Sensazioni primitive per tornare finalmente a sentire la natura sotto i piedi. Nuova sede per il Parco dei Cinque sensi che il primo maggio apre a Vitorchiano, in provincia di Viterbo.

Tre ettari di bosco danno vita a un vero e proprio parco divertimenti da percorrere a piedi scalzi grazie a sentieri sensoriali, vasche tradizionali e inedite, casette da annusare e toccare nel rispetto della natura e della biodiversità.

Dopo l’apertura di Messina dello scorso 18 marzo, tra gli agrumeti della macchia mediterranea, adesso anche Vitorchiano ha il suo angolo di paradiso con aree relax dove praticare yoga e il benessere creativo e tanto fitness.

Un Parco Cinque sensi a piedi scalzi adatto a tutte le età, anche ai più piccoli e perfino alle persone con difficoltà motorie, promettono i gestori. In pratica, c’è un percorso che si snoda attraverso gli alberi, per terra ci sono vasche asciutte o bagnate con diversi materiali da calpestare.

Ci sono ancora delle casette sensoriali che nascondono erbe da riconoscere al tatto. A fianco dei visitatori, ci sono gli ‘artigiani dei sensi’ che propongono una serie di giochi da fare o da soli o in gruppo.

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Al termine del percorso a piedi scalzi c’è poi la possibilità di cuocere in un braciere il pane al bastone.

Tutte le attività sono in linea con la natura e ad essa stessa si ispirano. L’obiettivo è quello di immergersi per qualche ora, in un mondo incontaminato e lontano dal caos cittadino. Il Parco si ispira ai modelli nordeuropei e trova un’applicazione felice per adesso nel Lazio e in Sicilia.

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“Gli Artigiani dei sensi, gli addetti del parco a piedi scalzi, hanno a cuore la felicità degli ospiti grandi e piccini e per questo hanno rispolverato tanti giochi, attività creative e manuali sportive ed educative molto semplici, ma incredibilmente coinvolgenti da fare tutti insieme”, si legge sul sito ufficiale.

Insomma un ottimo modo per instaurare un dialogo emotivo e sensoriale con la natura.

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Dominella Trunfio

Foto: Parco dei Cinque sensi

Fonte


Qualche anno fa Mohit Satyanand decise di lasciare il suo lavoro full time per andare a vivere, insieme alla moglie, alla pendici dell’Himalaya. Quando tornò a Delhi perché per il figlioletto era giunta l’ora di andare a scuola, niente fu come prima. Per lui il tempo aveva acquisito un valore diverso e ciò che lo aveva spinto in passato a lasciare la città l’aveva plasmato in modo irreversibile.

Ecco la sua storia, raccontata in prima persona su Quartz:

La vita è troppo breve per un lavoro a tempo pieno. Troppo breve, e troppo preziosa. Il tempo non controllato e misurato è un tesoro, le chiacchierate in libertà, i pomeriggi che scivolano lentamente nella sera, le cene che sono l’occasione per un ultimo caffè.
Se siete come me, e trascorrete interi inverni a guardare le lingue di fuoco che sfarfallano nel camino, “non c’è mai tempo per fare tutto il nulla che vuoi”, come ha detto Bill Watterson.

Ma non siete tenuti a dare retta a un montanaro part-time, anticonformista full time, come me. Ma non sono il solo. Carlos Slim, il secondo uomo più ricco al mondo, ha detto che “Dovremmo lavorare solo tre giorni alla settimana“. È giunto il momento di rivedere radicalmente la nostra vita lavorativa. Abbiamo bisogno di più tempo per rilassarci, per migliorare la qualità della nostra vita e di chi ci sta vicino.

Nel libro ” Critical Path“, l’eclettico e futurista Buckminster Fuller prevedeva che l’aumento della produttività mondiale avrebbe fatto sì che lavorare part time diventasse un’opzione percorribile per tutti. Non siamo ancora arrivati alla totalità, ma credo sia già una scelta per la maggior parte dei lettori di Quartz, per lo meno. Quanto a me, ho trovato il tempo di leggere Bucky quando con mia moglie decidemmo di andare per un anno in luna di miele nel nostro cottage di pietra nel Kumaon. Una mattina d’autunno, il sole brillava e l’Himalaya si stagliava nella sua candida chiarezza. Mia moglie disse una preghiera per lo stato di grazia in cui galleggiavamo. “Dobbiamo per forza tornare indietro?” si chiese.

