del Prof. Armando D’Elia
Naturalista, chimico, studioso di dietetica vegetariana (Comitato Scientifico AVI).
Articolo tratto dal suo libro:“MITI E REALTA’ NELL’ALIMENTAZIONE UMANA


Nei paesi del Terzo Mondo gli effetti della malnutrizione si manifestano, negli adulti, con il crollo della efficienza fisica e psichica. A questo punto però occorre fare necessariamente una importante precisazione. Un tempo la magrezza, diffusa presso alcune popolazioni, e che molti osservatori occidentali qualificavano “eccessiva”, veniva sbrigativamente considerata patologica e attribuita alla malnutrizione (anzi a fame).

Ma oggi si va molto più cauti nell’inserire “ipso facto” in un quadro patologico una magrezza che a prima vista sembrasse eccessiva. Alla luce di studi più completi sulle popolazioni africane ed asiatiche si è imposta la necessità primaria di rapportare lo stato di magrezza riscontrato ai biotipi e ai modi di vita locali onde appurare se essa sia davvero un fatto patologico da attribuire a turbe nutrizionali.

Ve, quindi, rigettata ogni valutazione della magrezza fatta acriticamente applicando le, comunemente note, tabelle riguardanti il rapporto altezza-peso, “cliché” tipicamente occidentale, da considerare oggi, per quanto appresso riportato, decisamente superato. “Superato” perché basato su modelli assurdi privilegianti uomini cosiddetti “ben portanti” e donne “in carne”, cioè soggetti pre-obesi o decisamente obesi, a causa di malsane abitudini alimentari, cioè di “malnutrizione per eccessi alimentari”, tipica dei paesi cosiddetti “opulenti”.

Sono illuminanti a questo riguardo (specie per quanto attiene agli africani) gli accurati studi effettuati in Somalia sui pastori nomadi somali dal medico Italiano Lapiccirella, che hanno documentato la stupefacente efficienza fisiopsichica di quelle popolazioni nonostante una magrezza che, alla luce dei canoni tradizionali della medicina ufficiale, sembrava così eccessiva da farla ritenere incompatibile con una vita attiva minima. Questi pastori sono in realtà capaci, invece, di percorrere, sempre sereni, molte decine di chilometri senza fermarsi e stancarsi, sotto il sole cocente e nutrendosi con pochissimo, dandoci validissimi esempi di un alto livello di salute a noi sconosciuto.

Occorre tuttavia dire che da tempo aveva cominciato, sia pure timidamente, a farsi strada, contro corrente, il convincimento che le tabelle del rapporto “alterzza-peso”, cui prima si è accennato, adottate dalla quasi totalità della classe medica, fossero da rivedere.
Queste tabelle portavano a concludere che l’aumento della statura umana (e il conseguente aumento di peso), ché negli ultimi 75 anni è andato progressivamente accentuandosi, doveva considerarsi un fatto positivo. Né era mancato chi attribuiva tale aumento della statura l’incremento, effettivamente verificatosi, del consumo di carne, consumo che pertanto si riteneva dovérsi incoraggiare.
Ma a rompere gli indugi e le esitazioni di tale opera di revisione è fortunatamente intervenuta L’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITA che, da Ginevra, con un chiaro comunicato scientifico, firmato da ricercatori dell’Università di San Diego, USA, capeggiati da Thomas Samaras, confuta l’idea che la crescita in statura e in peso della specie umana sia un segno di migliore salute.

Al contrario, i risultati della ricerca dimostrano:

  • che l’aumento della taglia umana è una tendenza malsana perché in conflitto con il raggiungimento della speranza di vita massima. L’indagine, condotta su vasta scala su donne e uomini statunitensi, stabilisce infatti che ogni centimetro in più in altezza comporta una diminuzione della longevità di quasi sei mesi e che coloro che superano i 175 centimetri di altezza vivono in media cinque anni meno di coloro che raggiungono tale altezza;
  • che coloro che pesano meno di 63 chili e mezzo guadagnano 7,7 anni di vita rispetto a chi pesa oltre a 90 chili. Ma tra individui della stessa altezza ma di diverso peso, per ogni 4,55 chili di meno la vita si allunga di circa un anno. Il comunicato scientifico conclude che l’uomo ideale è alto un metro e 50 e pesa 46 chili, ha cioè le dimensioni che molto probabilmente aveva l’Homo sapiens quando apparve sulla Terra; quindi bisogna combattere l’idea che lo scarso peso e quindi la magrezza siano fatti negativi.

A corollario ed a conferma dell’importante comunicato dell’OMS, l’autore aggiunge la seguente notizia, dalla quale trae alcune considerazioni.
Il 12 marzo 1995 moriva in Cina, all’età di 147 anni, Il signor Gong Laifa, l’uomo più vecchio della Cina e forse del mondo intero. Era alto: un metro e 40 e pesava 30 chili. Altri dati importanti: alimentazione vegetariana non beveva alcolici viveva in campagna, faceva molto moto (da IL GIORNALE D’ITALIA del 31 marzo 1995).

