivi, ne inibisce o quanto meno ne riduce i danni.


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di Armando D’Elia
Naturalista, chimico, studioso di dietetica vegetariana (Comitato Scientifico AVI)

GLACIAZIONI, SICCITA’ E PIOVOSITA’
Cerchiamo di capire i motivi dell’avvento del carn ivorismo nella vita dell’uomo, fatto che ha tutte le caratteristiche di una tragica involuzione, dalla quale prese l’avvio la degenerazione fisiopsichica dell’uomo attuale. Durante la preistoria dell’uomo si verificarono eventi meteorologici e geologici che alterarono profondamente l’ambiente. Avvennero glaciazioni (espansioni dei ghiacciai), interglaciazioni (ritiri dei ghiacciai e avvento di climi più caldi), periodi di forte inaridimento climatico (siccità), periodi di aumenti eccezionali di piovosità (pluviali).

LE GRAMINACEE DELLA SAVANA E L’AIUTO DEL FUOCO
L’insieme di tali eventi provocò notevolissime riduzioni delle foreste che si trasformarono prevalentemente in savane. L’uomo fu così costretto a comportarsi come un animale da savana e, per sopravvivere, fu costretto a cibarsi di quello che in tale ambiente trovava. Vi trovò le graminacee. Ora, le graminacee producono frutti secchi, inodori e insapori. Sono, insomma, come dicemmo, cibo per uccelli. Con artifizi e l’aiuto del fuoco l’uomo riuscì ad utilizzare queste cariossidi. Ma l’evento più rivoluzionario che gli occorse, comportandosi come un animale da savana, fu il ricorso, a scopo alimentare, alla carne degli erbivori abitatori della savana, divenendo così, per necessità, un mangiatore di carne, sempre però con l’aiuto del fuoco, non potendo mangiare crudi ne le cariossidi dei cereali ne le carni. Senza l’artifizio della cottura e (per i cereali) della molitura, l’uomo non avrebbe potuto diventare né un mangiatore di carne, né un cerealivoro, giacché le sue caratteristiche anatomiche naturali (dentatura, ecc.) da sole, non glielo avrebbero consentito.

AVVENTO DEL CIBO CARNEO E CONSEGUENZE CATASTROFICHE
L’impatto con le innaturali deviazioni alimentari (cereali e proteine di cadaveri di animali, peraltro cotti, cioè morti) ebbe, per l’uomo, conseguenze catastrofiche in termini di salute e di durata della vita. il che è comprensibile, dato quello che io chiamo “salto a strapiombo” tra un alimento vivo e vitalizzante come la frutta da una parte e gli alimenti amidacei e carnei, cadaverici e mortiferi, iperproteici come la carne, uccisi e quindi devitalizzati con la cottura, dall’altra. Reay Tannahill nella sua “Storia del cibo” ci dice addirittura che “durante il periodo dei Neanderthaliani meno della metà della popolazione sopravviveva oltre i 20 anni e 9 su 10 degli adulti restanti morivano prima dei 40 anni”. Fu soprattutto l’avvento del cibo carneo, con il suo contenuto eccessivo di proteine e con la conseguente tossiemia a produrre tali disastrosi effetti sul corpo, ma anche sulla mente degli uomini; non bisogna infatti dimenticare che la carne crea aggressività…

L’UOMO-SCIACALLO CHE SOTTRAE PREDE A LEONI E LEOPARDI
Ma l’uomo è inerme, quindi non è per natura carnivoro, essendo sfornito anatomicamente dei dispositivi atti ad inseguire, uccidere e masticare, crude, le carni degli erbivori. Si pensa pertanto che l’uomo primitivo non sia stato, all’inizio, tanto un cacciatore quanto uno spazzino, che si nutriva delle prede fatte da altri animali veramente carnivori, mancandogli anche la insensibilità necessaria per aggredire ed uccidere con le proprie mani degli animali pacifici e innocenti, oltre che inermi. Forse, adoperando sassi e bastoni, l’uomo riusciva ad allontanare il leopardo dall’antilope uccisa, se ne impossessava e la trascinava al sicuro nel suo rifugio. Tale comportamento è stato chiamato anche “sciacallaggio”. Ma l’uomo non si limitò a sottrarre agli animali carnivori parte delle loro prede.