Noi non l’abbiamo fatto, e abbiamo trascorso sei ricchi anni nel nostro giardino nella foresta, a guardare le pesche che maturavano e a cullare nostro figlio, godendoci il chiaro di luna al bagliore delle candele. Quando abbiamo fatto ritorno a Delhi perché nostro figlio doveva iniziare la scuola, sapevo che non sarei più potuto tornare a lavorare a tempo pieno. Ero troppo consumato dall’amore per la vita e la famiglia per legarmi di nuovo all’orologio e alla routine quotidiana. Avevo bisogno della libertà di trascorrere la giornata sul divano a leggere un libro, o a prendere il sole nel parco. Avevo bisogno di avere del tempo per ascoltare un amico che voleva parlarmi. Avevo bisogno di essere a casa quando mio figlio tornava da scuola.

 

La vita moderna non è strutturata per fare spazio a tutta questa eccentricità. Fu subito chiaro che per vivere avrei avuto bisogno di una scrivania, di un ufficio, di partecipare a lunghe riunioni, di lavorare fino a tardi. Continuai comunque a andare al parco, stendermi sul divano, abbracciando mio figlio al rientro da scuola e accompagnandolo alle feste di compleanno a bordo di una macchina scassata da anni di guida in montagna.

Quando arrivò lo stipendio, mi pagarono una frazione del compenso previsto per un lavoratore della mia età e formazione. Ne fui orgoglioso. Il progresso materiale ci dà la possibilità di convertire la nostra potenzialità di guadagno in maggiori consumi, o in più tempo da vivere. Io avevo fatto il mio, e ogni giorno per me era una gioia. Recentemente ho letto i rimorsi dei pazienti in fin di vita riportati nel libro di “The Top Five regrets Of The Dying” di un’infermiera australiana. In cima c’era questo: “Aver perso la giovinezza dei propri figli, e la compagnia del loro partner”. Credo che i nostri figli siano l’eredità che lasciamo e hanno bisogno di amore e tempo. Quando mio figlio compirà 16 anni, si affaccerà al mondo, portando con sé i suoi pregi e i miei difetti. Ma la disattenzione non sarà tra questi”.

La settimana scorsa sono stato a IIM Ahmedabad, per un briefing con un gruppo di studenti per un progetto sul diritto di proprietà cui avevo lavorato anch’io. Dopo l’incontro mi hanno fatto delle domande sugli anni trascorsi in montagna. “Anch’io potrei dire: ‘Voglio andarmene lassù”, ha detto uno di loro “Ma chi me lo permette?”. “Ricordate questo” ho risposto, “non serve l’autorizzazione di nessuno per essere se stessi”. Quando sono tornato, ho riletto il libro dei rimpianti: “Vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita fedele a me stesso, non quella che gli altri si aspettavano da me”.”

Vi lascio con questo video “Discorso tipico dello schiavo – Silvano Agosti“:

Fonte


Circa 12 mila anni fa grazie alla nascita dell’agricoltura e della conseguente stanzialità del primitivo uomo mangiatore di cadaveri inizia un progressivo aumento del consumo di frutta (dolce,ortaggio e grassa) … l’indice di encefalizzazione dell’uomo riprende cosi a salire dopo il brusco arresto dell’uomo post glaciale di un milione e 800 mila anni fa, arresto dato dalla diminuzione del consumo di frutta e dell’inizio del consumo di TOSSINE …grazie all’aumento di consumo di frutta 2600 anni fa esordisce, con Anassimandro, il pensiero scientifico e quindi la scienza mettendo fine alle assurde spiegazioni mitico-RELIGIOSE (che oggi potremmo definire new-age…) della NATURA e dei fenomeni naturali Anassimandro (in greco antico Ἀναξίμανδρος, traslitterato in Anaxímandros; Mileto, 610 a.C. circa – 546 a.C. circa) è stato un filosofo greco antico presocratico e il primo cartografo.

Anassimandro Anaximander Rilievo

Biografia

Si conosce poco della sua vita: Diogene Laerzio, dopo averlo detto di Mileto e figlio di un Prassiade, riferisce l’apparentemente insignificante aneddoto secondo il quale, mentre cantava, sarebbe stato deriso da alcuni bambini, esclamando allora: «Bisognerà cantare meglio, per via dei bambini»: episodio che indicherebbe la necessità di far ben comprendere agli ingenui le verità da lui conosciute.

Lo storico greco sostiene che egli avrebbe preparato un’esposizione delle proprie dottrine e, citando la Cronologia di Apollodoro di Atene, afferma che nel secondo anno della 58ª Olimpiade (547 a.C.) Anassimandro avrebbe avuto 64 anni e sarebbe morto poco dopo.