Ecco ora n nostro breve commento a questo fatto di cronaca.

I dati suddetti sono assai interessanti perché suonano conferma di quanto i paleo antropologi più quotati, hanno accertato in merito ai caratteri fisici degli Australopiteci e dei membri arcaici del genere Homo, che avevano un fisico tutt’altro che imponente: le femmine raggiungevano a mala pena i 130 centimetri di statura, i maschi circa 160; in quanto a peso, le femmine pesavano una trentina di chilogrammi, i maschi 45.
Soprattutto importanti nella scoperta di tali dati sono stati gli studi di Robert J. Blumenschine e John A. Cavallo, studi pubblicati in Italia su “LE SCIENZE” n.292 (dicembre 1992); ripubblicati poi, data la loro importanza, su “LE SCIENZE QUADERNI” n.73 (settembre 1993).
Da segnalare ancora che “Lucy” (l’auiralopiteco di Hadar, vissuto 3,2 milioni di anni fa) era alta poco più di un metro e pesava non più di 27 chili.

Azzardiamo pensare che le caratteristiche ancestrali, primigenie, del genere umano riaffiorano, potenti ed indistruttibili come gli Istinti, anche nell’uomo d’oggi, ogni qual volta si realizzino comportamenti e condizioni ambientali ad essi favorevoli.

E, ancora, una nostra considerazione generale sulla importante dichiarazione scientifica della OMS, prima riportata.
Poiché siamo pienamente d’accordo con tale dichiarazione, possiamo ben dire che “un uomo magro e di scarso peso è un uomo in salute” e che, viceversa “un uomo in sovrappeso o decisamente obeso è un uomo malato”.

Ma occorre anche dire che a simili affermazioni di solito si obietta che n po’ di tessuti di riserva “sono necessari”. Il che potrebbe anche essere vero se l’uomo dovesse attraversare dei deserti e restare senza cibo per molto tempo essendo, in tal caso, costretto ad attingere a delle riserve, come i dromedari e i cammelli (che in simili circostanze consumano le riserve del grasso accumulato nelle gobbe); o se l’uomo fosse un animale ibernante, come l’orso, che deve superare il letargo consumando le riserve tissutali. La realtà è invece che noi mangiamo, normalmente, tutti i 365 giorni dell’anno ed almeno tre volte al giorno, quindi non occorre avere riserve di alcun genere per affrontare digiuni forzati, che praticamente non capita mai di dovere sopportare. Peraltro, codesta riserva costituirebbe un maggior lavoro per il cuore ed un peso inutile da portarsi appresso.

Un’altra obiezione che un uomo magro e di scarso peso si sente fare è questa: “sei troppo magro”. Ora, cosa significa “troppo magro”? Significa forse che la magrezza è tale da mettere a repentaglio la vita dell’Individuo? Ebbene, è vero il contrario: un uomo magro si sente (ed è) in piena forma e in salute proprio perché è magro. Occorre considerare, peraltro, che se poi, putacaso, la magrezza dovesse veramente mettere in pericolo la vita dell’individuo, l’intelligenza del corpo, sempre vigile, farebbe immediatamente sorgere la fame, quella vera: ma fintanto che questo non avviene, la magrezza non potrà mai considerarsi un fatto negativo e meno che mai allarmante.

Ricordiamo i minuscoli e magrissimi vietcong che ne Vietnam vinsero la guerra contro i corpulenti francesi e gli obesi americani; ricordiamo i magrissimi Hunza (il popolo che ignora la malattia); ricordiamo il filosofo inglese Bertrand Russell, grande vegetariano, che , 43 chili di peso, guidava con passo energico le marce di protesta contro la guerra del Vietnam, ecc. ecc.

Nei  bambini del Terzo Mondo, invece, la denutrizione si manifesta con stati di “marasma” tipicamente infantile e con il “Kwashiorkot”, quest’ultimo da collegare anche alla ingestione di micotossine, sostanza tossiche dovute a muffe che inquinano soprattutto le arachidi, molto consumate in quei paesi. Ma, tornando ai paesi europei, occorre proprio dire, alla luce di alcuni concetti – base prima enunciati, che la malnutrizione – specie quella per eccesso, cioè la ipernutrizione – affligge, si può dire, la grande maggioranza della popolazione dei paesi ad economia sviluppata, tanto che si potrebbe parlare della malnutrizione come di un problema planetario. Si salvano i vegetariani (ai tempi il termine vegani non esisteva, coincideva con vegetariani) e gli igienisti più avanzati ed attenti, i quali, anche se in continuo aumento, sono ancora una minoranza.