CACCIATORE PER NECESSITA’ PIU’ CHE PER VOCAZIONE
Fu costretto anche a cacciare direttamente, forzando la sua naturale non-aggressività, spintovi sempre dalla necessità di trovare i mezzi per sopravvivere. Il prof. Facchini (docente di antropologia all’Università di Bologna) si dice certo che l’uomo preistorico adoperò il fuoco a scopo culinario soprattutto per cuocere la carne. Concorda su tale affermazione anche il prof. Qakiaye Perlès, dell’Università di Parigi. Ma oggi per fortuna non esistono più le ragioni di forza maggiore che obbligarono i nostri antenati ad alimentarsi con cadaveri di animali per assicurarsi il fabbisogno proteico. Pertanto da molto tempo l’uomo ha inserito in misura crescente frutta, verdura e ortaggi crudi nella propria dieta. Occorre però vigilare sempre, per difenderci dall’autentico agguato che le industrie alimentari ci tendono continuamente proponendoci, ricorrendo alla propaganda a mezzo dei mass-media e all’opera nefasta di medici prezzolati, sostanze di dubbia convenienza.

MILIONI DI ANNI ALTERNI TRA RAVVEDIMENTI E TRASGRESSIONI, MA LE UNGHIE NON SONO MAI DIVENTATE ARTIGLI
Abbiamo prima affermato che l’uomo della foresta, dove aveva vissuto per milioni di anni, dovette passare nella savana. Ora, nella foresta era fruttariano, mentre nella savana, difettando la frutta, dovette divenire carnivoro. Forse l’organismo umano, adattandosi alla alimentazione carnea, assunse le caratteristiche anatomiche e fisiologiche tipiche dei carnivori? No, conservò le caratteristiche del fruttariano. Oggi, infatti, dopo milioni di anni di innaturale alimentazione carnea, le nostre unghie non si sono trasformate in artigli, il nostro intestino non si è accorciato, i nostri canini non si sono allungati trasformandosi in zanne, il nostro succo gastrico non ha aumentato la sua originale e debole acidità tipica dei fruttariani, il fegato non ha esaltato la sua capacità antitossica, ne è scomparsa l’istintiva attrazione esercitata sull’uomo in età infantile dalla frutta e neppure è scomparsa la altrettanto istintiva repulsione esercitata dalla carne sul bambino appena svezzato.

PROTEINE SOVRABBONDANTI MA NON MODIFICATIVE
Tutti segni, questi, che le proteine eccessive, presenti assieme ad altre caratteristiche negative nella carne, pur provocando danni enormi, non sono riuscite a modificare la struttura fisiopsichica dell’uomo. Ciò dimostra come l’alimentazione carnea sia del tutto estranea agli interessi nutrizionali e biologici dell’uomo, e come questi non riesca ad adattarvisi, pur subendo le pesanti conseguenze di un innaturale carnivorismo di lungo periodo.

LE PROTEINE DELLA FRUTTA GARANTISCONO OGGI COME ALLORA IL TOP DELLA SALUTE UMANA
I 22 aminoacidi esistenti negli alimenti si dividono, secondo la nutrizionistica ufficiale, in due categorie. Quella dei 14 aminoacidi che possono essere prodotti (sintetizzati) dall’organismo umano, e quella degli aminoacidi chiamati “essenziali” (8 o 10) che invece si ritiene non possano essere sintetizzati e pertanto dovrebbero essere assunti con gli alimenti. Lo scrivente si è più volte dichiarato contrario a tale teoria, dimostrando che gli “aminoacidi essenziali” sono un autentico “mito”. Tuttavia, ammettendone pure la reale esistenza come la medicina ufficiale pretende, è legittimo formulare una domanda, di fondamentale importanza. “Da dove trassero, i nostri progenitori arboricoli, gli aminoacidi oggi chiamati essenziali, ritenuti indispensabili alla vita, durante i milioni di anni in cui furono abitatori della foresta e sicuramente solo fruttariani?” La risposta ad una simile domanda, non può essere che una sola, dettata dalla logica elementare e dal buon senso. Evidentemente solo dalla frutta, anche se, secondo il parere di alcuni paleoantropologi, venivano probabilmente aggiunte alla frutta altre parti succulente di vegetali. E poiché noi oggi continuiamo a possedere quelle stesse caratteristiche anatomiche, fisiologiche ed istintuali di quei nostri progenitori, dobbiamo dedurre che le proteine della frutta sono qualitativamente e quantitativamente sufficienti a garantire in modo ottimale la vita dell’uomo oggi come allora.