La tarda Suda, intorno al X secolo d. C., gli attribuisce le opere Sulla natura, Il giro della terra, Sulle stelle fisse, La sfera e «alcune altre», lo dichiara discepolo e parente di Talete e ne fa lo scopritore degli equinozi, dei solstizi e degli “orologi”, una notizia forse ricavata dalla Praeparatio evangelium di Eusebio di Cesarea, secondo la quale Anassimandro: «per primo costruì degli gnomoni per conoscere le rivoluzioni del sole, il tempo, le stagioni e gli equinozi» mentre nella Varia historia di Eliano si riporta che Anassimandro avrebbe guidato i Milesi alla fondazione della nuova colonia di Apollonia.

Cicerone, dal canto suo, afferma che «i Lacedemoni furono avvertiti da Anassimandro, lo studioso della natura, a lasciare la città e le case, vegliando in armi sui campi, perché era imminente un terremoto, dopo il quale evento la città rimase del tutto distrutta e venne giù dal monte Taigeto una massa rocciosa della grandezza della poppa di una nave».

Cosmologia

« Anassimandro di Mileto, l’allievo di Talete, ebbe per primo l’audacia di disegnare l’ecumene su una tavoletta » (Agatemero) 

Le concezioni astronomiche

L’uso di spiegazioni naturalistiche anziché mitico-religiose distingue radicalmente la cosmologia di Anassimandro dai precedenti autori, come Esiodo, e si inserisce nel grande movimento di “de-mitificazione” della conoscenza dei filosofi presocratici. Anassimandro è il primo a concepire un modello meccanico del mondo. Sostiene che la Terra galleggia immobile nello spazio, senza cadere e senza essere appoggiata a nulla. Se per Talete la Terra è un disco piatto che si regge sull’acqua, conformemente alla sua dottrina dell’acqua come principio – substantia, “che sta sotto” – delle cose, Aezio e lo Pseudo-Plutarco riportano che per Anassimandro la Terra ha la curiosa forma di un disco, o un corto cilindro (come una “pietra di colonna”) di altezza un terzo del diametro. Aristotele riferisce che secondo alcuni la Terra «sta ferma a causa dell’eguale distribuzione delle parti: così tra gli antichi Anassimandro. E in effetti, quel che è collocato al centro e ha eguale distanza dagli estremi, non può essere portato in alto più che in basso o di lato. Essendo pure impossibile che il movimento avvenga contemporaneamente in direzioni opposte, sta necessariamente ferma». Aristotele considera l’idea “ingegnosa”, ma la respinge, preferendo la propria idea che la Terra resta al centro dell’universo perché questo è il suo “luogo naturale”.

Il fatto che Anassimandro abbia compreso che la Terra galleggia libera nello spazio senza cadere e senza bisogno di essere sostenuta da qualcosa è stato indicato da molti come la prima grande rivoluzione cosmologica, e una delle sorgenti del pensiero scientifico
[ Carlo Rovelli, “Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro” (Mondadori, 2011) Daniel W. Graham, “Explaining the Cosmos: The Ionian Tradition of Scientific Philosophy” (Princeton, NJ: Princeton University Press, 2006)].

Il filosofo della scienza Karl Popper ha chiamato questa idea “una delle più coraggiose, più rivoluzionarie, più portentose idee nella storia del pensiero umano” [Karl Popper, “Conjectures and Refutations: The Growth of Scientific Knowledge” (New York: Routledge, 1998), pg 186]. Il modello di Anassimandro permette ai corpi celesti di passare sotto la Terra, e apre la via alla grande astronomia greca dei secoli successivi.

Anche dei fenomeni naturali fornisce interpretazioni: «tutti questi fenomeni sono prodotti dal vento che quando, chiuso in una spessa nuvola, riesce, a causa della sottile leggerezza delle sue parti, a fuoriuscire con violenza, rompendo la nuvola e producendo il fragore del tuono, mentre la dilatazione della massa nera produce il chiarore del lampo». Il vento è una corrente d’aria «provocata dalle particelle più leggere e umide in essa contenute che si muovono ed evaporano sotto l’azione del Sole». Seneca, precisa che può anche tuonare a cielo sereno perché «il vento s’abbatte sull’aria densa che si lacera. E perché altre volte non ci sono fulmini ma solo tuoni? Perché il vento, troppo debole, non è riuscito a risolversi in fiamma ma solo in suono. Cos’è allora il lampeggiare? Una scossa d’aria che si disperde e precipita mostrando un debole fuoco incapace di uscire e il fulmine è una corrente d’aria più violenta e densa».

Secondo Favorino fu Anassimandro il primo ad inventare lo gnomone, conficcando un’asta al centro di un quadrante disegnato nell’agorà di Sparta. 