In particolare, per l’apporto di proteine, si commette l’errore di ingerirne troppe, ritenendo, con ciò, di nutrirsi meglio. Invece, come si preciserà più in là, le proteine sono l’unico principio nutritivo che l’organismo umano si rifiuta di accumulare; le proteine eccedenti lo stretto bisogno “plastico” e l’eventuale compito vicariante “energetico” si trasformano soprattutto in grassi e glucidi impegnando però pesantemente, per raggiungere questo scopo, fegato e reni, che risentiranno certamente di questo superlavoro.

di Armando D’Elia
Naturalista, chimico, studioso di dietetica vegetariana (Comitato Scientifico AVI)

GLACIAZIONI, SICCITA’ E PIOVOSITA’
Cerchiamo di capire i motivi dell’avvento del carn ivorismo nella vita dell’uomo, fatto che ha tutte le caratteristiche di una tragica involuzione, dalla quale prese l’avvio la degenerazione fisiopsichica dell’uomo attuale. Durante la preistoria dell’uomo si verificarono eventi meteorologici e geologici che alterarono profondamente l’ambiente. Avvennero glaciazioni (espansioni dei ghiacciai), interglaciazioni (ritiri dei ghiacciai e avvento di climi più caldi), periodi di forte inaridimento climatico (siccità), periodi di aumenti eccezionali di piovosità (pluviali).

LE GRAMINACEE DELLA SAVANA E L’AIUTO DEL FUOCO
L’insieme di tali eventi provocò notevolissime riduzioni delle foreste che si trasformarono prevalentemente in savane. L’uomo fu così costretto a comportarsi come un animale da savana e, per sopravvivere, fu costretto a cibarsi di quello che in tale ambiente trovava. Vi trovò le graminacee. Ora, le graminacee producono frutti secchi, inodori e insapori. Sono, insomma, come dicemmo, cibo per uccelli. Con artifizi e l’aiuto del fuoco l’uomo riuscì ad utilizzare queste cariossidi. Ma l’evento più rivoluzionario che gli occorse, comportandosi come un animale da savana, fu il ricorso, a scopo alimentare, alla carne degli erbivori abitatori della savana, divenendo così, per necessità, un mangiatore di carne, sempre però con l’aiuto del fuoco, non potendo mangiare crudi ne le cariossidi dei cereali ne le carni. Senza l’artifizio della cottura e (per i cereali) della molitura, l’uomo non avrebbe potuto diventare né un mangiatore di carne, né un cerealivoro, giacché le sue caratteristiche anatomiche naturali (dentatura, ecc.) da sole, non glielo avrebbero consentito.

AVVENTO DEL CIBO CARNEO E CONSEGUENZE CATASTROFICHE
L’impatto con le innaturali deviazioni alimentari (cereali e proteine di cadaveri di animali, peraltro cotti, cioè morti) ebbe, per l’uomo, conseguenze catastrofiche in termini di salute e di durata della vita. il che è comprensibile, dato quello che io chiamo “salto a strapiombo” tra un alimento vivo e vitalizzante come la frutta da una parte e gli alimenti amidacei e carnei, cadaverici e mortiferi, iperproteici come la carne, uccisi e quindi devitalizzati con la cottura, dall’altra. Reay Tannahill nella sua “Storia del cibo” ci dice addirittura che “durante il periodo dei Neanderthaliani meno della metà della popolazione sopravviveva oltre i 20 anni e 9 su 10 degli adulti restanti morivano prima dei 40 anni”. Fu soprattutto l’avvento del cibo carneo, con il suo contenuto eccessivo di proteine e con la conseguente tossiemia a produrre tali disastrosi effetti sul corpo, ma anche sulla mente degli uomini; non bisogna infatti dimenticare che la carne crea aggressività…

L’UOMO-SCIACALLO CHE SOTTRAE PREDE A LEONI E LEOPARDI
Ma l’uomo è inerme, quindi non è per natura carnivoro, essendo sfornito anatomicamente dei dispositivi atti ad inseguire, uccidere e masticare, crude, le carni degli erbivori. Si pensa pertanto che l’uomo primitivo non sia stato, all’inizio, tanto un cacciatore quanto uno spazzino, che si nutriva delle prede fatte da altri animali veramente carnivori, mancandogli anche la insensibilità necessaria per aggredire ed uccidere con le proprie mani degli animali pacifici e innocenti, oltre che inermi. Forse, adoperando sassi e bastoni, l’uomo riusciva ad allontanare il leopardo dall’antilope uccisa, se ne impossessava e la trascinava al sicuro nel suo rifugio. Tale comportamento è stato chiamato anche “sciacallaggio”. Ma l’uomo non si limitò a sottrarre agli animali carnivori parte delle loro prede.