OGNI DENTE ESAMINATO DA 12 MILIONI DI ANNI FA IN AVANTI PRESENTA LE STRIATURE TIPICHE DEL MANGIATORE DI FRUTTA
Partendo da queste e da altre considerazioni il prof. Alan Walker, antropologo della John Hopkins University, è giunto alla conclusione che la frutta non è soltanto il nostro cibo più importante, ma è l’unico al quale la specie umana è biologicamente adatta. Per comprovare tale affermazione, Walker ha studiato lungamente le stilature ed i segni lasciati, nei reperti fossili, sui denti, dato che ogni tipo di cibo lascia sui denti segni particolari. Scoprì, così, che “ogni dente esaminato, appartenente agli ominidi che vissero nell’arco di tempo che va da 12 milioni di anni fa, sino alla comparsa dell’Homo erectus, presenta le striature tipiche dei mangiatori di frutta, senza eccezione alcuna”. Istintivamente, quindi, i nostri progenitori mangiavano quello che la natura offriva loro, cioè la frutta matura, colorita, profumata, carnosa, dolce. Ed è facile immaginare che i nostri progenitori mangiassero la frutta spensieratamente, nulla sapendo (beati loro!) sulla quantità e sulla qualità di proteine contenute nella frutta, guidati unicamente dall’istinto. E se la passavano pure bene.

STRETTISSIMA CORRELAZIONE TRA SUCCHI DI FRUTTA E LATTE MATERNO

MITI E REALTA’ NELL’ALIMENTAZIONE UMANA

Tratto dal libro: Prof. Armando D’Elia – “MITI E REALTA’ NELL’ALIMENTAZIONE UMANA”

E’ chiaro che la frutta è il miglior cibo, del tutto naturale, per l’uomo e per l’intera sua vita, a cominciare dal momento in cui è in grado di masticare. Il fruttarismo dell’uomo è innato, perché sbocciato dall’istinto, che è l’espressione genuina, perfetta, indiscutibile dei bisogni fisiologici nutrizionali delle nostre cellule. Esso si manifesta anche prima della fine della lattazione, reso evidente dalla appetibilità e anche dalla avidità con le quali il bambino ancora lattante assume succhi di frutta fresca, che possono sostituire in certi casi anche il latte materno (succo d’uva, per esempio, come suggeriva Giuseppe Tallarico, medico illuminato, nella sua opera maggiore “La vita degli alimenti”). Abbiamo prima, accennato alla masticazione. Per masticare occorrono i denti ed i denti cominciano a nascere verso la fine della lattazione, cioè del periodo in cui l’accrescimento del cucciolo umano è affidato alla suzione della secrezione lattea delle ghiandole mammarie della madre. Domanda. Perché al termine della lattazione (e anche prima) l’istinto ci orienta decisamente verso la frutta? La risposta è semplice. Esiste una strettissima correlazione tra il latte, che è il primo nostro cibo, necessariamente liquido, e la frutta, cibo che succederà al latte e che ci accompagnerà, nutrendoci, per il resto della nostra vita.

LATTE MATERNO APRIPISTA E BATTISTRADA VERSO LA FRUTTA E NON VERSO IL SANGUE
Esiste, quindi, iscritta biologicamente nell’atto di nascita della nostra struttura anatomica e della nostra fisiologia, una “continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta”, per cui possiamo a giusto titolo considerare questi due alimenti i prototipi alimentari ancestrali dell’uomo. Partiamo dall’argomento “latte materno”, che funzionerà da battistrada nella dimostrazione della sua continuità nutrizionale con la frutta. E’ noto che entro il 6° mese di vita extra-uterina l’uomo giunge a raddoppiare il proprio peso e a triplicarlo entro il 12°, alimentandosi unicamente con il latte materno. Tutti i testi di chimica bromatologica e di fisiologia umana ci informano che il latte materno contiene l’1,2% di proteine. Ebbene, non è proprio così, in quanto, sino a 5 giorni dopo la nascita del figlio, il latte umano contiene il 2% di proteine e questa percentuale, a partire dal 6° giorno, comincia a calare progressivamente e lentamente sino a raggiungere, dopo 3-4 settimane, l’1,3% e, dopo 7-8 settimane, l’1,2%, percentuale che verrà poi mantenuta più o meno costante sino alla fine dell’allattamento.