Il mare, la terra, l’origine dell’uomo

Dalle opere perdute di Teofrasto, Alessandro d’Afrodisia riporta che per Anassimandro il mare è «il residuo di un’umidità originaria: infatti la zona intorno alla Terra era umida e, con l’evaporazione di una parte, sotto l’azione del Sole, vennero i venti e le stesse rotazioni del Sole e della Luna, come se questi compissero le loro rivoluzioni a causa dei vapori e delle esalazioni e si volgessero nei luoghi dove sono più abbondanti. Il residuo dell’umidità nelle cavità della Terra forma il mare, che diventa sempre meno esteso, disseccato com’è continuamente dal Sole, tanto che alla fine tutto sarà asciutto».

L’origine degli animali e degli stessi esseri umani avrebbe avuto luogo dal mare e dalle zone umide della Terra; Censorino riporta che Anassimandro, allo scopo di dare una spiegazione di come fossero potuti sopravvivere i primi esseri umani, incapaci come sono di provvedere a sé stessi fin dalla nascita, sostenesse che «dall’acqua e dalla Terra riscaldate nacquero pesci o animali simili; entro di loro si generarono feti umani che crebbero fino alla pubertà; poi, spezzate le loro membrane, ne uscirono uomini e donne che erano ormai in grado di nutrirsi autonomamente».

Tanto Strabone che Agatemero, e anche Temistio, nei suoi Discorsi, citando Eratostene di Cirene, ricordano altresì, a testimonianza degli interessi geografici tipici di questi primi filosofi di Mileto, che Anassimandro avrebbe per primo disegnato e reso pubblica una carta della Terra, poi perfezionata da Ecateo di Mileto.

Anaximander world map

Mito e filosofia

È tipico della coscienza mitica non solo interpretare singole figure sensibili, oggetti comuni, come manifestazioni o risultato di azioni di forze mitiche, ma pretendere di spiegare tutto l’esistente, ricercandone tanto l’origine che il motivo della sua esistenza. In questo andare a ritroso, la coscienza mitica – non soltanto greca – si arresta nell’individuazione, indicata come postulato, di un primo fondamento.

Così in un canto rigvedico è scritto:

« Solo il Questo respirava immobile, non c’era altro. Allora non c’era né l’essere né il non essere, né l’aria né di sopra il cielo […] non c’era né morte né immortalità, né giorno né notte. »

Anassimandro, contrariamente a Talete, che pone il fondamento delle cose naturali in un elemento che ha caratteristiche sensibili e naturali come l’acqua, sembra, pur essendo di quello più giovane, tornare a una concezione prossima alla visione mitologica del cosmo. In realtà, egli ne è già lontano; se la forma del suo linguaggio – per quel che si può giudicare dal poco ci è rimasto – mantiene evidenti assonanze con precedenti esposizioni cosmogoniche, la sua intuizione delle origine delle cose non si svolge, come nelle mitologie, nel racconto di una successione di creazioni, in una sequenza genealogica come si manifesta, per esempio, nella teogonia di Esiodo. Egli pone immediatamente, come Talete e come farà successivamente Anassimene, il fondamento del Tutto dal quale tutte le cose nascono: e questo Tutto è la phýsis, è la natura.

La parola phýsis ha già in sé, nella propria etimologia, il senso del divenire, collegandosi a phýein – generare – e a phýesthai – crescere. Nel concetto di natura è già implicito il nascere e il crescere delle cose, il loro divenire, e pertanto non occorre ricorrere a successioni di esseri mitici dai quali dovrebbero derivare altri fino a giungere finalmente alle cose sensibili. E tuttavia, pur essendo l’origine delle cose, essa rimane eguale a sé stessa, essa genera mantenendosi: i filosofi ionici colgono nella natura l’unità che si manifesta tanto nell’essere quanto nel divenire, tanto nel conservarsi che nel mutare delle cose.

Come scrive il Cassirer:

«la “natura” del fondamento originario è tale che essa si disperde in una molteplicità di configurazioni particolari dell’essere e si traduce in essa, ma non vi si distrugge: si conserva in essa come un nocciolo immutabile. Al contrario, la molteplicità, come deriva tutto il proprio essere dal fondamento originario, così alla fine deve necessariamente ritornare a quest’ultimo. In tale processo del nascere e del perire del particolare si manifesta l’ordine eterno e l’eterna giustizia della natura come l’annunzia Anassimandro».