CACCIATORE PER NECESSITA’ PIU’ CHE PER VOCAZIONE
Fu costretto anche a cacciare direttamente, forzando la sua naturale non-aggressività, spintovi sempre dalla necessità di trovare i mezzi per sopravvivere. Il prof. Facchini (docente di antropologia all’Università di Bologna) si dice certo che l’uomo preistorico adoperò il fuoco a scopo culinario soprattutto per cuocere la carne. Concorda su tale affermazione anche il prof. Qakiaye Perlès, dell’Università di Parigi. Ma oggi per fortuna non esistono più le ragioni di forza maggiore che obbligarono i nostri antenati ad alimentarsi con cadaveri di animali per assicurarsi il fabbisogno proteico. Pertanto da molto tempo l’uomo ha inserito in misura crescente frutta, verdura e ortaggi crudi nella propria dieta. Occorre però vigilare sempre, per difenderci dall’autentico agguato che le industrie alimentari ci tendono continuamente proponendoci, ricorrendo alla propaganda a mezzo dei mass-media e all’opera nefasta di medici prezzolati, sostanze di dubbia convenienza.

MILIONI DI ANNI ALTERNI TRA RAVVEDIMENTI E TRASGRESSIONI, MA LE UNGHIE NON SONO MAI DIVENTATE ARTIGLI
Abbiamo prima affermato che l’uomo della foresta, dove aveva vissuto per milioni di anni, dovette passare nella savana. Ora, nella foresta era fruttariano, mentre nella savana, difettando la frutta, dovette divenire carnivoro. Forse l’organismo umano, adattandosi alla alimentazione carnea, assunse le caratteristiche anatomiche e fisiologiche tipiche dei carnivori? No, conservò le caratteristiche del fruttariano. Oggi, infatti, dopo milioni di anni di innaturale alimentazione carnea, le nostre unghie non si sono trasformate in artigli, il nostro intestino non si è accorciato, i nostri canini non si sono allungati trasformandosi in zanne, il nostro succo gastrico non ha aumentato la sua originale e debole acidità tipica dei fruttariani, il fegato non ha esaltato la sua capacità antitossica, ne è scomparsa l’istintiva attrazione esercitata sull’uomo in età infantile dalla frutta e neppure è scomparsa la altrettanto istintiva repulsione esercitata dalla carne sul bambino appena svezzato.

PROTEINE SOVRABBONDANTI MA NON MODIFICATIVE
Tutti segni, questi, che le proteine eccessive, presenti assieme ad altre caratteristiche negative nella carne, pur provocando danni enormi, non sono riuscite a modificare la struttura fisiopsichica dell’uomo. Ciò dimostra come l’alimentazione carnea sia del tutto estranea agli interessi nutrizionali e biologici dell’uomo, e come questi non riesca ad adattarvisi, pur subendo le pesanti conseguenze di un innaturale carnivorismo di lungo periodo.

LE PROTEINE DELLA FRUTTA GARANTISCONO OGGI COME ALLORA IL TOP DELLA SALUTE UMANA
I 22 aminoacidi esistenti negli alimenti si dividono, secondo la nutrizionistica ufficiale, in due categorie. Quella dei 14 aminoacidi che possono essere prodotti (sintetizzati) dall’organismo umano, e quella degli aminoacidi chiamati “essenziali” (8 o 10) che invece si ritiene non possano essere sintetizzati e pertanto dovrebbero essere assunti con gli alimenti. Lo scrivente si è più volte dichiarato contrario a tale teoria, dimostrando che gli “aminoacidi essenziali” sono un autentico “mito”. Tuttavia, ammettendone pure la reale esistenza come la medicina ufficiale pretende, è legittimo formulare una domanda, di fondamentale importanza. “Da dove trassero, i nostri progenitori arboricoli, gli aminoacidi oggi chiamati essenziali, ritenuti indispensabili alla vita, durante i milioni di anni in cui furono abitatori della foresta e sicuramente solo fruttariani?” La risposta ad una simile domanda, non può essere che una sola, dettata dalla logica elementare e dal buon senso. Evidentemente solo dalla frutta, anche se, secondo il parere di alcuni paleoantropologi, venivano probabilmente aggiunte alla frutta altre parti succulente di vegetali. E poiché noi oggi continuiamo a possedere quelle stesse caratteristiche anatomiche, fisiologiche ed istintuali di quei nostri progenitori, dobbiamo dedurre che le proteine della frutta sono qualitativamente e quantitativamente sufficienti a garantire in modo ottimale la vita dell’uomo oggi come allora.