DECREMENTO PROGRESSIVO DEL CONTENUTO PROTEICO
Si constata, in sostanza, un evidente e regolare decremento del contenuto proteico del nostro unico “primo alimento” a misura che il neonato si avvia, con la comparsa progressiva dei denti, ad acquisire capacità masticatorie. Raggiunta tale capacità, ha termine quel periodo, dalla nascita allo svezzamento, che costituisce indubbiamente la fase anabolica più impegnativa, più intensa e più difficile dell’intera vita umana e che superiamo, come si è visto, con un cibo (il latte materno) contenente le modeste percentuali di proteine prima indicate. Poiché la velocità di accrescimento è massima nei primissimi giorni di vita e poi via via decresce, è logico anche che la percentuale delle proteine contenute nel latte, e che costituiscono il necessario materiale di costruzione, debba seguire lo stesso andamento. L’accrescimento ponderale dell’individuo continua, come si sa, anche dopo la comparsa dei denti, per terminare tra i 21 e 24 anni, ma con una velocità estremamente ridotta rispetto a quella del lattante.

LA LEGGE DELL’OTTIMO SIGNIFICA ANCHE LEGGE DEL MINIMO
Esiste una regola che vige in natura, ed è quella destinare ai diversi esseri viventi cibi che contengano i principi alimentari indispensabili, ma solo nella quantità necessaria, che deve essere considerata l’optimum per l’individuo. Tanto è vero che non possiamo nutrire un neonato umano, il cui latte contiene l′ 1,2% di proteine, con il latte di mucca, che contiene il 3,5% di proteine, senza determinati accorgimenti come la elementare diluizione, nel tentativo di evitare enteriti e altri malanni, anche gravi. Il corpo umano, quindi, osserva proprio questa regola, cioè la cosiddetta “legge del minimo”, che a nostro parere potrebbe anche (e forse “meglio”) chiamarsi “legge dell’optimum” in quanto, se l’individuo ingerisce cibi contenenti dei nutrienti in quantità eccedenti il proprio fabbisogno, tale eccesso diviene per l’organismo una vera e propria scoria tossica ed il corpo cerca in tutte le maniere di sbarazzarsene, cosa che avviene in speciale modo per le proteine, come in precedenza s’è già detto.


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Armando D’Elia (1912 – 1999)

Armando D’Elia (1912-1999) – Laurea in chimica prima e poi in Scienze Naturali, per decenni si è interessato di alimentazione umana, impegnato attivamente, in una visione biocentrica, nello studio del rapporto tra alimentazioni e salute. Egli ha costituito e costituisce tutt’ora il più avanzato punto di riferimento per quanti in Italia si occupano di tale tematica e si è caratterizzato per essere stato in netto contrasto con gli schemi accademici oggi dominanti, accusati di essere fortemente inquinati dalla difesa di inconfessabili interessi economici dell’industria alimentare. Da notare che la biblioteca di D’Elia è formata da oltre 6000 volumi, una delle più complete raccolte italiane in tema di alimentazione e di igienismo.

Fonte


di Armando D’Elia
Naturalista, chimico, studioso di dietetica vegetariana (Comitato Scientifico AVI)


armando-d-elia_21180Questo è l’interrogativo che a titolo di obiezione o di contestazione pongono quasi sempre con aria preoccupata coloro ai quali si consiglia l’eliminazione della carne dalla loro dieta.

Non c’è da meravigliarsi di un tale interrogativo in quanto comunemente si ritiene che dire “proteine” è la stessa cosa che dire “carne” e che mangiare il cadavere degli altri animali sia l’unica maniera, o la migliore, per procurarsi le proteine necessarie alla propria alimentazione. Una simile opinione è errata. Per tre motivi.