L’ápeiron

Di Anassimandro è pervenuto un frammento, tramandato da Simplicio:

(GRC)

« Ἄναξίµανδρος….ἀρχήν….εἴρηκε τῶν ὄντων τὸ ἄπειρον….ἐξ ὧν δὲ ἡ γένεσίς ἐστι τοῖς οὖσι, καὶ τὴν φθορὰν εἰς ταῦτα γίνεσθαι κατὰ τὸ χρεὼν διδόναι γὰρ αὐτὰ δίκην καὶ τίσιν ἀλλήλοις τῆς ἀδικίας κατὰ τὴν τοῦ χρόνου τάξιν »

(IT)

« Anassimandro….ha detto…. che principio degli esseri è l’infinito (ápeiron)….da dove infatti gli esseri hanno l’origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo. »

E lo stesso Simplicio, commentando il passo e rifacendosi alle, per noi perdute, Opinioni dei fisici di Teofrasto, scrive che per Anassimandro

«principio ed elemento degli esseri è l’infinito, avendo egli per primo introdotto questo nome di principio (archè). E dice che il principio non è né l’acqua né un altro dei cosiddetti elementi, ma un’altra natura infinita, dalla quale provengono tutti i cieli e i mondi che in essi esistono […] e l’ha espresso con parole alquanto poetiche. È chiaro che avendo osservato il reciproco mutamento dei quattro elementi [acqua, aria, terra, fuoco], ritenne giusto di non porne nessuno come principio, ma qualcosa d’altro. Secondo lui la nascita delle cose non avviene per alterazione del principio elementare, ma avviene per il distacco da quello dei contrari a causa dell’eterno movimento». 

Per contrari, Simplicio intende il caldo e il freddo, il secco e l’umido e così via; seguendo Aristotele, considera che Anassimandro appartenga di fatto ai seguaci di Anassagora: Aristotele, infatti, nella Fisica, già considerò che per Anassimandro «dall’Uno che li contiene, si staccano i contrari» e che «quanti ammettono sia l’unità che la molteplicità dell’Essere, come per esempio Empedocle e Anassagora, fanno uscire dalla mistione le altre cose per divisione».

Ma Aristotele, nella sua Fisica dice di più:

«ogni cosa o è principio o deriva da un principio: ma non c’è principio dell’infinito, perché questo rappresenterebbe il suo limite. Inoltre è ingenerato e incorruttibile, in quanto principio, perché necessariamente ogni cosa generata deve avere una fine e c’è una fine di ogni distruzione. 

Perciò, l’infinito non ha principio ma sembra esso stesso essere principio di ogni cosa e ogni cosa abbracciare e governare, come dicono quanti non ammettono altre cause, a parte l’infinito […] Inoltre esso è divino perché è immortale e indistruttibile, come vuole Anassimandro e la maggior parte dei fisiologi. Fanno fede dell’esistenza dell’infinito, a guardar bene, cinque ragioni: il tempo – perché è infinito; la divisione delle grandezze – perché anche i matematici usano l’infinito; e ancora: solo se la fonte, da cui deriva ogni cosa generata, è infinita, allora esistono sempre la generazione e la distruzione; poi, ogni cosa, che sia limitata, ha sempre il suo limite rispetto a un’altra cosa, cosicché non ci sarà un limite se una cosa troverà sempre un limite in un’altra cosa. 

Ma soprattutto, il motivo più importante e più difficile per tutti, è che pare che siano infiniti tanto il numero e le grandezze matematiche quanto tutto quello che c’è oltre i cieli; ma siccome quel che c’è oltre i cieli è infinito, sembra che vi debba essere un corpo infinito e dei mondi infiniti».

È evidente che qui Aristotele sviluppa un personale ragionamento che non può essere fatto risalire ad Anassimandro, tanto che Aezio, che segue Teofrasto, sostiene che Anassimandro sbaglierebbe, in quanto «non dice che cos’è l’infinito, se l’aria o l’acqua o terra o qualsiasi altro corpo. E sbaglia perché ammette la materia e sopprime la causa efficiente. In effetti l’infinito non è altro che materia e la materia non può essere in atto se non c’è causa efficiente». Aristotele e gli aristotelici non ammettono l’infinito-materia se non come “causa materiale”, come materia costituente gli oggetti, i quali devono essere il risultato di un’altra causa – la “causa efficiente” – a loro avviso necessariamente diversa dalla materia. Si pone allora il problema di come le cose provengano dall’ápeiron. Se ápeiron (letteralmente, “senza perimetro”) viene tradotto comunemente in “infinito” o illimitato, esso va anche inteso come “non definito”, “indeterminato”. Essendo indeterminato, non identificandosi con nessun specifico elemento (stoichéion) – acqua, aria, terra o fuoco – resta determinato dall’unica qualità che gli appartenga derivante dalla sua stessa definizione, ossia una materia indifferenziata, della quale nulla possa dirsi se non infinita e irriducibile a ogni determinazione.