OGNI DENTE ESAMINATO DA 12 MILIONI DI ANNI FA IN AVANTI PRESENTA LE STRIATURE TIPICHE DEL MANGIATORE DI FRUTTA
Partendo da queste e da altre considerazioni il prof. Alan Walker, antropologo della John Hopkins University, è giunto alla conclusione che la frutta non è soltanto il nostro cibo più importante, ma è l’unico al quale la specie umana è biologicamente adatta. Per comprovare tale affermazione, Walker ha studiato lungamente le stilature ed i segni lasciati, nei reperti fossili, sui denti, dato che ogni tipo di cibo lascia sui denti segni particolari. Scoprì, così, che “ogni dente esaminato, appartenente agli ominidi che vissero nell’arco di tempo che va da 12 milioni di anni fa, sino alla comparsa dell’Homo erectus, presenta le striature tipiche dei mangiatori di frutta, senza eccezione alcuna”. Istintivamente, quindi, i nostri progenitori mangiavano quello che la natura offriva loro, cioè la frutta matura, colorita, profumata, carnosa, dolce. Ed è facile immaginare che i nostri progenitori mangiassero la frutta spensieratamente, nulla sapendo (beati loro!) sulla quantità e sulla qualità di proteine contenute nella frutta, guidati unicamente dall’istinto. E se la passavano pure bene.

STRETTISSIMA CORRELAZIONE TRA SUCCHI DI FRUTTA E LATTE MATERNO

MITI E REALTA’ NELL’ALIMENTAZIONE UMANA

Tratto dal libro: Prof. Armando D’Elia – “MITI E REALTA’ NELL’ALIMENTAZIONE UMANA”

E’ chiaro che la frutta è il miglior cibo, del tutto naturale, per l’uomo e per l’intera sua vita, a cominciare dal momento in cui è in grado di masticare. Il fruttarismo dell’uomo è innato, perché sbocciato dall’istinto, che è l’espressione genuina, perfetta, indiscutibile dei bisogni fisiologici nutrizionali delle nostre cellule. Esso si manifesta anche prima della fine della lattazione, reso evidente dalla appetibilità e anche dalla avidità con le quali il bambino ancora lattante assume succhi di frutta fresca, che possono sostituire in certi casi anche il latte materno (succo d’uva, per esempio, come suggeriva Giuseppe Tallarico, medico illuminato, nella sua opera maggiore “La vita degli alimenti”). Abbiamo prima, accennato alla masticazione. Per masticare occorrono i denti ed i denti cominciano a nascere verso la fine della lattazione, cioè del periodo in cui l’accrescimento del cucciolo umano è affidato alla suzione della secrezione lattea delle ghiandole mammarie della madre. Domanda. Perché al termine della lattazione (e anche prima) l’istinto ci orienta decisamente verso la frutta? La risposta è semplice. Esiste una strettissima correlazione tra il latte, che è il primo nostro cibo, necessariamente liquido, e la frutta, cibo che succederà al latte e che ci accompagnerà, nutrendoci, per il resto della nostra vita.

LATTE MATERNO APRIPISTA E BATTISTRADA VERSO LA FRUTTA E NON VERSO IL SANGUE
Esiste, quindi, iscritta biologicamente nell’atto di nascita della nostra struttura anatomica e della nostra fisiologia, una “continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta”, per cui possiamo a giusto titolo considerare questi due alimenti i prototipi alimentari ancestrali dell’uomo. Partiamo dall’argomento “latte materno”, che funzionerà da battistrada nella dimostrazione della sua continuità nutrizionale con la frutta. E’ noto che entro il 6° mese di vita extra-uterina l’uomo giunge a raddoppiare il proprio peso e a triplicarlo entro il 12°, alimentandosi unicamente con il latte materno. Tutti i testi di chimica bromatologica e di fisiologia umana ci informano che il latte materno contiene l’1,2% di proteine. Ebbene, non è proprio così, in quanto, sino a 5 giorni dopo la nascita del figlio, il latte umano contiene il 2% di proteine e questa percentuale, a partire dal 6° giorno, comincia a calare progressivamente e lentamente sino a raggiungere, dopo 3-4 settimane, l’1,3% e, dopo 7-8 settimane, l’1,2%, percentuale che verrà poi mantenuta più o meno costante sino alla fine dell’allattamento.

DECREMENTO PROGRESSIVO DEL CONTENUTO PROTEICO
Si constata, in sostanza, un evidente e regolare decremento del contenuto proteico del nostro unico “primo alimento” a misura che il neonato si avvia, con la comparsa progressiva dei denti, ad acquisire capacità masticatorie. Raggiunta tale capacità, ha termine quel periodo, dalla nascita allo svezzamento, che costituisce indubbiamente la fase anabolica più impegnativa, più intensa e più difficile dell’intera vita umana e che superiamo, come si è visto, con un cibo (il latte materno) contenente le modeste percentuali di proteine prima indicate. Poiché la velocità di accrescimento è massima nei primissimi giorni di vita e poi via via decresce, è logico anche che la percentuale delle proteine contenute nel latte, e che costituiscono il necessario materiale di costruzione, debba seguire lo stesso andamento. L’accrescimento ponderale dell’individuo continua, come si sa, anche dopo la comparsa dei denti, per terminare tra i 21 e 24 anni, ma con una velocità estremamente ridotta rispetto a quella del lattante.