Anzitutto: le proteine non si trovano solo nella carne. Le proteine sono infatti ubiquitarie nel mondo dei viventi, essendo presenti in quantità più o meno grande in tutti i vegetali è in tutti gli animali. Nelle cellule del più tenue filo d’erba, così come nelle foglie di qualsiasi pianta a fusto erbaceo o lignificato, sia selvatica che coltivata, sia di piccole che di grandi dimensioni, nelle cellule di qualsiasi frutto, di qualsiasi seme, di qualsiasi altra parte dei vegetali sono presenti sempre delle proteine. Le proteine, naturalmente, sono sempre presenti anche nel corpo dì qualsiasi essere vivente animale, dal più minuscolo al più grande, nonché nei loro sottoprodotti (uova, latte e derivati, miele).

In secondo luogo perché le quantità di proteine necessarie all’uomo possono essere assunte anche nutrendosi esclusivamente di alimenti vegetali. 
In terzo luogo perché non è vero che la carne sia “la migliore” fonte di proteine ; per l’alimentazione dell’uomo, in quanto gli alimenti vegetali sono adatti all’uomo certamente più della carne e dei sottoprodotti animali.. E questo per incontrovertibili ragioni biologiche, come si dimostrerà. Da quanto fin qui detto discende la necessità che un lavoro come questo, imperniato sulle proteine, debba partire da una disamina critica del consumo della carne, e debba, quindi, altrettanto necessariamente, parlare di vegetarismo.

Un po’ di storia del consumo di carne

Certamente il lettore si chiederà come è nata quella opinione che poc’anzi qualificammo “errata” e che è espressa dall’equazione :

proteine = carne

Poiché tale opinione è riuscita ugualmente, sebbene errata, a radicarsi nelle consuetudini alimentari dell’uomo, c’è da chiedersi come mai ciò ha potuto avvenire. Nei seguenti stelloncini si cercherà di dare una sintetica risposta a tale interrogativo.

* Durante la sua preistoria l’uomo, quando dalla foresta intertropicale passò nella savana (pur conservando le originarie caratteristiche anatomiche e fisiologiche di animale fruttariano), iniziò a consumare anche carne per potere sopravvivere (come meglio si dirà in seguito) e così visse per un lungo periodo. Ma ad un certo punto iniziò una graduale e lentissima attenuazione della sua dieta carnivora, di pari passo con una lenta reintroduzione di vegetali crudi nella sua alimentazione; attenuazione che divenne poi sempre più decisa dopo l’avvento dell’agricoltura.

Nell’antichità (in Egitto, così come in Grecia e a Roma) ed anche nel Medio Evo e nel periodo rinascimentale la carne giunse ad avere importanza prevalentemente rituale e venne riservata in particolar modo alle categorie dei guerrieri e, in certe occasioni sacrificali, dei sacerdoti. Al di fuori di queste categorie, il consumo di carne era del tutto occasionale e sporadico sino a pochi decenni or sono, come ben ricordano coloro che hanno superato la cinquantina.
Ma durante gli ultimi 40 anni all’inarca il consumo di carne è diventato sempre più intenso sino a divenire sistematico, radicandosi fortemente, alla fine, nelle abitudini dietetiche umane; si vedrà presto perché. Tuttavia ancor oggi vi sono vaste aree geografiche nelle quali per vari motivi la carne continua a consumarsi solo sporadicamente (in Africa, nel Medio ed Estremo Oriente, ecc.).

Per quanto sopra detto, si può affermare che per il consumo di carne esistono dei limiti storico/temporali e dei limiti geografici. Basterebbe tener presente questo fatto per comprendere che è tutt’altro che naturale e tutt’altro che indispensabile, per l’uomo, ricorrere alla carne per approvvigionarsi di proteine, giacché, se così fosse, l’intero genere umano avrebbe dovuto ricorrervi sempre, sin dalla comparsa dell’uomo carnivoro, in misura uniforme, in tutti i tempi, a tutte le latitudini e in tutti i continenti.

* Perché mai, allora, continua a riscuotere credibilità l’equazione, cui prima si è accennato, “proteine – carne” ? Perché è così dura a morire questa autentica infatuazione, questo “mito” della necessità delle proteine della carne ?