« […] da dove infatti gli esseri hanno l’origine, lì hanno anche la distruzione […] »

I filosofi naturalisti della Ionia, impressionati dal fenomeno del nascere, del mutare e del morire di tutte le cose, ne ricercano la causa: come Talete vedeva nell’acqua, considerata ovunque presente come elemento liquido, solido e gassoso, l’origine delle cose, così per le medesime ragioni, Anassimene ne vedrà l’origine nell’aria, ovunque presente, mentre Anassimandro vede che i fenomeni si producono ovunque e l’ovunque è per sua stessa natura indefinito proprio perché, essendo il Tutto, è privo di individuazione al di fuori di sé stesso, non è spiegabile attraverso la determinazione di qualcosa di altro, dal momento che questo qualcosa rientrerebbe già nel Tutto.

Allo stesso modo, se nell’ápeiron sembrerebbe che vi debba essere una forza – l'”eterno movimento” di cui parla Simplicio – che faccia nascere, trasformare e morire le cose, questa forza, proprio in virtù dell’indefinibilità del Tutto, è resa definibile solo come essa stessa ápeiron, indissolubilmente legata, non scindibile e non distinguibile da esso, altrimenti il Tutto, nuovamente, non sarebbe più tale, avendo altro da sé, e come le cose nascono dall’ápeiron, così lì devono trasformarsi e morire, perché non c’è un altrove dove trasformarsi e morire.

« […] lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro (αλλήλοις) la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine (τάξις) del tempo »

Ogni cosa che nasce si manifesta nella sua individualità, si dimostra diversa da ogni altra. Vi è chi, come Friedrich Nietzsche, ha interpretato il passo come se per Anassimandro ogni divenire sia

«un’emancipazione, meritevole di castigo, dall’eterno essere, come un’ingiustizia da espiare con la distruzione […] Scorgendo nella molteplicità delle cose giunte alla nascita una somma di ingiustizie da espiare, con piglio audace, primo tra i Greci, ha afferrato il nodo del più profondo problema etico. Come può perire qualcosa che ha diritto d’essere? Da cosa nasce quell’incessante divenire e generare, quell’espressione di spasimo sul volto della natura, quel funereo, interminabile lamento in tutti i regni dell’esistenza? […]»

Così lo Jaeger può interpretare che

«Anassimandro immagina concretamente che le cose contendano fra loro, come gli uomini in tribunale. Ci troviamo di fronte a una polis ionica. Vediamo il mercato, dove si rende giustizia, e il giudice, seduto sul suo seggio, che stabilisce il castigo (táttei). Egli ha nome Tempo. Lo conosciamo dal pensiero politico di Solone: al suo braccio non si sfugge. Quanto l’uno dei contendenti abbia preso di troppo all’altro, gli sarà immediatamente ritolto e ridato a colui che ebbe troppo poco […] Anassimandro va assai più oltre. Egli vede verificarsi questo eterno compenso non solo nella vita umana, ma nell’universo intero, in tutti gli esseri. L’immanenza della sua effettuazione, che si palesa nella sfera umana, gli suggerisce che le cose della natura, le loro forze e contrasti, siano sottoposti a una giustizia immanente, come gli uomini, e che secondo questa se ne compia l’ascesa e il tramonto».

Essendo l’ápeiron l’unità dei contrari, contenendo nel suo seno gli opposti, ognuno di questi, nascendo, contrasta con un altro, così come la notte, opponendosi al giorno alla sua nascita, lo distrugge e da questo sarà dissolta a sua volta: ogni nascita è un’ingiustizia commessa contro altri, è la pretesa di ogni cosa di sostituirsi alla sua contrastante, di sussistere in assenza di quella. In questo incessante contrastare sta il movimento delle cose, il loro eterno divenire. Come esiste un’immanenza di giustizia nella realtà dell’ordinamento umano, a maggior motivo nel Tutto esiste un ordinamento giuridico attraverso il quale le cose vengono governate: la giustizia umana ne è soltanto un riflesso, è una delle manifestazioni della legge universale, nella quale risiede la necessità del nascere e del perire manifestata dal comando, dall’ordine (τάξις) – da non intendere in senso di consequenzialità temporale, cronologica – del Tempo che svolge la funzione di giudice, il quale applica la legge universale che governa ogni cosa. Un’interpretazione molto diversa dell’ápeiron è difesa dagli autori che danno una lettura più naturalistica della concezione del mondo di Anassimandro. Per esempio Marc Cohen e Carlo Rovelli interpretano l’ápeiron come la prima “entità teorica” nella storia della scienza: una entità naturale non direttamente osservabile, ma la cui esistenza è postulata per organizzare rendere conto in maniera naturalistica della complessità fenomeni osservabili.