LA LEGGE DELL’OTTIMO SIGNIFICA ANCHE LEGGE DEL MINIMO
Esiste una regola che vige in natura, ed è quella destinare ai diversi esseri viventi cibi che contengano i principi alimentari indispensabili, ma solo nella quantità necessaria, che deve essere considerata l’optimum per l’individuo. Tanto è vero che non possiamo nutrire un neonato umano, il cui latte contiene l′ 1,2% di proteine, con il latte di mucca, che contiene il 3,5% di proteine, senza determinati accorgimenti come la elementare diluizione, nel tentativo di evitare enteriti e altri malanni, anche gravi. Il corpo umano, quindi, osserva proprio questa regola, cioè la cosiddetta “legge del minimo”, che a nostro parere potrebbe anche (e forse “meglio”) chiamarsi “legge dell’optimum” in quanto, se l’individuo ingerisce cibi contenenti dei nutrienti in quantità eccedenti il proprio fabbisogno, tale eccesso diviene per l’organismo una vera e propria scoria tossica ed il corpo cerca in tutte le maniere di sbarazzarsene, cosa che avviene in speciale modo per le proteine, come in precedenza s’è già detto.


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Armando D’Elia (1912 – 1999)

Armando D’Elia (1912-1999) – Laurea in chimica prima e poi in Scienze Naturali, per decenni si è interessato di alimentazione umana, impegnato attivamente, in una visione biocentrica, nello studio del rapporto tra alimentazioni e salute. Egli ha costituito e costituisce tutt’ora il più avanzato punto di riferimento per quanti in Italia si occupano di tale tematica e si è caratterizzato per essere stato in netto contrasto con gli schemi accademici oggi dominanti, accusati di essere fortemente inquinati dalla difesa di inconfessabili interessi economici dell’industria alimentare. Da notare che la biblioteca di D’Elia è formata da oltre 6000 volumi, una delle più complete raccolte italiane in tema di alimentazione e di igienismo.

Fonte


La grande opera pacifica del maestro di scienza Armando D’Elia.
Audio della viva voce di Armando D’Elia, il professore che incrementava le forze di pace.

“Non bisogna mai aver paura di andare contro corrente, non bisogna mai aver paura di difendere a viso aperto il Fruttarismo e le sue motivazioni scientifiche ed etiche: il tempo è galantuomo. La schiera, oggi ancora così fitta, di persone avverse al Fruttarismo, è destinata ad assottigliarsi rapidamente; in genere si tratta di disinformati, da aggiornare con amore e pazienza ” – Armando D’ Elia

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Armando D'Elia Armando D'Elia


di Armando D’Elia
Naturalista, chimico, studioso di dietetica vegetariana (Comitato Scientifico AVI)


armando-d-elia_21180Questo è l’interrogativo che a titolo di obiezione o di contestazione pongono quasi sempre con aria preoccupata coloro ai quali si consiglia l’eliminazione della carne dalla loro dieta.

Non c’è da meravigliarsi di un tale interrogativo in quanto comunemente si ritiene che dire “proteine” è la stessa cosa che dire “carne” e che mangiare il cadavere degli altri animali sia l’unica maniera, o la migliore, per procurarsi le proteine necessarie alla propria alimentazione. Una simile opinione è errata. Per tre motivi.

Anzitutto: le proteine non si trovano solo nella carne. Le proteine sono infatti ubiquitarie nel mondo dei viventi, essendo presenti in quantità più o meno grande in tutti i vegetali è in tutti gli animali. Nelle cellule del più tenue filo d’erba, così come nelle foglie di qualsiasi pianta a fusto erbaceo o lignificato, sia selvatica che coltivata, sia di piccole che di grandi dimensioni, nelle cellule di qualsiasi frutto, di qualsiasi seme, di qualsiasi altra parte dei vegetali sono presenti sempre delle proteine. Le proteine, naturalmente, sono sempre presenti anche nel corpo dì qualsiasi essere vivente animale, dal più minuscolo al più grande, nonché nei loro sottoprodotti (uova, latte e derivati, miele).