Si è già detto che l’uso sistematico della carne è relativamente recente. In particolare, tale sistematicità cominciò ad affermarsi dopo l’avvento della rivoluzione industriale che elevò gradatamente le condizioni di vita di alcune categorie sociali. Nella inevitabile competitività che seguì, le categorie che emersero economicamente poterono introdurre stabilmente nella loro dieta la costosa carne che divenne così un vero e proprio “status symbol”, caratterizzato da un modello alimentare invidiabile, da imitare, quindi, appena si fossero acquisite sufficienti disponibilità economiche. In poche parole, la gente pensava : “Se la carne è mangiata dai ricchi, che sono più colti, vuol dire che non c’è di meglio del mangiar carne”.

Si giunse ad ostentare la gotta, malattia provocata da accumulo di acido urico, che genera infiammazioni articolari anche gravi e che è causata da eccessi di carne, come simbolo evidente di censo elevato, tanto che la gotta fu chiamata “la malattia dei Re” ! Fu così che si generalizzò il carnivorisrno nell’uomo moderno. Una vera e propria involuzione sia sul piano salutista che su quello morale.

Comunque, oggi la situazione si è capovolta in quanto la gotta, “privilegio” sino al secolo scorso quasi esclusivamente delle categorie benestanti, colpisce attualmente anche le classi non benestanti, cioè salariati, braccianti e manovali perché hanno anche loro raggiunto la possibilità economica di mangiare carne tutti i giorni. Ma mentre la classe colta, appunto perché colta, ha ormai capito a proprie spese che conviene adottare una dieta parca limitando o sopprimendo in particolare le proteine animali, e quindi sta rinsavendo, la classe meno colta continua a divorare carne; ma è facile prevedere che quest’ultima classe, a misura che comprenderà che sì alimenta in modo errato, ridurrà certamente o eliminerà la carne.

* Quanta carne si consuma ? Limitandoci per il momento a parlare dei consumi italiani, si ricorda che nel 1926 il consumo annuo medio pro capite era di 12 chilogrammi; ma nel 1S50 era salito a 16 chilogrammi e nel 1955 a 20 chilogrammi. Da quest’ultima data i consumi sono andati rapidamente aumentando sino a toccare il massimo: 82 Kg pro capite, così ripartiti : 26 bovina, 27 suina, 19 pollame e 1,3 equina. Il rimanente è costituito da carne di pesci, uccelli, conigli, molluschi, crostacei, ecc. ( dati ISTAT 1997 ).

L’Inversione di tendenza nel consumo di carne in Italia

Ma ecco, che, verso la fine del 1990, comincia a verificarsi un fatto che si può definire “storico”: per la prima volta, dopo mezzo secolo di continua, ininterrotta ascesa del consumo di carne, questa ascesa si trasforma in “calo”. Calo che, iniziatosi in sordina, all’inizio sembrava irrilevante e dovuto a fenomeni contingenti e quindi transeunti. Invece, il calo non solo è continuato, ma si è accentuato, assumendo ormai’ le caratteristiche di una vera e propria inversione di tendenza, che è, da salutare come un evento positivo per il popolo italiano.

Questa decisione degli italiani di diminuire il consumo di carne è dovuta in primo luogo ad un arricchimento di informazioni, soprattutto di quelle riguardanti il rapporto tra consumo di carne e salute che hanno scosso fortemente in una notevole parte della popolazione i convincimenti preesistenti che la carne fosse un alimento idoneo all’uomo, non solo “necessario” per procurarsi proteine, ma addirittura salutare.

E’ in corso, insomma, una progressiva e, sembra, ormai inarrestabile disaffezione degli italiani nei riguardi della carne, specie di quella bovina (il consumo della carne di vitello – negli anni sessanta considerata la migliore, ricercatissima per bambini ed anziani – ha subito, nel 1990,- un calo secco del 17%).