Isolata, ma consistente con questa lettura, è l’opinione del filologo Giovanni Semerano (L’infinito: un equivoco millenario) secondo il quale ápeiron, che deriverebbe dal semitico apar, («polvere», «terra»), accadico eperu equivalente del biblico ‘afar, sarebbe stato utilizzato da Anassimandro nel significato di terra e non di infinito, ciò, fra le tante sue conseguenze citate da Semerano, ricondurrebbe la filosofia presocratica essenzialmente ad una fisica corpuscolare, che accomunerebbe Anassimandro, Talete e Democrito. La relazione fra l’ápeiron di Anassimandro e gli atomi di Leucippo e Democrito è corroborata dall’attributo che comunemente accompagna gli atomi nei frammenti degli atomisti: “ápeira”, plurale di ápeiron, usualmente tradotto con “innumerevoli”.

Bibliografia
Fonti ed edizioni

– Anaximandre, Fragments et témoignages, testo greco traduzione francese, introduzione e commento di – Marcel Conche, Parigi: Presses universitaires de France, 1991.
– H. Diels, Doxographi Graeci, Padova, CEDAM, 1961
– C. Mueller, Fragmenta Historicorum Graecorum (FHG), Parisiis, 1848
– F. W. A. Mullach, Fragmenta philosophorum graecorum, Parigi, 1881
– I presocratici. Prima traduzione integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti di Hermann Diels e Walther Kranz, a cura di Giovanni Reale, Milano: Bompiani, 2006.
– I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di Gabriele Giannantoni, Bari: Laterza, 1969.
– Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei più celebri filosofi, Milano, Bompiani 2005, ISBN 88-452-3301-4 

Studi

– Ernst Cassirer, Da Talete a Platone, Roma-Bari, 1992, ISBN 88-420-3993-4*
– B. Farrington, Storia della scienza greca, Milano, 1964
– Edward Hussey, I presocratici, Mursia, Milano 1976
– Giorgio Colli, La sapienza greca II – Epimenide, Ferecide, Talete, Anassimandro, Anassimene, Onomacrito. Adelphi, Milano, 1978, ISBN 978-88-459-0893-4
– Werner Jaeger, Paideia. La formazione dell’uomo greco, Milano, 2003, ISBN 88-452-9233-9
– Renato Laurenti, Introduzione a Talete, Anassimandro, Anassimene, Bari: Laterza, 1971.
– Charles H. Kahn, Anaximander and the Origins of Greek Cosmology, New York: Columbia University Press, 1960 (terz edizione: Indianapolis, Hackett, 1994 Friedrich Nietzsche, La filosofia nell’età tragica dei Greci, Roma, 1993, ISBN 88-7983-265-4
– Carlo Rovelli, Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori, Milano 2011 ISBN 978-8861840751
– Emanuele Severino, La filosofia antica, Milano, 1984
– E. Zeller – R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Firenze, 1951
– P. Zellini, Breve storia dell’infinito, Milano, 1980, ISBN 88-459-0948-4
– Aldo Brancacci, Il principio in Anassimandro, in Giornale Critico della Filosofia Italiana, XCI (XCIII), 2012, pp. 209-223

http://it.wikipedia.org/wiki/Anassimandro

Anassimandro di Mileto

Anassimandro (gr. ᾿Αναξίμανδρος, lat. Anaximander) di Mileto. – Filosofo e scienziato greco (610 – 547 a. C.). È il rappresentante della scuola ionica, immediatamente successivo a Talete; mentre questi pone come principio dell’universo una delle tante realtà particolari dell’universo stesso (l’acqua), A. pone come ἀρχή (egli fu il primo ad usare questo termine, poi rimasto tipico/”>tipico, per designare la primitiva sostanza materiale) l’illimitato o infinito (ἄπειρον), da cui ogni determinata esistenza deriva e in cui si dissolve al compiersi di ogni ciclo cosmico. Una legge di giustizia regola il cosmo, per cui ogni vita è pagata con la morte, ogni individuazione col successivo ritorno nell’indistinto. L’infinito è tale appunto perché la genesi non ha termine, ed è, con ciò, immortale e “senza vecchiaia”. Ad A. si attribuisce una prima formulazione dell’ipotesi dell’origine dell’uomo da animali inferiori: egli aveva dato particolare importanza alle coppie del caldo e del freddo, dell’umido e dell’asciutto perché la generazione avviene mediante il processo di separazione degli opposti (così nell’umido hanno origine i primi animali – pesci o simili a pesci -, da questi gli uomini). Andò più in là di Talete nelle conoscenze astronomiche: si pensa che conoscesse l’inclinazione dello zodiaco, e che fosse l’inventore dello gnomone.

http://www.treccani.it/enciclopedia/anassimandro-di-mileto/


Lo scopo fondamentale del mangiare è di rifornire energia agli elementi chimici che compongono le cellule e i tessuti. Il rifornimento è una delle leggi di base della Natura che riguarda la chimica organica, e il nostro corpo è un laboratorio che funziona secondo i principi della chimica organica.