In secondo luogo perché le quantità di proteine necessarie all’uomo possono essere assunte anche nutrendosi esclusivamente di alimenti vegetali. 
In terzo luogo perché non è vero che la carne sia “la migliore” fonte di proteine ; per l’alimentazione dell’uomo, in quanto gli alimenti vegetali sono adatti all’uomo certamente più della carne e dei sottoprodotti animali.. E questo per incontrovertibili ragioni biologiche, come si dimostrerà. Da quanto fin qui detto discende la necessità che un lavoro come questo, imperniato sulle proteine, debba partire da una disamina critica del consumo della carne, e debba, quindi, altrettanto necessariamente, parlare di vegetarismo.

Un po’ di storia del consumo di carne

Certamente il lettore si chiederà come è nata quella opinione che poc’anzi qualificammo “errata” e che è espressa dall’equazione :

proteine = carne

Poiché tale opinione è riuscita ugualmente, sebbene errata, a radicarsi nelle consuetudini alimentari dell’uomo, c’è da chiedersi come mai ciò ha potuto avvenire. Nei seguenti stelloncini si cercherà di dare una sintetica risposta a tale interrogativo.

* Durante la sua preistoria l’uomo, quando dalla foresta intertropicale passò nella savana (pur conservando le originarie caratteristiche anatomiche e fisiologiche di animale fruttariano), iniziò a consumare anche carne per potere sopravvivere (come meglio si dirà in seguito) e così visse per un lungo periodo. Ma ad un certo punto iniziò una graduale e lentissima attenuazione della sua dieta carnivora, di pari passo con una lenta reintroduzione di vegetali crudi nella sua alimentazione; attenuazione che divenne poi sempre più decisa dopo l’avvento dell’agricoltura.

Nell’antichità (in Egitto, così come in Grecia e a Roma) ed anche nel Medio Evo e nel periodo rinascimentale la carne giunse ad avere importanza prevalentemente rituale e venne riservata in particolar modo alle categorie dei guerrieri e, in certe occasioni sacrificali, dei sacerdoti. Al di fuori di queste categorie, il consumo di carne era del tutto occasionale e sporadico sino a pochi decenni or sono, come ben ricordano coloro che hanno superato la cinquantina.
Ma durante gli ultimi 40 anni all’inarca il consumo di carne è diventato sempre più intenso sino a divenire sistematico, radicandosi fortemente, alla fine, nelle abitudini dietetiche umane; si vedrà presto perché. Tuttavia ancor oggi vi sono vaste aree geografiche nelle quali per vari motivi la carne continua a consumarsi solo sporadicamente (in Africa, nel Medio ed Estremo Oriente, ecc.).

Per quanto sopra detto, si può affermare che per il consumo di carne esistono dei limiti storico/temporali e dei limiti geografici. Basterebbe tener presente questo fatto per comprendere che è tutt’altro che naturale e tutt’altro che indispensabile, per l’uomo, ricorrere alla carne per approvvigionarsi di proteine, giacché, se così fosse, l’intero genere umano avrebbe dovuto ricorrervi sempre, sin dalla comparsa dell’uomo carnivoro, in misura uniforme, in tutti i tempi, a tutte le latitudini e in tutti i continenti.

* Perché mai, allora, continua a riscuotere credibilità l’equazione, cui prima si è accennato, “proteine – carne” ? Perché è così dura a morire questa autentica infatuazione, questo “mito” della necessità delle proteine della carne ?

Si è già detto che l’uso sistematico della carne è relativamente recente. In particolare, tale sistematicità cominciò ad affermarsi dopo l’avvento della rivoluzione industriale che elevò gradatamente le condizioni di vita di alcune categorie sociali. Nella inevitabile competitività che seguì, le categorie che emersero economicamente poterono introdurre stabilmente nella loro dieta la costosa carne che divenne così un vero e proprio “status symbol”, caratterizzato da un modello alimentare invidiabile, da imitare, quindi, appena si fossero acquisite sufficienti disponibilità economiche. In poche parole, la gente pensava : “Se la carne è mangiata dai ricchi, che sono più colti, vuol dire che non c’è di meglio del mangiar carne”.

Si giunse ad ostentare la gotta, malattia provocata da accumulo di acido urico, che genera infiammazioni articolari anche gravi e che è causata da eccessi di carne, come simbolo evidente di censo elevato, tanto che la gotta fu chiamata “la malattia dei Re” ! Fu così che si generalizzò il carnivorisrno nell’uomo moderno. Una vera e propria involuzione sia sul piano salutista che su quello morale.

Comunque, oggi la situazione si è capovolta in quanto la gotta, “privilegio” sino al secolo scorso quasi esclusivamente delle categorie benestanti, colpisce attualmente anche le classi non benestanti, cioè salariati, braccianti e manovali perché hanno anche loro raggiunto la possibilità economica di mangiare carne tutti i giorni. Ma mentre la classe colta, appunto perché colta, ha ormai capito a proprie spese che conviene adottare una dieta parca limitando o sopprimendo in particolare le proteine animali, e quindi sta rinsavendo, la classe meno colta continua a divorare carne; ma è facile prevedere che quest’ultima classe, a misura che comprenderà che sì alimenta in modo errato, ridurrà certamente o eliminerà la carne.