Questa “ondata salutista” dovuta ad una maggiore consapevolezza nutrizionale, sta investendo però non solo l’Italia, ma tutti i paesi che presentavano un livello elevato del cosiddetto “benessere”, rivoluzionando così abitudini alimentari che si ritenevano ormai immutabili e mettendo in discussione, come prima accennato, la inveterata credenza che la carne fosse fonte insostituibile di proteine “nobili”. Da tale riesame la carne è stata, in definitiva, messa sotto accusa e considerata addirittura una delle cause, se non la principale, delle cosiddette “malattie del benessere” (obesità, arteriosclerosi, diabete., ipertensione, malattie circolatorie, ecc.), la cui diffusione, statisticamente, risulta in realtà proporzionale al consumo di carni.
Un cenno particolare merita un comunicato dell’associazione grossisti ovini e pollami, del dicembre 1992, con ii quale si ammette, rispetto al 1991, un calo del 20% in meno delle vendite di ovini e pollami.

Ma il calo del consumo di proteine della carne è da salutare come un evento estremamente positivo non solo per il popolo italiano ma per tutta l’umanità. Tanto si afferma in quanto si può con sicurezza presagire che tale calo interesserà, estendendosi a macchia d’olio, gradualmente ma anche velocemente, tutti i popoli della Terra, tutta l’umanità insomma.
Non solo, ma si può prevedere anche che tale calo, che oggi è giunto già ad una percentuale di tutto rispettò, si intensificherà sempre di più sino a farci giungere all’eliminazione totale del ricorso alla uccisione di animali non umani per potersi rifornire di proteine mangiando i loro cadaveri. Sarà quello un gran giorno per il genere umano, che si sarà così finalmente affrancato dall’onta di uccidere dei fratelli Innocenti.

Le conseguenze di un tale evento saranno estremamente rivoluzionarie, pacifiche e pacificatrici, ed enormemente benefiche sul piano della salute fisica e morale dell’uomo. Saranno, ovviamente, benefiche anche nei riguardi dei poveri animali così assurdamente trucidati dall’uomo e la cui vita verrebbe, così, salvata e finalmente rispettata come merita. Infine, l’eliminazione del carnivorismo avrebbe enormi conseguenze positive sull’ambiente, liberato finalmente dalle terribili e devastanti conseguenze che gli allevamenti intensivi di animali da macello esercitano : sul suolo desertificandolo, sulle foreste distruggendole, sulle acque inquinandole.

Tratto dal libro: Prof. Armando D’Elia – “MITI E REALTA’ NELL’ALIMENTAZIONE UMANA”


》 Corollario dei miti alimentari

“Non puoi fare a meno della carne! E il ferro??”
“Ma non mangi nemmeno le uova?”
“Non bevi il latte? E il calcio ??”
“La frutta non ha abbastanza proteine!”
“Il pesce non può mancare! Ha gli omega3!”

Quante volte avrete sentito queste perle di saggezza.

》 La teoria dei fabbisogni indotti

Oggi parleremo della teoria dei fabbisogni indotti, che deve essere ancora validata scientificamente dagli studiosi.

Ciò che molti ignorano è che a seconda del tipo di alimentazione che si segue i fabbisogni indotti dei nutrienti sembrano variare. Al di fuori del fruttarismo salutare (seguendo l’esperienza personale e il ragionamento scientifico su carta) il corpo umano può subire una acidificazione ematica, che genera una più rapida usura di grassi, vitamine, acqua, proteine, calorie. Tutto ciò genera un aumento dei fabbisogni indotti per l’appunto di tutti questi elementi.

Tutto ciò genera un aumento dei fabbisogni indotti per l’appunto di tutti questi elementi.

omega 3Il pesce ha gli Omega 3, è vero… distrutti in gran parte dalla cottura, come per tutti gli altri elementi nutritivi. Non mi dite che preferite mangiarlo crudo! Inoltre essendo un cibo acidificante genera un aumento dell’usura proteica, quindi è ridicolo ogni tentativo di farlo apparire indispensabile per il corpo umano a causa della presenza di proteine.

Abbiamo già analizzato la questione proteica per la specie umana e sembra emergere che l’uomo è l’animale col fabbisogno proteico più basso in assoluto.

“Ma l’uomo non può fare a meno degli Omega 3” ci si sentirà dire.

Ebbene questa volta il polemico di turno ha perfettamente ragione!

Difatti la frutta contiene i migliori omega 3, in quantità ottimale per l’uomo delle origini (la paleoantropologia e l’anatomia comparata confermano). Tutto ciò garantirebbe il suo massimo assorbimento con una usura lipidica vicina allo 0. Non è un caso se i migliori integratori di Omega 3 siano quelli carpotecnici (realizzati con i grassi estratti dalla mela). Non è un caso che l’avocado abbia il 14% di grassi, le olive il 20-25%, l’olio d’oliva il 99%.