Il cibo che mangiamo dovrebbe nutrire le cellule e i tessuti.

Sfortunatamente, avendo la Natura dato all’uomo un corpo così elastico, per quanto riguarda la tolleranza degli abusi alimentari, può sopravvivere per anni con cibi distruttivi, ma appellandosi al suo appetito e al suo palato la razza si è degenerata fisicamente in modo al quanto visibile. Se vuoi averne una prova basta che ti guardi in giro in un luogo affollato.

La scienza insiste nel dire che l’età media della popolazione si è elevata, ma la maggior parte degli anziani hanno gravi problemi di deambulazione, di movimento, hanno lo sguardo assente, e si lamentano della loro artrite o artrosi ogni volta che salgono su un tram. Sono imbalsamati dai farmaci che prendono per i loro vari disturbi e malattie. Questo è ciò che la scienza intende per “elevare l’età media”.

Il corpo è il veicolo tramite il quale lo spirito opera con la mediazione della mente e dell’intelletto. L’intelletto è quella parte della mente che usiamo per osservare e ragionare.

Se si permette al corpo di degenerare, allora non ci si può aspettare che l’intelletto possa operare efficacemente, come un abile conducente non può guidare bene una macchina con parti guaste o mancanti.

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Non capita tutti i giorni che un multimilionario spendi soldi per salvare il pianeta, anziché investire capitale per guadagnarci di più, è quello che il Signor Johan Eliaschha fatto con parte della Foresta Amazzonica.

Il Signor Eliash è una persona molto importante nel suo campo, è il Presidente del consiglio di amministrazione e CEO della compagnia Head, conosciuta per l’equipaggiamento da tennis e da sci. E’ anche un banchiere e un produttore cinematografico negli UK, membro anche della Fondazione Internazionale della Pace.

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Nel 2006 dunque Johan Eliasch ha comprato 200 mila ettari della Foresta Amazzonica da una compagnia atta all’abbattimento di alberi in Brasile. Questo terreno ha un alto valore commerciale appunto per l’alta densità di alberi che si possono sfruttare per l’industria della carta. Johan Eliasch adora gli alberi e comprende quanto siano importanti per gli esseri umani.

L’imprenditore permetterà anche gli scienziati di utilizzare la sua terra per fini di esplorazione e di ricerca di specie sconosciute.

In una recente intervista concessa a Chanel 4, Eliasch ha espresso il suo amore per gli alberi e per la loro conservazione. Ha continuato dicendo:

L’Amazzonia produce il 20% di ossigeno per il Pianeta, quindi è importante preservare la foresta pluviale”.

Incoraggia poi gli altri a fare lo stesso, affermano che più gente compra la foresta e meno saranno gli alberi abbattuti.

Ha poi aggiunto:

“L’investimento è un ottimo affare: si fa qualcosa di buono per il Pianeta. I gas ad effetto serra e le attività degli uragani hanno una certa connessione con il taglio della foresta pluviale. Dobbiamo preservare la foresta per evitare disastri globali.”

Attualmente, ogni minuto, 2000 alberi della foresta amazzonica vengono tagliati. 20 miliardi di tonnellate al giorno.

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Beth Moon, una fotografa di San Francisco, ha passato gli ultimi 14 anni girando per il mondo alla ricerca degli alberi più antichi. Ha viaggiato intorno al globo per catturare in queste bellissime foto in bianco e nero la magnificenza di questi alberi che crescono negli angoli più remoti e che sembrano essere più vecchi del mondo stesso.

“In tempi in cui siamo focalizzati sulla ricerca dei modi migliori per vivere in sintonia con l’ambiente che ci circonda, credo che questi alberi acquistino un significato simbolico, dei veri e propri monumenti viventi, i più grandi e antichi sulla terra.”

Sessanta delle foto in bianco e nero di Beth Moon sono raccolte in un libro intitolato “Ancient Trees: Portraits of Time”. I soggetti di questi scatti sono alberi tra i più strani e magnifici di sempre.

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