* Quanta carne si consuma ? Limitandoci per il momento a parlare dei consumi italiani, si ricorda che nel 1926 il consumo annuo medio pro capite era di 12 chilogrammi; ma nel 1S50 era salito a 16 chilogrammi e nel 1955 a 20 chilogrammi. Da quest’ultima data i consumi sono andati rapidamente aumentando sino a toccare il massimo: 82 Kg pro capite, così ripartiti : 26 bovina, 27 suina, 19 pollame e 1,3 equina. Il rimanente è costituito da carne di pesci, uccelli, conigli, molluschi, crostacei, ecc. ( dati ISTAT 1997 ).

L’Inversione di tendenza nel consumo di carne in Italia

Ma ecco, che, verso la fine del 1990, comincia a verificarsi un fatto che si può definire “storico”: per la prima volta, dopo mezzo secolo di continua, ininterrotta ascesa del consumo di carne, questa ascesa si trasforma in “calo”. Calo che, iniziatosi in sordina, all’inizio sembrava irrilevante e dovuto a fenomeni contingenti e quindi transeunti. Invece, il calo non solo è continuato, ma si è accentuato, assumendo ormai’ le caratteristiche di una vera e propria inversione di tendenza, che è, da salutare come un evento positivo per il popolo italiano.

Questa decisione degli italiani di diminuire il consumo di carne è dovuta in primo luogo ad un arricchimento di informazioni, soprattutto di quelle riguardanti il rapporto tra consumo di carne e salute che hanno scosso fortemente in una notevole parte della popolazione i convincimenti preesistenti che la carne fosse un alimento idoneo all’uomo, non solo “necessario” per procurarsi proteine, ma addirittura salutare.

E’ in corso, insomma, una progressiva e, sembra, ormai inarrestabile disaffezione degli italiani nei riguardi della carne, specie di quella bovina (il consumo della carne di vitello – negli anni sessanta considerata la migliore, ricercatissima per bambini ed anziani – ha subito, nel 1990,- un calo secco del 17%).

Questa “ondata salutista” dovuta ad una maggiore consapevolezza nutrizionale, sta investendo però non solo l’Italia, ma tutti i paesi che presentavano un livello elevato del cosiddetto “benessere”, rivoluzionando così abitudini alimentari che si ritenevano ormai immutabili e mettendo in discussione, come prima accennato, la inveterata credenza che la carne fosse fonte insostituibile di proteine “nobili”. Da tale riesame la carne è stata, in definitiva, messa sotto accusa e considerata addirittura una delle cause, se non la principale, delle cosiddette “malattie del benessere” (obesità, arteriosclerosi, diabete., ipertensione, malattie circolatorie, ecc.), la cui diffusione, statisticamente, risulta in realtà proporzionale al consumo di carni.
Un cenno particolare merita un comunicato dell’associazione grossisti ovini e pollami, del dicembre 1992, con ii quale si ammette, rispetto al 1991, un calo del 20% in meno delle vendite di ovini e pollami.

Ma il calo del consumo di proteine della carne è da salutare come un evento estremamente positivo non solo per il popolo italiano ma per tutta l’umanità. Tanto si afferma in quanto si può con sicurezza presagire che tale calo interesserà, estendendosi a macchia d’olio, gradualmente ma anche velocemente, tutti i popoli della Terra, tutta l’umanità insomma.
Non solo, ma si può prevedere anche che tale calo, che oggi è giunto già ad una percentuale di tutto rispettò, si intensificherà sempre di più sino a farci giungere all’eliminazione totale del ricorso alla uccisione di animali non umani per potersi rifornire di proteine mangiando i loro cadaveri. Sarà quello un gran giorno per il genere umano, che si sarà così finalmente affrancato dall’onta di uccidere dei fratelli Innocenti.

Le conseguenze di un tale evento saranno estremamente rivoluzionarie, pacifiche e pacificatrici, ed enormemente benefiche sul piano della salute fisica e morale dell’uomo. Saranno, ovviamente, benefiche anche nei riguardi dei poveri animali così assurdamente trucidati dall’uomo e la cui vita verrebbe, così, salvata e finalmente rispettata come merita. Infine, l’eliminazione del carnivorismo avrebbe enormi conseguenze positive sull’ambiente, liberato finalmente dalle terribili e devastanti conseguenze che gli allevamenti intensivi di animali da macello esercitano : sul suolo desertificandolo, sulle foreste distruggendole, sulle acque inquinandole.

Tratto dal libro: Prof. Armando D’Elia – “MITI E REALTA’ NELL’ALIMENTAZIONE UMANA”