Aumento del fabbisogno calorico indotto = Aumento dell’appetito indotto

“Non ce la farei mai a mangiare solo frutta nemmeno per un giorno”

Dal mio punto di vista è estremamente normale non riuscirci per chi ha un fabbisogno calorico indotto molto elevato. Il fabbisogno calorico giornaliero medio al di fuori del fruttarismo salutare è di circa 2000-3000 calorie a seconda dell’attività fisica che si fa.

Nelle cellule del nostro organismo nutrite con cibo non elettivo per la specie umana si innescano meccanismi metabolici energeticamente svantaggiosi.

Sembra che su 2500 calorie/giorno attraverso l’alimentazione tradizionale la stragrande maggioranza sia utilizzata per processi digestivi, biochimici e assimilativi di elementi non adatti (per composizione e concentrazione) alla specie umana. Da quella che è la mia esperienza il fabbisogno calorico giornaliero in natura potrebbe essere molto diverso anche a seconda del tipo di alimentazione che si segue.
Difatti l’acidosi genera usura proteica e aumento dei fabbisogni idrici/vitaminici/di minerali/lipidici/glucidici e un aumento degli errori di duplicazione del DNA.

Evoluzione = Massimo risultato col minimo sforzo

L’uomo frugivoro riesce ad ottenere il massimo risultato e la massima energia col minimo sforzo (fabbisogni indotti vicini allo zero) mantenendosi normopeso.
Ecco spiegato il motivo per cui chi (dopo una graduale transizione seguita da un esperto) sperimenta per qualche giorno una fase di fruttarismo (con prevalenza di frutti a basso indice glicemico come la mela) già dopo una o due settimane sembra necessitare di meno ore di sonno per svegliarsi più riposato, ha una maggiore lucidità, resistenza allo sforzo, riesce a fare gli stessi sforzi fisici che farebbe da onnivoro, senza però crampi muscolari, acido lattico, affanno, stanchezza. Si potrebbe raggiungere inoltre una massima tonicità e flessibilità muscolare irraggiungibile attraverso altri stili alimentari.

Se si giunge gradualmente a questo step con tutti i fabbisogni indotti ridotti a valori minimi, il peso raggiungerà il peso forma (vedi IMC) e si avrà la massima sazietà e il massimo piacere per le papille gustative.

》 Il mito della carenza di Vit B12

“Ma come fai con la Vit B12??”
Ahhh, quante volte avrete sentito questa domanda!

Ora fate attenzione: nessun organismo animale produce B12, ma tutti assumono questa vitamina dai vegetali.

Ora non capisco perchè l’uomo dovrebbe essere l’unico animale sulla terra a dover assumere la B12 inorganica tramite integratori artificiali anzichè dal proprio cibo specie-specifico! Il fabbisogno indotto di VitB12 aumenta per tutti coloro che si allontanano dal fruttarismo salutare, a causa dell’aumento dei processi di catalizzazione relativi alla suddetta vitamina. Ecco perchè alcuni dovranno assumerne una quantità maggiore e altri no.

Solo tre tipi di organismi sono in grado di produrre la vitamina B12: batteri, protozoi e funghi, che si depositano in massima parte sulla buccia della frutta e in parte minore sulle verdure. Dopo i prodotti animali, gli alimenti che aumentano il fabbisogno indotto di vitamina B12 sono i legumi, i semi, la frutta acida, e i cereali. Altri dati affermano che la B12 viene prodotta dai microrganismi presenti nella flora batterica intestinale.

Anche i fabbisogni minerali e idrici sembrano diminuire in modo importante attraverso un’alimentazione più biocompatibile (ricca di acqua organica).

》 Conclusioni

L’essenziale e la semplicità a volte spaventano perchè distruggono le vecchie credenze, finchè non le sperimentiamo in prima persona. Allora si comprende come tutto in natura sia semplice, volto alla vita, alla felicità, all’armonia.

Rinnovo l’invito a confrontarvi sempre con un medico o un nutrizionista prima di intraprendere qualsiasi alimentazione. 

Fonte